Morto presunto boss Carmelo Lo Bianco: questore dispone funerali all’alba e senza corteo

Il questore di Vibo Valentia Filippo Bonfiglio ha disposto una serie di prescrizioni per lo svolgimento del funerale del presunto boss Carmelo Lo Bianco, deceduto ieri presso l’ospedale “Pugliese” di Catanzaro. 

La morte, avvenuta all’età di 75 anni, sarebbe riconducibile a problemi cardiaci. I funerali si svolgeranno all’alba, senza corteo e con la presenza dei più stretti familiari. La decisione è dovuta a “motivi di ordine pubblico”.

Carmelo Lo Bianco - il quale era ai domiciliari date le sue condizioni di salute – stava scontando una condanna a 10 anni di reclusione a seguito della condanna maturata al termine del processo “Nuova alba”.

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Associazione di tipo mafioso e riciclaggio: in carcere un 54enne

In ottemperanza ad un ordine di carcerazione disposto dall'Ufficio Esecuzioni Penali della Procura presso la Corte d'Appello, è stato arrestato un uomo di 54 anni che dovrà espiare una pena residua ad un anno, 11 mesi e 21 giorni di reclusione.

Il provvedimento restrittivo è stato eseguito dai Carabinieri dell’Aliquota Radiomobile di Reggio Calabria e della Stazione di Gallina. F.A.R. è stato condannato per concorso in associazione di tipo mafioso e violazione delle norme sul riciclaggio di denaro di provenienza illecita. I militari dell'Arma lo hanno accompagnato presso la Casa Circondariale della città dello Stretto. 

Condannato per associazione mafiosa, la Finanza gli sequestra beni per 230 mila euro

A seguito di indagini economico-patrimoniali delegate dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte D’Appello di Reggio Calabria, la Guardia di Finanza di Cosenza ha eseguito il provvedimento di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di un appartamento con relativi garage e soffitta sito nel Comune di Castrolibero (CS).  Il valore complessivo dei beni, appartenenti ad una persone  condannata con sentenza definitiva nel luglio del 2000 per associazione mafiosa, ammonta a 230 mila euro. Dalle indagini eseguite dalla Fiamme gialle sarebbe emerso il divario tra la situazione reddituale ed il patrimonio accumulato da parte del destinatario del provvedimento. Ai fini dell’applicazione della misura del sequestro, oltre alla sproporzione tra il patrimonio posseduto ed redditi dichiarati, i finanzieri hanno dimostrato, inoltre, la mancata giustificazione della legittima provenienza dei beni

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'Ndrangheta: arrestati un chirurgo e un imprenditore

Un chirurgo plastico ed il proprietario di un'azienda che si occupa di demolire le automobili a Desio sono stati tratti in arresto dalla Polizia in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Milano. Sospettati di essere vicini alla locale di 'ndrangheta di Desio, rispondono del reato di associazione mafiosa. L'inchiesta, condotta sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale antimafia di Milano, ha consentito, a parere degli inquirenti, di appurare che il professionista e l'imprenditore si occupavano di raccogliere denaro da girare a vari soggetti reclusi in galera. Inoltre, il medico avrebbe assistito e curato diversi affiliati alla cosca. 

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Condannato nel processo "Rinascita": arrestato dalla Squadra Mobile

Agenti della Squadra Mobile, eseguendo una disposizione firmata dalla Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, hanno tratto in arresto il quarantunenne Franco Bevilacqua, condannato, con sentenza passata in giudicato, a 6 anni di carcere. Una pena comminatagli in relazione al suo coinvolgimento nell'inchiesta ribattezzata "Rinascita", portata avanti nel 2010 dalla stessa Squadra Mobile del capoluogo. E' stato ritenuto responsabile di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Sulla scorta di quanto emerso nel corso delle indagini e del processo che ne è scaturito, avrebbe gestito lo smercio di droga nella zona della periferia meridionale di Catanzaro.  

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'Ndrangheta, latitante condannato all'ergastolo catturato in un villaggio turistico di Parghelia

Agenti della Squadra Mobile hanno scovato e catturato un latitante al quale in Appello è stata inflitta la condanna del carcere a vita perché giudicato responsabile di associazione mafiosa e omicidio. Antonio Cilona, ritenuto uno dei personaggi al vertice della cosca Santaiti, operativa a Seminara, in provincia d Reggio Calabria, si trovava in una struttura turistica di Parghelia. Quando ha capito che la sua fuga era terminata non ha neanche tentato di opporsi ai poliziotti della Questura della città dello Stretto. La sentenza dell'ergastolo gli era stata comminata nel contesto del processo scaturito dall'inchiesta denominata "Cosa mia", che fece emergere gli interessi economico-criminali della 'ndrangheta nelle opere di rifacimento dell'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria ed aprì uno squarcio su diversi delitti commessi nell'ambito di una guerra combattuta dai clan di Palmi e Seminara.  

'Ndrangheta, operazione "Il Principe": dettagli e nomi degli arrestati

Alle prime ore della mattinata odierna, la Squadra Mobile della Questura ed il Nucleo Investigativo del Reparto Operativo dei Carabinieri di Reggio Calabria hanno dato esecuzione ad un decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, nei confronti di cinque soggetti, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione ed intestazione fittizia di beni, aggravati dalle finalità mafiose: il 39enne Giovanni Maria De Stefano, alias "Il Principe"; Fabio Salvatore Arecchi, 38 anni; Francesco, detto "Ciccio" Votano, 27 anni; Vincenzo, detto "Dino", Morabito, 47 anni; Arturo Assumma, 30 anni. Tutti di Reggio Calabria. L’operazione è il frutto di due distinte ed originariamente autonome attività investigative condotte dalla Squadra Mobile e dal R.O.N.I. dei Carabinieri di Reggio Calabria: le prime incentrate sulla figura e sulle presunte attività criminali di Giovanni Maria De Stefano, rampollo della famiglia rimasto in libertà, che avrebbe esercitato il governo territoriale della cosca; le seconde sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Enrico De Rosa, con riferimento alle attività estorsive poste in essere ai danni della CO. BAR S.p.a., esecutrice dei lavori di ristrutturazione del Museo Archeologico della Magna Grecia di Reggio Calabria. Il coordinamento delle attività investigative e la fusione degli esiti autonomamente raggiunti in ciascun procedimento, ha consentito all’Autorità Giudiziaria di fotografare, con straordinaria chiarezza a parere degli investigatori, i contorni della struttura dirigenziale territoriale della cosca De Stefano, da anni egemone nel territorio di Reggio Calabria, le modalità operative funzionali alla fluida gestione dell’organizzazione di 'ndrangheta, nonché di accertare dettagliatamente l’esecuzione di un’estorsione protratta nel tempo ed esercitata con svariate modalità esecutive ai danni dei rappresentanti della  società CO.BAR. Le indagini avrebbero consentito di dimostrare come la cosca De Stefano agirebbe con speciale autorevolezza criminale nella zona del centro della città di Reggio Calabria, attraverso l’esercizio dell’intimidazione. Peraltro, recentemente sono stati scarcerati Orazio De Stefano, 56 anni, (scarcerato al 19 settembre dello scorso anno) e Paolo Rosario De Stefano, 39 anni  (scarcerato il 19 agosto). Entrambi erano stati tratti in arresto dopo lunghi periodi di latitanza, al pari del più grande dei figli del defunto "don Paolo", ovvero Carmine De Stefano, 47 anni, che aveva pienamente condiviso col più noto fratello Giuseppe, 46 anni, gran parte delle vicende giudiziarie afferenti il clan mafioso, ereditando unitamente a quest’ultimo, la reggenza e la gestione criminale della cosca. Nel periodo antecedente alle scarcerazioni, un ruolo speciale sarebbe stato ricoperto da Giovanni Maria De Stefano, figlio del defunto Giorgio De Stefano, quale unico rampollo della storica famiglia che - all’indomani della sua liberazione, avvenuta nel mese di settembre 2009 - l’avrebbe rappresentata sul territorio, assumendone la reggenza. A Giovanni De Stefano (unitamente a Vincenzino Zappia, già detenuto poiché arrestato dalla Polizia di Stato, nell’ambito dell’Operazione "Il Padrino", nel mese di dicembre dello scorso anno), viene contestato il ruolo di capo e promotore con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie del sodalizio criminoso. Nello specifico, egli avrebbe assunto  le scelte più rilevanti in ordine alle concrete modalità di controllo e gestione delle molteplici attività economiche e degli esercizi commerciali esistenti e/o di nuova apertura nel territorio di Reggio Calabria. Coordinava e pianificava, sulla scorta di quanto ipotizzato in fase d'indagine, le attività delittuose, anche di natura estorsiva, ai danni di ditte o imprese operanti nel territorio, reinvestendo i proventi illecitamente ottenuti e destinando una parte degli stessi a garanzia di un adeguato sostegno economico dei sodali detenuti e dei loro familiari. Dirimeva, è il giudizio degli inquirenti, le varie problematiche ed i contrasti, interni ed esterni al sodalizio, anche in ordine alla suddivisione tra gli associati degli ingenti ricavi illecitamente prodotti ed accumulati. Avrebbe cooperato costantemente anche con gli altri soggetti al vertice della medesima articolazione territoriale della 'ndrangheta ai fini della realizzazione del programma criminoso. Un ruolo di primo piano sarebbe attribuito a  Demetrio Sonsogno (già detenuto, poiché tratto in arresto nell’ambito dell’operazione 'Tatoo' condotta dalla Squadra Mobile nel mese di novembre 2013), quale dirigente organizzatore, con compiti di diretto controllo e gestione delle attività estorsive - poste in essere direttamente e per il tramite di altri sodali - e d’infiltrazione degli interessi patrimoniali della cosca nell’economia lecita, nonché di controllo delle attività economiche avviate e da avviare, anche al fine di garantire il necessario sostegno ai massimi dirigenti della cosca detenuti ed ai loro familiari. Nell’ambito della cosca De Stefano, Fabio Salvatore Arecchi e Francesco Votano (unitamente, anche con compiti e condotte diverse, ad Enrico De Rosa)avrebbero il ruolo di partecipi, con lo stabile compito di fungere da continuativi intermediari tra i sodali e, in particolare, tra Giovanni De Stefano e gli altri associati, ricevendo e riportando svariati messaggi funzionali alla migliore operatività della cosca e collaborando fattivamente alle attività economiche intestate fittiziamente ad Arecchi, le cui sedi operative sarebbero divenute anche punto logistico per lo scambio di messaggi tra i sodali e strumento di riciclaggio delle attività delittuose perpetrate dalla cosca. Giovanni Maria De Stefano, Vincenzino Zappia,  Demetrio Sonsogno,  Vincenzo Morabito, Arturo Assumma ed Enrico De Rosa, per cui si procede separatamente) rispondono anche dell’accusa di estorsione aggravata posta in essere ai danni CO.BAR. spa. che ha eseguito i lavori di ristrutturazione del Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria. Invero, costoro, in tempi diversi e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, con minacce e violente intimidazioni, avrebbero costretto Vito Matteo Barozzi e la società CO.BAR spa (di cui il medesimo Barozzi è il titolare del 95% delle quote sociali ed amministratore) a corrispondere - tramite il geometra Domenico Trezza ed in quattro distinte occasioni – somme di denaro di differente importo ed in particolare: in una prima occasione, a consegnare a  Vincenzo Morabito, detto Dino, una somma di denaro pari a 15/20.000,00 euro circa (somma successivamente prelevata, sostengono gli investigatori, da  Enrico De Rosa, e da Sonsogno); in una seconda occasione, a consegnare a Sonsogno ed a De Rosa nei pressi di un ingresso laterale del Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria una somma di denaro pari a 45/50.000,00 euro circa; in una terza occasione, a consegnare ad Enrico De Rosa una somma di denaro pari a 50.000,00 euro circa (somma che successivamente sarebbe stata da quest’ultimo corrisposta a Sonsogno);  in una quarta occasione, sempre sulla scorta di quanto ipotizzato dagli investigatori, a consegnare ad Arturo Assumma, una somma di denaro pari a 50/60.000,00 euro circa (somma che sarebbe stata successivamente prelevata da De Rosa e corrisposta al Sonsogno). Giovanni Maria De Stefano e Fabio Salvatore  Arecchi sono anche indagati per il delitto di intestazione fittizia di beni, perché, in concorso fra loro, al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale, Giovanni De Stefano avrebbe attribuito fittiziamente a Fabio Salvatore Arecchi la formale titolarità dell’impresa individuale G.D.C. Distribuzione di Fabio, Arecchi avente ad oggetto il "commercio all’ingrosso di caffè, zucchero, bevande ed alimenti vari", con unità locale dislocata dapprima a Reggio Calabria in via del Salvatore n. 28/30 ed infine, dal maggio 2013, soltanto in via Vecchia Provinciale n. 101 (luogo ove la stessa impresa ha anche la sede legale). Contestualmente è stata data esecuzione al sequestro preventivo dei beni costituenti il patrimonio aziendale dell’impresa individuale “G.D.C. Distribuzione di Fabio Arecchi", avente ad oggetto il "commercio all’ingrosso di caffè, zucchero, bevande ed alimenti vari", con unità locale dislocata dapprima a Reggio Calabria in via del Salvatore n. 28/30) ed infine dal maggio 2013 in via Vecchia Provinciale n. 101. Il quadro complessivo delle risultanze investigative ha consentito di ritenere sussistente il pericolo di fuga in capo a Giovanni Maria De Stefano, Vincenzo Morabito, Arturo Assumma, Francesco Votano e Fabio Salvatore Arecchi, sicché, nei confronti degli stessi, è stato emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria il provvedimento di fermo di indiziato di delitto eseguito dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato nella mattinata odierna. L’operazione "Il Principe" prende il nome dall’appellativo con cui i sodali erano soliti chiamare Giovanni Maria De Stefano, il quale, da diversi anni, svolgerebbe funzioni di reggente della omonima cosca di 'ndrangheta, segnatamente nel settore delle estorsioni. 

 

Associazione mafiosa, maxi-operazione alle prime luci dell’alba

Dalle prime ore di stamattina nella provincia di Reggio Calabria ed in altre province è in corso una vasta operazione dei Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria per l’esecuzione di 37 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nonché di numerose perquisizioni. I reati contestati sono associazione per delinquere di tipo mafioso, porto e detenzione di armi da guerra e comuni da sparo, ricettazione, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, favoreggiamento personale, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, estorsione, furto, spendita e introduzione nello Stato, previo concerto, di monete falsificate, danneggiamento seguito da incendio, tutti aggravati dal metodo mafioso.

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