Ferdinandea, ascesa e declino di un sogno industriale

La Calabria, con le sue vestigia di un passato che spesso sembra non voler passare, racchiude nella parte più nascosta e misteriosa del suo seno luoghi, eventi, fatti, misfatti e circostanze che, pur avendone tratteggiato il destino, sembrano essersi definitivamente smarriti nel lento, ma sornione ed inesorabile divenire del tempo. Una regione fatta di storie senza storia, di racconti senza narratori, di romanzi senza romanzieri. Ciascuno conserva qualche episodio tramandato più della memoria orale che dal rigore scientifico degli amanti di Clio. E così a sopravvivere sono storie antiche, a volte remote, di cui si è perso però il pur minimo riferimento storico. I greci, gli arabi, i bizantini, i normanni, se non fosse per qualche toponimo e come se non ci fossero mai stati. I luoghi della memoria giacciono negletti, abbandonati, come se avessero la colpa di far ricordare un passato più incerto ma meno aleatorio del vuoto e grigio presente. In un contesto in cui alla memoria collettiva si è spesso sostituita l’immagine folcloristica da sagra paesana è sempre più difficile elaborare un processo storico condiviso in grado da fungere da volano turistico. Mentre altrove si scrivono storie, si rielabora il passato e si valorizzano territori, in Calabria, al contrario, si lascia agonizzare lentamente quel che di buono è scampato alla furia dei terremoti, all’impeto delle alluvioni, alle scorrerie di vecchi e nuovi predoni. Nella cuore di monte Pecoraro, da dove è possibile scorgere le increspature dello Jonio e le arsure della vallata dello Stilaro, sorge ancora quel che rimane di Ferdinandea. Un nome evocativo dal quale traspare inequivocabile l’origine Borbonica. Correva l’anno 1833 quando veniva inaugurato quello che molti, per troppo tempo, hanno erroneamente ritenuto il casino di caccia di re Ferdinando II. Al contrario, l’imponente realizzazione edificata nel bel mezzo della montagna, tra superpi abeti e faggi secolari, costituiva il nucleo secondario di una ferriera, succursale degli stabilimenti siderurgici di Mongiana. Nel corso della sue breve esistenza produttiva, Ferdinandea seguì inevitabilmente la stessa sorte toccata al ramo aziendale principale, costretto a chiudere subito dopo l’unità d’Italia. Il 27 agosto 1860 un contingente garibaldino circondava e requisiva gli stabilimenti siderurgici. Un evento che segnerà il “de profundis” per uno dei primati produttivi del sud Italia. I nuovi padroni, ben presto, si dimostrarono assai meno caritatevoli di quelli appena scalzati. Estinte le attività proto – industriali, Ferdinandea conoscerà il suo definitivo canto de cigno. Nel 1874 l’immensa tenuta diventava proprietà del garibaldino Achille Fazzari, che l’acquistava all’asta insieme agli stabilimenti di Mongiana ed a diversi beni accessori. Nel corso degli anni “don Achille” farà di Ferdinandea la sua ricca e lussuosa dimora, nella quale, tra gli altri, soggiorneranno il fondatore del “Il mattino” di Napoli, Edoardo Scarfoglio e la di lui moglie, Matilde Serao. E proprio la scrittrice partenopea nel settembre del 1886, su “Il Corriere di Roma”, accostava Ferdinandea al leggendario “castello incantato di Parsifal”. Nel corso dei loro soggiorni, i visitatori potevano apprezzare la munificenza ed il mecenatismo del loro anfitrione. Fazzari aveva fatto della sua dimora una sorta di eterogeneo e caotico museo. Oltre alla “cura” del patrimonio artistico, Fazzari, che nel frattempo era diventato deputato, a Ferdinandea aveva riavviato, dopo averla ammodernata, la vecchia segheria borbonica dotandola, nel 1892, di una dinamo elettrica con la quale venivano movimentate le attrezzature. E proprio nei boschi di Ferdinandea sorgerà nel 1910, ad opera di Cino Canzio, compagno della figlia di Fazzari, Elsa, la prima azienda idroelettrica della zona. Nel corso degli anni la proprietà  passerà più volte di mano. Alla fine delle attività produttive non rimarrà altro che la fonte della Mangiatorella e l’industria boschiva, peraltro privata dal valore aggiunto costituito dalla lavorazione del legname. Per il resto, un lento, inesorabile declino testimoniato dagli immensi capannoni abbandonati ed ormai cadenti, dagli alloggi per gli operai e dal nucleo centrale sul quale incombe inesorabile la scure del tempo. I tanti visitatori, che ancora oggi si avventurano sui luoghi che potrebbero rappresentare il fulcro di un percorso organico di archeologia industriale, subiscono la stretta al cuore di chi vede lentamente svanire il patrimonio di una regione che stenta a comprendere che lo sviluppo turistico passa attraverso il recupero della sua storia.

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Bersaglio Calabria: anche Renzi la mortifica

Da “terra prediletta” a luogo che “non è visibilmente in Italia”. A seconda delle occasioni la Calabria viene posta su piani diversi, ovviamente in base alle circostanze in cui si pronunciano le affermazioni e alle convenienze di chi la nomina. Dopo la caduta di stile di Vittorio Sgarbi, tocca a Matteo Renzi pronunciarsi con toni non certo lusinghieri nei confronti della nostra regione additandola come esempio negativo. Il premier, trovandosi a Mestre a sostenere la campagna elettorale per le regionali di Alessandra Moretti, ha asserito che “se la Calabria funzionasse come il Veneto tutto sarebbe risolto”. Frase sibillina, lanciata di fronte ad un pubblico che queste “trovate” ha spesso dimostrato di apprezzarle. E Renzi, da buon rastrellatore di consensi, ha offerto agli ascoltatori quello che questi vogliono sentire. Peccato che l’ex sindaco di Firenze non abbia trovato il coraggio di pronunciarsi allo stesso modo la scorsa vigilia di Ferragosto a Reggio Calabria, quando al cospetto di furibondi disoccupati, precari e percettori di ammortizzatori sociali elargiva promesse su fondi che sarebbero arrivati e su un futuro meno carico di sofferenze. E i calabresi, per usare un termine a lui caro, sono “stati sereni” riponendo nella sua “coerenza” le speranze della crescita economica. E peccato che il suo “Jobs Act” non sia esattamente la stessa cosa del miracolo economico del secondo dopoguerra e che i dati sull’occupazione giovanile, soprattutto al Sud, facciano preoccupare e anche tanto. Certo, non bisogna nascondersi la verità, la Calabria non è una regione normale, non lo è per tante ragioni. Se lo fosse, non avrebbe la classe dirigente che si ritrova, non sarebbe incollata ai vertici di tutte le classifiche negative, non avrebbe le mafie, la disoccupazione, l’angoscia del presente e la paura del futuro. Ma la Calabria, purtroppo, non è l’eccezione. La Calabria è lo specchio di un Paese malato, marcio, in dissoluzione. La Calabria non è normale tanto quanto il resto della Nazione. Del resto, se l’Italia fosse normale, non solo la Calabria sarebbe come il Veneto, ma Renzi non farebbe il Presidente del consiglio perché non è stato eletto da nessuno; i parlamentari non sarebbero nominati, ma votati; la legge elettorale non sarebbe approvata a colpi di fiducia, ma frutto di un percorso condiviso tra le forze politiche; il parlamento non sarebbe un siparietto popolato da cortigiani più interessati alla poltrona che a cambiare le sorti del Paese. Da buon fiorentino, amante delle corti rinascimentali a tal punto da farne una tutta sua in versione 2.0, il Presidente del consiglio dovrebbe tenere ben a mente le parole di un frate, Girolamo Savonarola, che nella Firenze dei Medici ripeteva che il “bene e il male di una città provengono dai suoi capi”. Pertanto, preso atto che la Calabria non è una regione normale, Renzi, abbandoni i proclami, smetta di cinguettare e ci faccia vedere di cosa è capace. Se è bravo come pensa, tra cinque anni, alle prossime regionali potrà lanciare un bel twett per dire: “tutto è risolto, la Calabria funziona come il Veneto”.

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Era calabrese la ‘Marinella’ di De Andrè

Maria Boccuzzi era una bambina calabrese come tante. Come le molte bimbe meridionali venute al mondo in una famiglia spoglia di ricchezze e di memoria, in un posto senza tempo e con un futuro senz’avvenire.

Era nata a Radicena (Taurianova) l’8 ottobre 1920 e con la famiglia si era trasferita nel ricco Nord in cerca di un lavoro, di una opportunità e nella speranza d’imboccare quell’incrocio ‘anomalo’ del destino che si chiama fortuna.

Nel 1953 il futuro cantautore genovese, Fabrizio De Andrè, aveva 13 anni ed era solito trascorrere, nell’astigiano, periodi di svago lontano dalla scuola dei Gesuiti dell’Istituto Arecco che frequentava insieme ai rampolli della ‘Genova-bene’.

Era il periodo in cui ascoltava il cantautore francese, George Brassens, e si sentiva fortemente attratto dai personaggi che popolavano le sue canzoni che, spesso, riusciva a ritrovare nei fatti di cronaca nera narrati tra le pieghe dei giornali locali.

Nacque da una di queste ‘letture’ il suo incontro con la ‘Marinella’ di origini calabresi, brutalmente uccisa a 33 anni dalle ‘carezze di un animale’ e successivamente scaraventata nel fiume Olona.

È grazie al volume ‘Il libro del mondo’ di Walter Pistarini, in cui è ricostruita la vicenda, che è possibile dare un nome alla protagonista dell’episodio di cronaca realmente accaduto, amata dal ‘re senza corona e senza scorta’ cantata nella canzone che determinò la sorte artistica del cantautore genovese.

“Se una voce miracolosa – era solito dire il cantautore - non avesse interpretato nel 1967 ‘La canzone di Marinella’, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Lo stesso Fabrizio De Andrè raccontava di essersi ispirato ad una notizia di cronaca nera che aveva letto su un giornale locale quando era ragazzo e che lo aveva particolarmente colpito. La ricostruzione nel libro di Walter Pistarini si basa su una ricerca condotta dallo psicologo Roberto Argenta - cui aveva pubblicato un primo resoconto su ‘La Stampa’ (nelle pagine di Asti) del 13 gennaio 2007 - fatta di ore di lavoro in biblioteca.

Dalla tenacia del ricercatore era emerso un primo indizio sul fatto di sangue a cui il celebre cantautore si era ispirato per la sua canzone. Si tratta, appunto, della storia di Maria Boccuzzi, una prostituta di 33 anni che venne ritrovata morta nel 1953 nell’Olona alla periferia di Milano. La notizia portava il seguente titolo ‘Carica di vistosi gioielli all’appuntamento con la morte’ ma fin qui la fonte era frammentaria e narrava di una prostituta che dopo aver tentato la carriera di ballerina con il nome d’arte di Mary Pirimpò, si era innamorata di un personaggio equivoco ed aveva cominciato a prostituirsi.

Questa storia ha trovato successivamente un riscontro in un articolo de ‘La Nuova Stampa’ del 30 gennaio 1953 - giorno successivo a quello del rinvenimento del corpo - intitolato ‘La mondana trovata uccisa nell’Olona’, che narra la vicenda cosi: “Quella di Maria Boccuzzi…è la storia di una vita torbida troppo presto conclusasi. Venuta a Milano con i genitori dal piccolo centro calabrese di Radicena, dov’era nata l’8 ottobre 1920, Maria Boccuzzi abbandonava la famiglia e il modesto lavoro di operaia alla nostra Manifattura tabacchi, per inseguire la chimera dell’arte scenica. Ma cadde sempre più in basso, fino ad essere fermata una notte dalla squadra buoncostume”. Altri dettagli sull’omicidio raccontano: “sei ferite d’arma da fuoco inducono a ritenere che l’assassino abbia anche infierito sulla disgraziata e, deciso a rendere quanto più perfetto il delitto, abbia provveduto a cancellare ogni possibile traccia del suo crimine…s’impadronì di tutti i suoi documenti, tra cui doveva esserci…una polizza di assicurazione sulla vita che garantiva un capitale di 300.000 lire a beneficio degli eredi eventuali”.

Dalle notizie emerse dalle indagini fatte all’epoca pare che la donna avesse manifestato al suo amante, un ballerino sospettato dell’omicidio, di voler abbandonare quella vita disordinata.

A proposito di questa storia, in una intervista a Vincenzo Mollica Fabrizio De Andrè disse che l’ispirazione per ‘La canzone di Marinella’ gliela aveva fornita “un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”.

 

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La Calabria trema. Il terremoto del 1638

Quando si parla di terremoti in Calabria, il pensiero corre quasi esclusivamente al sisma del 1783.  Qualche volta si pensa a quelli del 1905 e del 1908, quasi mai allo sciame che scosse la regione nel 1638. Ancor meno noti, il terremoto del 1184 che devastò la Valle del Crati e quello del 1626 che distrusse Girifalco. Tuttavia, nella storia dei terremoti calabresi, il vero spartiacque è segnato proprio dal 1638 quando, tra marzo e giugno, si sussegue una serie di scosse la cui potenza distruttiva è, per certi versi, maggiore di quelle del 1783. In particolare, per quanto riguarda la parte centro meridionale della regione, gli eventi tellurici del 1638 sono considerati dai sismologi come i più distruttivi tra quelli verificatisi nell’ultimo millennio. Le prime avvisaglie vengono avvertite il 18 gennaio. Si tratta di poca roba, niente di preoccupante, almeno fino al pomeriggio di sabato 27 marzo quando, una scossa dell’undicesimo grado della scala Mercalli, scuote la Valle del Crati e quella del Savuto. I paesi di Carpanzano, Conflenti, Diano, Grimaldi, Mangone, Martirano, Motta Santa Lucia, Rogliano, Savuto e Scigliano vengono letteralmente rasi al suolo. Ma non c’è solo il terremoto. La scossa, infatti, innesca uno Tsunami che si abbatte sul litorale di Pizzo. Secondo la testimonianza del gesuita Giulio Cesare Recupito, il mare si sarebbe ritirato di 2 mila piedi (quasi 4 chilometri) prima d’abbattersi con tutta la sua forza sulla spiaggia. I bilancio del 27 marzo è drammatico, come se non bastasse, il giorno successivo, domenica delle Palme, il terremoto colpisce nuovamente. Questa volta, ad essere devastati sono il lametino ed il versante occidentale delle Serre dove vengono colpiti Soriano e Monterosso; di Castelmonardo, l’attuale Filadelfia, rimangono solo rovine. Complessivamente, però, l’area interessata dal sisma è molto più estesa, coinvolge 107 centri, 17 dei quali vengono letteralmente rasi al suolo. Non hanno scampo neppure le città. A Cosenza, vengono seriamente danneggiati il Duomo ed il Castello, a Catanzaro 300 edifici devono essere abbandonati. In alcuni casi i danni sono così estesi che i sopravvissuti preferiscono lasciare i vecchi paesi per trasferirsi altrove, come nel caso di Feroleto, dove una parte degli abitanti si trasferisce a valle e fonda Feroleto Piano, l’attuale Pianopoli. Lo sciame sismico, seppur con intensità più lieve, va avanti per tutto il mese d’aprile e provoca più paura che danni. Gli effetti delle scosse principali producono conseguenze durature anche nel paesaggio e sull’ambiente naturale. Un esempio fra tutti, l’impaludamento dell’area compresa tra i fiumi Amato ed Angitola per la cui bonifica bisognerà aspettare il 1928. Per quanto riguarda, invece, le conseguenze generali, un quadro attendibile è tracciato da Ettore Capecelatro, il consigliere del viceré di Napoli, Ramiro Felipe Nuñez de Guzmàn, il quale viene nominato plenipotenziario per le province calabresi. Una sorta di commissario incaricato di gestire l’emergenza. Secondo la relazione redatta da Capecelatro, il terremoto ha causato la distruzione totale o parziale di 13 mila case e la morte di 9.571 persone. Una stima, probabilmente, errata per difetto, tanto che nella relazione inviata alla corte di Madrid, dalla quale dipende il vicereame di Napoli, il numero delle vittime sfiora le 30 mila unità. Si sta completando la stima dei danni quando, l’8 giugno, un nuovo terremoto colpisce il versante orientale della Sila. Secondo la relazione di Capecelatro, il nuovo evento sismico distrugge 6 paesi e ne danneggia altri 15. Oltre ai danni ai centri abitati, il terremoto modifica la geografia di una vasta area. Come riporta Agazio Di Somma nel suo “Historico racconto de i terremoti della Calabria dall’anno 1638, fin’anno 1641”: “ Dal confine di Policastro fin'all'estrema parte della montagna, che chiaman Sila, alla volta di Tramontana, si abbassò per trè palmi dall'un lato il terreno, per lo spazio di sessanta miglia, con diritto solco stendendosi, e quel, che riesce di maggior maraviglia, si diffuse con ugual tenore, non meno nelle più basse valli, che nelle più alte montagne; Fu qui similmente osservato, che da quelle voragini esalava fuora fetor di solfo, e che per alcune sere, che precessero al terremoto”.

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Stanotte due terremoti al largo della Calabria

Sono numerosi i movimenti tellurici registrati, negli ultimi giorni, dall'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia al largo della costa calaberse. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati rilevati questa notte. Uno di magnitudo 3.3 e' stato avvertito alle 3,39 ed ha avuto come epicentro il mar Tirreno di fronte la costa calabra a 267.9 km di profondità. L'altro di magnitudo 2.2 e'stato rilevato, alle 3,17, nello Stretto di Messina a 34,4 chilometri di profondita'.

 

Anno 1861, i nuovi nomi dei vecchi paesi

Subito dopo l'unificazione del 1861, ci si accorse che troppi comuni italiani avevano lo stesso nome; il ministero degli Interni li invitò a provvedere. Quelli seri si contentarono di Ionio e simili; qualcuno s'inventò Greci che mai furono; qualcun altro ricorse alla storia; qualcuno si lasciò andare alla fantasia. Vediamo cosa accadde nell’Istmo tra Ionio e Tirreno.  Non ebbero bisogno di interventi Acquaro, Amaroni, Arena, Argusto, Bivongi, Borgia, Briatico, Brognaturo, Camini, Capistrano, Cardinale, Cenadi, Centrache, Cessaniti, Cortale, Dasà, Davoli, Dinami, Drapia, Fabrizia, Filadelfia, Filandari, Filogaso, Francica, Gagliato, Gasperina, Gerocarne, Girifalco, Guardavalle, Ionadi, Joppolo, Limbadi, Maida, Maierato, Mileto, Monasterace, Mongiana, Montauro, Montepaone, Nicotera, Olivadi, Palermiti, Parghelia, Pazzano, Petrizzi, Pizzoni, Placanica, Polia, Riace, Ricadi, Rombiolo, S. Calogero, S. Floro, S. Onofrio, S. Sostene, Simbario, Sorianello, Soverato, Spadola, Squillace, Stalettì, Stefanaconi, Stignano, Stilo, Tropea, Vallelonga, Vazzano, Zaccanopoli, Zambrone, Zungri. Nardodipace è comune solo dal 1903. La calabrese Satriano non temette confusioni, perché solo nel 1887 prese nome di Satriano di Lucania l’antico Pietrafissa o Pietrafesa.  Un’innovazione distinguente s’impose per alcuni paesi, e qui diciamo di quelli che fecero ricorso alla geografia: Francavilla si chiamò Angitola; Monterosso, Calabro; Pizzo, Calabro [caduto in disuso]; S. Costantino, Calabro; S. Vito, Ionio; Soriano, Calabro. Chiaravalle si diede il curioso e burocratico epiteto di Centrale; si appellarono alla storia S. Gregorio, con d’Ippona; e Serra con S. Bruno.  Si vuole tuttora sia storico per S. Nicola il derivare da un’ellenica Crissa, secondo un improbabile cenno di Licofrone.  Cambiarono del tutto denominazione Castelvetere, che si arrogò essere Caulonia al posto di Monasterace; e S. Elia, che si ribattezzò… no, si sbattezzò Vallefiorita. Sarebbe divertente poter ricostruire, o anche solo immaginare, attraverso quali paesani o dotti dibattiti e liti si giungesse a tali determinazioni. Il decreto ministeriale è del 1863. Merita un discorso a parte la greca Ipponio, bruzia Veipunio, romana Vibo colonia Valentia, poi Vibona e altro, rifondata da Federico II come Monteleone; nel 1863, Monteleone Calabro; nel 1928 i fascisti memori della romanità vollero il ritorno a Vibo Valentia con tanto di t. La superstite opposizione propose, tanto per opporsi, Ipponio, ma anche in questo non ebbe fortuna. Nel 1968 Nicastro, Sambiase e S. Eufemia, conurbandosi – loro, almeno loro! – si chiamarono Lamezia Terme: ma, democraticamente, con la zeta.

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Calabria: aumenta il numero degli stranieri

E’ aumentato, anche, nel 2013, il numero degli stranieri presenti sul suolo calabrese. Rispetto al 2012 l’incremento è stato del 16,8%. In termini assoluti, le persone provenienti dall'estero che hanno deciso di stabilirsi in Calabria sono 94 mila, 12 mila in più rispetto al 2012. L’incidenza sul totale della popolazione e’ del 4,4%. E’ quanto emerge dal dossier statistico "Immigrazione" del Rapporto Unar curato dal Centro studi e ricerche “Idos”.

I “ceravolari”, ovvero gli incantatori di serpenti delle Serre

Erano figure a metà strada tra il santone ed il saltimbanco. La loro, era un’esistenza itinerante, erratica. Personaggi strani, sospesi tra inferno e paradiso, tra dio ed il demonio. Si aggiravano per le fiere con il loro bizzarro bagaglio, un contenitore in legno di forma cilindrica nel quale trasportavano i loro “attrezzi” del mestiere.

CERAVOLARI E SAMPAOLARI

Chi erano, cosa facessero, come vivessero, lo sapevano bene a Simbario dove avevano il loro regno, erano i “ceravolari” o “sampaolari”. Nella gran parte dei casi, erano astuti contadini cui la credenza popolare aveva assegnato una funziona quasi sacrale. Era a loro, infatti, che ci si rivolgeva per trovare sollievo da una malattia o per propiziare un evento positivo, come un raccolto abbondante. La figura del “ceravolaro”, per certi aspetti, rappresentava un elemento caratterizzante del piccolo centro delle Serre, al punto che, il sacerdote Bruno Maria Tedeschi, nella sua relazione contenuta nel Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato – Distretto di Monteleone di Calabria, pubblicato nel 1859, riferendosi a Simbario,  nel paragrafo riservato ai “pregiudizi e false credenze”, così si esprimeva: “Ciò che v’ha di particolare in questa materia, consiste nella credenza ai così detti Ceravolari, o Sampaolari […] Costoro sono dei contadini impostori, i quali per traffico di lucro presso la credula gente, vanno spacciando rimedii misteriosi e sicuri per guarire le più ostinate malattie, e per assicurare la prosperità dei raccolti e degli armenti. Siffatti ciurmadori camminano armati d’una scatola, con dentro alcune vipere vive, alle quali tolgono anticipatamente i denti incisori, e per meglio ingannare, scherzano coi modi più strani con quei rettili, da cui si dicono rispettati in forza di magia. In questo modo fanno la rivista delle mandre, ed esigono dei contributi, che vengono somministrati con massima sollecitudine. Per curare le malattie, praticano alcuni bizzarri riti, e tra gli altri quello da loro detto Messa di S. Paolo, che si fanno pagare senza scrupolo di ledere le tasse, o cadere in reato di simonia. Una tal sorta di Messa si riduce alla recita di alcune preci sacre, guaste e monche, e mescolate di altre formole bizzarre di un linguaggio furfantinesco, fatta da tre persone stranamente vestite di cappuccio, e accoccolate in terra, facendo gesti e smorfie nel più grottesco modo del mondo ora simulando deliquio, ora imitando i moti d’un epilettico … la plebe che viene da essi corbellata si guarda bene di farne oggetto di criminazione presso la giustizia”.

I SERPENTI E LE FIERE

I “sampaolari” erano una sorta di “incantatori” di serpenti, ma non solo. Catturavano i rettili, gli estraevano i denti o il veleno e li portavano in giro per le fiere. Il loro peregrinare iniziava, solitamente, a fine aprile e continuava per tutta l’estate. Il periodo d’attività era, inevitabilmente, legato alla disponibilità della materia prima che, come ricordava un vecchio adagio, “li nimbi di marzu risbigghianu li serpi e ntra aprili cchiù guardi e cchiù ndi vidi”, iniziava a rendersi disponibile in primavera.

Con il primo sole, quindi, prendevano il via “rappresentazioni”. Nelle piazze più frequentate, soprattutto in occasione delle feste, non era insolito imbattersi nella figura del “sampaolaro” che  faceva scorrere sul suo corpo un serpente. Lo metteva nella manica della camicia per farlo uscire da dietro il colletto, un collaudato canovaccio che richiamava un numeroso pubblico che, ogni volta, assisteva con curiosità e diffidenza allo stravagante spettacolo. L’esibizione in piazza, però, costituiva soltanto una parte dell’attività.

Come ricorda Cesare Mulè, in “Catanzaro e le Serre”, “i ceravoli (o sampaolari) vecchi rugosi dagli occhi di fiamma girano per le montagne e le fiere portando in scatole e cassettine vipere e serpi alle quali è stato beninteso sottratto il veleno. In cambio di poche lire sono pronti a dare ricette magiche, rimedi, cataplasmi, suffumigi. Talvolta recitano la cosiddetta “messa di San Paolo”, un misto di preghiere smozzicate e senza senso e di formule magiche”. La scelta di esibirsi con un serpente, non era casuale, poiché richiamava i numerosi santi ritenuti miracolosamente capaci di dominare le serpi, da san Paolo ai santi Cosma e Damiano; da san Foca, fino a san Vito. Che ci fosse un rapporto diretto, tra la religiosità popolare ed i “sampaolari” lo si deduce, inoltre, dal nome che rimanda all’episodio secondo il quale, trovandosi a Malta, “san Paolo, nel gettare nel fuco un fascio di sarmenti, fu assalito dal morso di un serpe velenoso e né uscì immune, dando così prova del suo potere di dominazione sui serpenti”.

I CERAVOLARI

La seconda denominazione, “ceravolari”, molto probabilmente si riferisce alla loro seconda natura. “Ceravolaro”, con una buona dose di certezza, deriva da “cerretano”, ovvero l’abitante della cittadina umbra di Cerreto. Proprio dal centro spoletino potrebbero aver preso uno dei due nomi i “sampaolari”. Come testimoniano gli statuti della cittadina umbra, dopo la “peste nera”  del 1348 – 49, i cerretani erano stati autorizzati a raccogliere la questua a favore dell’ordine del Beato Antonio, impegnato nella cura degl’infermi. Giorgio Cosmacini, nel suo “Ciarlataneria e medicina, cure, maschere, ciarle”, evidenzia che la funzione dei cerretani degenerò ed i pellegrini questuanti lasciarono il posto ai truffatori che approfittando della credulità popolare andavano in giro a vendere unguenti “miracolosi”. Tra i “cerratani”, ricorda Gentilcore in “Malattia e guarigione, ciarlatani, guaritori e seri professionisti”, coloro i quali esercitavano il maggior fascino sulle persone erano gli “ incantatori di serpenti”. In realtà erano molto di più di semplici “incantatori", poiché “davano antidoti contro malattie, contro morsicature di serpente, o di altri animali velenosi”. Si comprende, quindi, il motivo della loro diffusione e della loro popolarità, soprattutto nel mondo contadino dove l’incontro ravvicinato con i serpenti rappresentava una situazione tutt’altro che infrequente. Tuttavia, a dare i natali agli “incantatori” di serpenti sarebbero stati i marsi, l’antica popolazione stanziata in Abruzzo, i cui discendenti vagavano per l’Italia centro meridionale, accompagnati dai rettili che facevano scivolare sul loro corpo. Un’esibizione simile, se non addirittura uguale, a quella dei “sampaolari” i quali, però, potrebbero aver appreso la loro arte in Sicilia dove operavano i “serpari” o “ciaralli”, vere e proprie dinastie familiari che asserivano di discendere direttamente dai Marsi. Tra i dubbi, le ipotesi e le congetture, l’unica certezza e che dei “ceravolari” è rimasto soltanto il ricorso, forse.

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