Spadola ed i misteri del fuoco sacro di "Puricinedha"

Come da tradizione inizierà domani, con il rito di “Puricinedha”, la novena in onore di San Nicola, santo patrono di Spadola. All’imbrunire, il borgo della Minerva sarà avvolto dal fumo acre prodotto dalle fiamme che divoreranno i fantocci realizzati con la paglia. In un’atmosfera carica di suggestioni la serata, dominata da un icastico apparato sincretico, sarà, dunque, illuminata dal fuoco sacro di “Puricinedha”. Si tratta di una misteriosa ricorrenza in cui al sentimento cristiano si combina una rappresentazione liturgica che affaccia lo sguardo su culti di chiara derivazione pagana. Ogni rione, ricorrendo all’uso della paglia, allestirà fantasiose rappresentazioni che al crepuscolo verranno date alle fiamme. Il fuoco, quindi, elemento catartico e liberatore, sarà il protagonista indiscusso di un’usanza che riunisce un’intera comunità. Quanto il cerimoniale sia antico lo testimoniano le decine di indizi che lasciano ipotizzare una stretta filiazione con i riti in onore di Demetra, la versione greca di Proserpina, divinità romana della terra e del raccolto. Nei culti e nei sacrifici dedicati a Demetra un posto centrale era, infatti, riservato al fuoco. Quanto la vicinanza simbolica si avvicini al mito di Demetra lo testimoniano numerosi indizi, non da ultimo la carne di maiale, metafora della fertilità e protagonista indiscussa del desco allestito per l’occasione. Un mito, quello di Demetra, dal quale derivano anche i misteri di Eleusi, dal nome della città greca dove ogni anno, per nove giorni, venivano celebrati "i grandi misteri" descritti, tra gli altri, da Schurè ne “I grandi iniziati”. Singolarmente anche a Spadola i festeggiamenti che separano “Puricinedha” dalla festa in onore di San Nicola, durano nove giorni. Una manifestazione, quindi, di chiara derivazione pagana legata ai cicli agricoli ed alla divinità della terra. In tutta la cerimonia rivive quello che alcuni antropologi hanno definito lo “ spirito del grano”, liberato grazie all’impeto del fuoco. Un tempo, infatti, quando la paglia aveva un valore fondamentale era uso realizzare i vari personaggi con gli scarti della mietitura. Si tratta di una tradizione che ha forti richiami con quanto accade in alcune regioni agricole del nord Europa dove lo spirito, trasposizione della divinità, viene rappresentato da un animale, solitamente un gallo. Secondo alcune tradizioni descritte dall’antropologo James George Franzer, nei tempi remoti, il mietitore che falciava le ultime spighe nelle quali era custodita l'essenza dello spirito del grano, veniva sacrificato al fine di propiziare la rinascita del ciclo agricolo. All’apice del momento sacrificale era posto, infine, lo spargimento al suolo delle ceneri. Successivamente, all’ultimo mietitore, è stato sostituito un volatile che solitamente usa nascondersi nei campi. “In Transilvania – scrive Franzer, ne” Il ramo d’oro” - si lega un gallo vivo nell’ultimo covone e lo si uccide con uno spiedo; poi lo si spenna, si butta via la carne e si conserva la pelle e le penne fino all’anno dopo; a primavera si mescola il grano dell’ultimo covone alle penne del gallo e lo si sparge sul campo che dev’essere lavorato”. Un altro uso, parallelo a quello del sacrificio dello spirito, prevedeva che con le ultime spighe si facessero delle bambole di paglia che, a scopo propiziatorio, venivano tenute in casa. Una tradizione, quindi, che pur lontana dal suo significato originario, nell’epoca dell’informatica e delle grandi tecnologie, continua, ancora, a far rivivere le arcane suggestioni di un rito senza tempo.

  • Published in Cultura
Subscribe to this RSS feed