Incendio in un deposito di scarpe nel Vibonese

Un incendio ha devastato un deposito di scarpe ubicato nella frazione Brattirò del comune di Drapia (Vv).

Le fiamme, che hanno interessato un capannone di 600 metri quadri, sono state domate dai vigili del fuoco del Comando provinciale di Vibo Valentia e del distaccamento di Vibo Marina.

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Controlli per prevenire gli incendi boschivi, sanzioni nel Vibonese

Con l’approssimarsi della stagione estiva, nell’ottica di un rafforzamento dell’attività di prevenzione del fenomeno degli incendi boschivi, il Gruppo carabinieri forestale di Vibo Valentia ha predisposto dei servizi finalizzati ad accertare l’ottemperanza alle prescrizioni di cui alla legge quadro n. 353/2000 ed alla L.R. n. 51/2017, da parte dei soggetti obbligati.

Nello specifico, in provincia, sono state effettuate 52 verifiche su obiettivi sensibili, sottoponendo a controllo 19 soggetti e 4 veicoli.

All’esito dei controlli, che si protrarranno in concomitanza con la dichiarazione di stato di grave pericolosità per il rischio di incendi boschivi da parte della Regione Calabria, sono stati contestati illeciti amministrativi, per un importo complessivo di circa 4.500 euro.

Le contestazioni sono state mosse a soggetti pubblici e privati che hanno omesso di predisporre i lavori di pulizia delle banchine, cunette, fasce protettive ed il ripristino dei viali parafuoco, al fine di salvaguardare la vegetazione agricola e forestale e per limitare i rischi per la pubblica incolumità.

 

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Cane finisce in un dirupo nel Vibonese, lo salvano i vigili del fuoco

I vigili del fuoco del Comando provinciale di Vibo Valentia sono intervenuti ieri in località Castelmonardo, a Filadelfia, per recuperare un cane finito in un dirupo.

Il segugio si era allontanato dall’abitazione, forse per seguire una preda.

Così, il proprietario, un settantaduenne del luogo, si era messo alla ricerca, individuando l'animale in fondo ad un burrone.

L'uomo ha quindi chiesto l'intervento dei vigili del fuoco, i quali, una volta giunti sul posto, hanno recuperato il cane riconsegnandolo al proprietario.

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Droga e ordigni esplosivi in casa, 47enne in manette nel Vibonese

Gli uomini della sezione narcotici della squadra mobile di Vibo Valentia, con il supporto dell’Unità cinofila e del locale Reparto prevenzione crimine hanno tratto in arresto, a Rombiolo (Vv), Giovanni Castagna, di 47 anni.

In particolare, durante una perquisizione, l'uomo è stato trovato in possesso di poco meno di 10 grammi d'eroina, 1,5 di cocaina e 1,3 di marijuana.

Lo stupefacente è stato trovato nascosto sotto il tavolo della sala da pranzo e sul davanzale della finestra della cucina.

Inoltre, durante l'attività, gli agenti hanno sequestrato un bilancino di precisione, ritagli di buste di plastica, verosimilmente utilizzati per il confezionamento della droga e due ordigni esplosivi.

Al termine delle formalità di rito, Castagna è stato tratto in arresto e posto ai domiciliari, su disposizione dell'autorità giudiziaria.

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Maxi piantagione di marijuana rinvenuta nel Vibonese

È la più grande piantagione di marijuana scoperta nel 2019 in tutta la Calabria, quella che i carabinieri delle Stazioni di Limbadi e Rombiolo hanno rinvenuto nascosta nella fitta vegetazione.

Dopo aver effettuato la scoperta, gli uomini dell'Arma hanno dichiarato in arresto i proprietari del terreno, G. M. e P.M., rispettivamente di 61 e 27 anni, entrambi di Limbadi, ritenuti contigui alla locale cosca di 'ndrangheta dei Mancuso.

I due sono stati posti ai domiciliari in attesa delle determinazioni dell'autorità giudiziaria. 

Le 2750 piante rinvenute, per un peso complessivo di oltre 2 tonnellate, una volta immesse sul mercato, avrebbero fruttato oltre otto milioni di euro

Preti indagati nel Vibonese, Gratteri replica alla Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea

In merito all’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che vede indagati, con l'accusa di tentata estorsione, i preti vibonesi don Graziano Maccarone e don Nicola De Luca, il procuratore Nicola Gratteri replica alla nota stampa diramata della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea il 31 maggio scorso.

Di seguito il comunicato del procuratore Gratteri:

"In merito agli articoli pubblicati in data 31 maggio 2019, recanti la “nota stampa della Diocesi di Mileto – Nicotera – Tropea sulla vicenda che ha coinvolto due presbiteri”, si ritiene opportuno formulare talune precisazioni. In data 7 marzo 2019, veniva notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari del 25 febbraio 2019, nei confronti di quattro indagati, due dei quali, nei 20 giorni successivi alla predetta notifica, chiedevano di essere sentiti dal P. M. titolare delle indagini. All’esito dell’interrogatorio reso dagli interessati, questa Direzione Distrettuale Antimafia, stralciava la posizione degli indagati escussi ed esercitava l’azione penale nei soli confronti dei due sacerdoti, i quali non hanno inteso esercitare alcuna delle facoltà previste dall’art. 415 bis c.p.p. e, pertanto, non hanno offerto alcuna ricostruzione alternativa delle risultanze istruttorie, né hanno segnalato circostanze nuove o diverse rispetto a quelle accertante nel corso delle investigazioni. In particolare, i due prelati: • non hanno depositato memorie o documenti, • non hanno prodotto documentazione relativa ad investigazioni difensive, • non hanno chiesto al P.M. il compimento di ulteriori atti di indagine, • non si sono presentati per rilasciare dichiarazioni, né hanno chiesto di rendere interrogatorio. Pertanto, in data 23 aprile 2019, veniva esercita l’azione penale e, ai sensi dell’art. 416 c.p.p., venivano trasmessi gli atti all’Ufficio G.I.P./G.U.P. presso il Tribunale di Catanzaro. Soltanto a seguito della notifica della data dell’udienza preliminare, fissata per il 3 ottobre 2019, perveniva all’Ufficio del P.M. una comunicazione a mezzo p.e.c. del 24 maggio u.s., con la quale il difensore degli indagati non formulava alcuna richiesta di interrogatorio per i propri assistiti, limitandosi a chiedere un colloquio dello stesso legale con il P.M. titolare delle indagini. Va altresì evidenziato che, nella nota redatta dalla Diocesi di Mileto – Nicotera – Tropea si fa riferimento alla circostanza che uno dei sacerdoti protagonisti della vicenda (MACCARONE Graziano) è stato, a sua insaputa, registrato dalla persona offesa - vittima del reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso - e si allude al fatto che il contenuto di queste registrazioni sarebbe stato “artatamente alterato e artificiosamente interpretato, fino ad accusarlo di messaggi a sfondo sessuale con la figlia disabile”. Si legge, inoltre, che “l’accusa di violenza e tentata estorsione di stampo mafioso usata da don MACCARONE nei confronti del MAZZOCCA è senza riscontri nella realtà” e che per tale ragione gli imputati hanno provveduto a sporgere querela nei confronti del denunciante, presso la Procura della Repubblica di Vibo Valentia. Sul punto preme sottolineare che i plurimi accertamenti compendiati nel fascicolo delle indagini preliminari recano oltre alle iniziali registrazioni versate agli atti dalla vittima della vicenda estorsiva, le acquisizioni dei tabulati telefonici, gli esiti delle attività tecniche di intercettazione, nonché le dichiarazioni dalle persone informate sui fatti. Proprio dagli esiti intercettivi emergeva che don Graziano MACCARONE si era attivato per recuperare la somma di denaro data in prestito al MAZZOCCA, percorrendo quella che lo stesso prelato definisce come la c.d. “strada parallela”. In particolare, rivolgeva al MAZZOCCA Roberto delle minacce esplicite, comunicate tramite don Nicola DE LUCA (il quale avrebbe dovuto fargli sapere che “se dovesse partire la macchina non si fermerà più”, avvisandolo di “stare attento, che avrebbe fatto una brutta fine”) e in ultimo - dopo aver preso contatti con soggetti di Nicotera Marina, tra cui il cugino TOMEO Antonio Giuseppe, vicino a MANCUSO Pantaleone classe agosto ‘61 – riferiva all’amico sacerdote di mettersi da parte, informandolo, nelle date del 18 marzo e del 26 marzo 2013, che sarebbero intervenuti direttamente “i suoi cugini” e avrebbe recuperato il denaro “per vie traverse”, specificando altresì che si era “mosso con i suoi canali”, che “aveva informato la cerchia che lui sapeva” e che fosse stato per la sua volontà, li avrebbe mandati quella notte stessa a picchiare il MAZZOCCA ma le persone alle quali si era rivolto gli avevano detto “NON E' IL MOMENTO ...PERCHE' ORA IL FUOCO E' TROPPO ALTO E CI BRUCIAMO TUTTI... PERCHE' SE AGIAMO... QUESTO FA UNA PICCOLA COSA... A VOI RIMANE LA MACCHIA... NON E' CHE NON VI RIMANE!!!!!.... QUINDI NON E' ORA... CERCATE UN COMPROMESSO PER TEMPOREGGIARE... E POI INTERVENIAMO....”. Tale ricostruzione specifica dell’evoluzione dell’indagine è resa pubblica al fine di dare massima trasparenza all’azione della Procura della Repubblica e della Squadra Mobile di Vibo Valentia, che hanno operato senza “artatamente alterare e artificiosamente interpretare” le risultanze oggettive confluite nel fascicolo delle indagini". 

Guerra di 'ndrangheta nel Vibonese, tre persone in manette

I carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia hanno eseguito un'ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere nei confronti di Bruno Patania, 44 anni di Stefanaconi; Francesco Lo Preaito, 33 anni di San Gregorio d'Ippona e Cristian Loielo, 29 anni di Gerocarne, tutti e tre ritenuti affiliati al clan di Patania di Stefanaconi. 

Il provvedimento è stato disposto dalla Corte d'appello di Catanzaro in seguito alla sentenza emessa lo scorso 1 marzo nell'ambito del processo scaturito dall'operazione denominata “Romanzo Criminale” con la quale Bruno Patania è stato condannato a nove anni di reclusione, mentre Cristian Loielo e Francesco Lo Preiato a 10 anni ciascuno.

L'unico imputato a piede libero era Bruno Patania (assolto in 1° grado) per il quale sono state ravvisate le esigenze cautelari essendo stato condannato per il reato d'associazione di tipo mafioso. Per i giudici sussiste la presunzione di pericolosità. 

Francesco Lo Preiato e Cristian Loielo sono detenuti per altra causa ma, secondo quanto scrive nel provvedimento la Corte d'appello, l'evenienza non esclude l'applicazione cautelare della misura intramuraria.

Tutto ruota intorno alla guerra di ‘ndrangheta tra la famiglia dei Patania di Stefanaconi, alleati della potente Locale di Limbadi e il cosiddetto gruppo dei Piscopisani, a loro volta alleati con le articolazioni criminali emergenti di Vibo capeggiati da Andrea Mantella, da qualche anno collaboratore di giustizia. 

Una faida che tra il 2011 e il 2012 ha insaguinato i comuni dell'hinterland vibonese con una serie di omicidi e tentati omicidi.

Secondo la ricostruzione dei giudici e le convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia esaminati nel corso del dibattimento, all'origine dei contrasti tra la famiglia Patania e i Piscopisani ci sarebbe l'omicidio di Michele Mario Fiorillo avvenuto il 19 settembre del 2011 su mandato di Fortunato Patania, marito di Giuseppina Iacopetta e padre dei fratelli Giuseppe, Salvatore, Bruno e Nazzareno, per una questione legata a ripetuti sconfinamenti di confini.

Per questo omicidio è stato condannato Francesco Cosimo Caglioti, deceduto in carcere.

All'omicidio di Fiorillo ha fatto seguito, due giorni dopo, come immediata rappreseglia quello di Fortunato Patania, commissionato proprio dai Piscopisani.

Da qui seguirono una serie di agguati come il tentato omicidio a Rosario Fiorillo, alias Pulcino, di Piscopio; Giuseppe Matina, alias Gringia, di Stefanaconi, Francesco Scrugli e Francesco Calafati.

Prima e dopo questi fatti di sangue, nell'ambito della stessa guerra di mafia, sono stati commessi altri tre omicidi: quello di Giuseppe Matina avvenuto a Stefanaconi nel febbraio del 2012, quello di Francesco Scrugli commesso a Vibo Marina nel marzo dello stesso anno e quello di Davide Fortuna registrato in spiaggia in pieno giorno a Vibo Marina a luglio. Tre agguati mortali che gli inquirenti ascrivono ai Patania e che rappresenterebbero la reazione contro i mandanti e gli esecutori materiali dell'omicidio del loro congiunto. L'impianto accusatorio è basato su una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché sulle dichiarazioni fornite da diversi collaboratori di giustizia: Loredana Patania (moglie di Giuseppe Matina), Daniele Bono, i killer Beluli Vasvi (detto Jimmy) e Ibrahimi Arben (detto Alberto) assoldati dai Patania per commettere gli omicidi; Raffaele Moscato, Andrea Mantella e infine Nicola Figliuzzi.

In particolare, fondamentali si sono rivelate le dichiarazioni fornite nel corso del dibattimento da Nicola Figliuzzi che ha confermato di aver partecipato al tentato omicidio di Francesco Scrugli e a quello di Francesco Calafati su mandato della famiglia Patania.

Il collaboratore di giustizia ha indicato come figure titolari di poteri decisionali Salvatore, Giuseppe, Saverio e Nazzareno Patania, oltre che la loro madre, Giuseppina Iacopetta, la quale avrebbe ringraziato personalmente Beluli Vasvi per aver eseguito l'omicidio di Francesco Scrugli, ritenuto dalla famiglia di Stefanaconi come l'esecutore materiale dell'omicidio di Fortunato Patania.

Lo stesso Figliuzzi ha confermato di essersi recato tre o quattro volte con Salvatore Patania a Nicotera Marina per parlare con Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, degli omicidi che si dovevano fare specificando di non aver personalmente assistito ai discorsi tra i due.

Quanto a Bruno Patania, il collaboratore di giustizia ha riferito un episodio in particolare: su ordine di Salvatore Patania aveva preso le armi custodite in un borsone che erano servite per il tentato omicidio di Calafati e le aveva messe nella macchina di Lo Preiato per essere portate presso la loro azienda.

Per Figliuzzi, inoltre, Cristian Loielo non aveva voce in capitolo o potere decisionale ma eseguiva soltanto gli omicidi su ordine dei Patania.

Nello specifico sarebbe l'esecutore materiale dell'omicidio di Giuseppe Matina commesso unitamente a Ibrahimi Arben.

Figliuzzi consoceva Francesco Lo Preiato (cognato di Salvatore Patania) che aveva avuto il compito di recuperare gli esecutori materiali dell'omicidio di Giuseppe Matina e aveva partecipato agli appostamenti per l'omicidio di Franceso Scrugli rubando un'auto a San Costantino poi utilizzata per l'agguato contro Calafati

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'Ndrangheta, 43enne sfugge ad un agguato nel Vibonese

Agguato a Vibo Valentia, dove nella serata di ieri un quarantatreenne, Dominic Signoretta, è stato bersagliato a colpi di fucile e pistola nei pressi della sua abitazione. 

L'uomo, ritenuto organico alla cosca Mancuso di Limbadi, si e salvato rientrando precipitosamente in casa.

Sull'agguato hanno avviato le indagini i carabinieri della locale Compagnia.

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