I meriti della nazionalizzazione ed i limiti delle privatizzazioni

Un articolo di Marco Onado sul sole 24 ore di giorni addietro, in seguito alla caduta del ponte “Morandi” a Genova, analizzava i motivi che hanno indotto, a suo dire, i governi del tempo a procedere alle privatizzazioni e ne evidenziava i limiti e gli errori commessi da entrambi i contraenti: privati e Stato.

Il giornalista, in linea con la posizione del giornale della Confindustria, si dichiarava favorevole alle privatizzazioni pur ammettendo la necessità di una revisione sostanziale delle concessioni.

A me è sembrato un articolo molto di parte con alcune volute omissioni e alcune stridenti contraddizioni, innanzitutto sulle nazionalizzazione e poi sulla presunta o vera invadenza dei partiti politici sulle grandi partecipate.

Ha omesso di parlare delle prime privatizzazioni avvenute negli anni Sessanta e più precisamente nel periodo del primo centrosinistra con la partecipazione al governo dei socialisti.

Quello si caratterizzò come un lungo periodo riformatore. Furono approvate la nazionalizzazione dell'Enel, la riforma della scuola, quella sanitaria e molte altre riforme che cambiarono le condizioni socioeconomiche del Paese.

La nazionalizzazione dell'Enel permise non solo l’utilizzo della stessa componentistica sugli elettrodotti, sulle centrali e sulle cabine di trasformazione unificando i diversi standard e le diverse modalità esecutive allora esistenti tra regione e regione ed adottando identiche misure di sicurezza, ma anche di elettrificare zone e paesi privi di energia elettrica.

L'Enel, L'Eni, L'Iri, Finmecannica, Ferrovie, Sip furono i “gioelli” di Stato amministrati da grandi manager, nominati più per capacità che per appartenenza politica, che contennero e non subirono l’invadenza politica.

Vale per tutti l'esempio di Mattei. A quella stagione riformatrice, seguì un lungo periodo di stallo e di crisi politica in cui prevalsero egoismi, assistenzialismo, incapacità a governare il nuovo che avanzava.

Fu la crisi del centrosinistra riformatore che lasciò il passo a quello demagogico ed inconcludente.

Da quella crisi nacque l'idea delle privatizzazioni che impazzavano in Europa, soprattutto in Inghilterra, e la convinzione che il privato potesse sostituirsi allo Stato. Insieme a questa convinzione, in questo senso l'analisi del giornalista è condivisibile, c’era l’illusione di ripianare il debito pubblico, troppo elevato, con i soldi ricavati dalla vendita delle aziende di Stato.

I fatti smentiscono in modo clamoroso le ipotesi di allora. Il privato per suo natura pensa solo al profitto che pensa di ottenere risparmiando su manutenzione e controllo. Solo così si giustifica quel che è successo a Genova.

Anche la presunta invadenza, presa in considerazione nell'articolo, dei partiti non è venuta meno con le privatizzazioni con l’unica differenza che nel periodo delle nazionalizzazioni i politici badavano a fare clientelismo e nel periodo delle privatizzazioni, a quanto emerge dalle inchieste giudiziarie, “affarismo”.

Le nazionalizzazioni, se gestite con nuovi criteri e correggendo gli errori del passato, sono sempre da preferire alle privatizzazioni.

Le nomine,ad esempio, dei cosiddetti “boiardi” di Stato e di tutti gli altri dipendenti, a qualsiasi grado e livello, avvengano per merito e non per appartenenza, le strategie industriali rispondano prioritariamente agli interessi nazionali e poi al contesto internazionale.

Dubito però, la Rai docet, che le forze politiche abbiano la voglia di farlo. Il silenzio della stampa e dei media dopo i fatti di Genova non è casuale.

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