L'Italia frana e la Calabria sprofonda

Un vecchio adagio molto in uso tra noi calabresi recita più o meno così: quando al Nord piove in Calabria diluvia.

Il detto ha un significato più generale di quello letterale ed è questo: la Calabria è ultima nei pensieri e nell'attenzione di tutti, mass media, istituzioni, stampa, politici.

A loro  poco interessa delle nostre vicende, siamo, nonostante la dilagante e demagogica retorica, un'appendice noiosa e fastidiosa dell’Italia, un insignificante luogo geometrico di cui farebbero volentieri a meno.

L' alluvione di giovedì scorso, che ha colpito la Calabria è una delle peggiori degli ultimi decenni. Un diluvio "universale" si è abbattuto sui nostri paesi. In una notte si è riversata una quantità d’acqua pari, dicono i meteorologi, a quella che normalmente si riversa in mesi molto piovosi. La sua furia ha divelto alberi, fatto esondare fiumi, causato morti, creato smottamenti di strade e ponti, provocato disagi enormi ai trasporti ed alle comunicazioni. Interi paesi sono rimasti completamente isolati.

Queste calamità naturali, imprevedibili ma immaginabili, sono dovute ai cambiamenti climatici, ma anche e soprattutto all’incuria dell’uomo.

La Calabria è terra di terremoti e di continui dissesti idrogeologi ma, nonostante ciò è mancata, nel tempo, una seria politica di salvaguardia del territorio.

Nonostante il Piano stralcio di bacino per l’assetto idrogeologico (Pai) finalizzato alla valutazione del rischio di frana ed alluvione risalga agli anni Novanta, non ha trovato un’attuazione pratica e concreta nella strumentazione urbanistica dei comuni.

Basti pensare che solo pochi comuni sono dotati di nuovi Piani strutturali comunali (Psc).

Fare un Psc nei comuni è davvero un’impresa titanica per gli appetiti che risveglia. In assenza totale o parziale di strumenti urbanistici adeguati si favorisce scientemente l’urbanizzazione selvaggia in zone vicine agli argini dei fiumi o in quelle soggette a pericolo di frana. Si assiste, insomma, ad un vero e proprio saccheggio del territorio.

Se si aggiunge la mancata manutenzione delle strade, delle pulizie di fossi di scolo e di cunette, di regimentazione degli argini dei fiumi, il rischio di catastrofi è altissimo.

Questi mali quasi endemici purtroppo non riguardano più solo la Calabria, ma l’intero territorio nazionale. Ne è esempio concreto la caduta del ponte Morandi. La differenza sta nel diverso approccio nell’affrontare le catastrofi.

Per Genova si sono mobilitati tutti gli apparati dello Stato, il Governo, il parlamento, i mass-media. Si sono precipitati sul luogo della tragedia: parlamentari, ministri, segretari di partito.

Il Governo ha predisposto immediatamente un provvedimento per il risarcimento dei danni ai senza tetto e per l’immediata ricostruzione del ponte; giornali e televisioni, per giorni, hanno riportato la notizia all’apertura del telegiornale o in prima pagina.

Per questa terra di “nessuno", solo per qualche giorno, poche righe. Nessuno uomo politico, nessun ministro ha sentito il bisogno di visitare i luoghi  del disastro. La marginalità della nostra terra è cosi evidente, che ripeterlo diventa quasi superfluo, quel che meraviglia è l’assuefazione del popolo, la sua atavica sopportazione, l’assenza di una pur minima reazione.

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