L’Italia stremata e il teatro delle ombre di Villa Pamphili

Nell’Italia flagellata dal coronavirus non ci sarebbe tempo da perdere.

Le imprese sono in ginocchio, i lavoratori non ne parliamo.

Il momento imporrebbe riflessioni accurate, scelte coraggiose e una catena di comando rapida ed efficace.

Per momenti come l’attuale, andrebbe rispolverato il vecchio “Festina lente”, il motto attribuito all’imperatore Augusto, articolato sull’ossimoro “affrettati lentamente” che rappresenta un invito ad agire senza indugi, ma con cautela.

L’Italia contiana, invece, sembra aver recepito il concetto al contrario, nel senso che si agisce con indugi e senza cautela.

A testimoniarlo, più che le analisi degli economisti o degli osservatori, sono il disagio, la disperazione, a volte addirittura la prostrazione in cui annaspano milioni d’italiani.

Il coronavirus, poi, ha messo a nudo le discrepanze e le ineguaglianze di un Paese in cui alcuni lavoratori, quelli super garantiti e ipersindacalizzati, al termine della crisi hanno paradossalmente visto crescere la loro disponibilità economica e quelli cui non sono rimasti neppure gli occhi per piangere.

Da un parte, chi ha continuato a percepire il medesimo stipendio e con i consumi limitati quasi esclusivamente alle sole spese alimentari, si è trovato con in banca un insperato gruzzoletto; dall’altra, chi, da sempre senza garanzie, si è trovato ad affrontare il mare in tempesta senza neppure un salvagente bucato.

Per il prossimo futuro, poi, le previsioni sono ancora più fosche: il crollo del Pil, che già in condizioni ordinarie era tutt’altro che entusiasmante, potrebbe trascinare sul lastrico, non solo i precari ed i lavoratori senza voce né diritti, ma anche commercianti e piccoli imprenditori.

Un intero tessuto socio-economico rischia di rimanere schiacciato sotto il peso di una valanga  di proporzioni apocalittiche.

In un frangente del genere, quindi, servirebbero analisi ponderate e risposte celeri.

In Germania, i tecnici della Merkel hanno redatto una cartellina nella quale sono contenute tutte le misure necessarie per rilanciare l’economia.

In Italia, invece, sono state messe in piedi quattro differenti task force, con uno stuolo di esperti o sedicenti tali che, allo stato, non sono riuscite a cavare il classico ragno dal buco.

Come se non avessimo già perso tempo a sufficienza, Conte ha deciso d’inventarsi gli Stati generali.

Un evento mortificante per la democrazia parlamentare sancita dalla Costituzione, che affida al Parlamento il compito di legiferare e quindi discutere gli indirizzi da dare al Paese.

Così, a Villa Pamphili, in barba ai 945 parlamentari, più i senatori a vita, che i contribuenti pagano perché diano le coordinate all’Italia, si ritrova un folto manipolo di tecnocrati non eletti da nessuno e scelti con criteri e modalità sconosciuti ai più.

Ad aggravare il deficit di democrazia, la scelta di non rendere pubblici gli incontri nei quali si parla o si dovrebbe parlare del futuro del Paese e del destino degli italiani.

Infine, come se non bastasse, nonostante il flagello del coronavirus imponga risposte immediate, la kermesse si trascinerà per ben dieci giorni.

Un tempo biblico, soprattutto in un’epoca come la nostra dominata dal mito diabolico della velocità.

Con il Paese a pezzi, dieci giorni sono un’eternità, tanto più  che, giusto per fare un esempio, la conferenza di Yalta, con la quale venne ridisegnato il mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale, durò appena una settimana.

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