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La “Monachella di san Bruno” sarà beata. Da ragazza era stata esorcizzata alla Certosa di Serra

Papa Francesco ha autorizzato la beatificazione della “Monachella di San Bruno”, al secolo Maria Antonia Samà.

Bergoglio, si legge nel comunicato della Santa Sede, ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto riguardante «il miracolo, attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Maria Antonia Samà, Fedele Laica; nata il 2 marzo 1875 a Sant’Andrea Jonio (Italia) e ivi morta il 27 maggio 1953».

L’appellativo della futura beata rimanda a san Bruno, poiché la vita della “Monachella” è legata a doppio filo al santo tedesco per un episodio accaduto nel 1887.

Come riportato nel volume – Dieci misteri certosini – Maria Antonia ha soli 12 anni quando “accompagna la madre a fare il bucato in prossimità di un mulino, ubicato sul fiume Saluro. «Al ritorno verso casa, ha sete e si china a bere, come si faceva abitualmente, in una pozza d’acqua in località Briga. Arrivata a casa, rimane contratta e immobile per quasi un mese. Poi comincia a dire stranezze, si contorce, proferisce bestemmie e non prende cibo se non dopo la mezzanotte». Non ci sono dubbi, la diagnosi è senza appello, la ragazza è “spirdata”. Uno spirito dannato intrappolato nella pozza d’acqua nella quale ha bevuto, si è impossessata del suo corpo. Inizia, così, un lungo iter caratterizzato da innumerevoli tentativi di guarigione. Nel corso delle settimane, si alternano suppliche, preghiere, aspersioni e benedizioni. Dopo sei mesi, però, i rimedi, non hanno sortito, ancora, nessun effetto. Non rimane che sottoporre la sventurata al rimedio, in questi casi, più efficace, ovvero tradurla a Serra, al cospetto di San Bruno, in occasione delle Pentecoste. Dell’operazione, si fa carico la baronessa Enrichetta Scoppa, «la quale organizza una spedizione alla certosa per far esorcizzare la ragazza». La ragazza, caricata su una cassa che funge da lettiga, viene condotta a Serra attraverso i tratturi che solcano i boschi. Dopo otto ore di viaggio, la spedizione giunge, finalmente, a Serra, dove, intorno a mezzogiorno, inizia il rito dell’esorcisma, con la relativa abluzione nelle acque del laghetto di Santa Maria del Bosco. Il miracolo, però, non si compie e Mari Antonia viene condotta davanti alla Certosa. Qui, iniziano «i rituali per l’esorcismo, che proseguirono per circa cinque ore alla presenza del priore don Pio Assandro, il quale decise di far prendere dall’altare maggiore il busto reliquiario contenente le ossa di San Bruno per sistemarlo davanti alla portineria dove era situata Mari Antonia. A quel punto succede il miracolo: Mari Antonia alla vista del busto argenteo di  San Bruno, si solleva da sola, abbraccia la statua gridando “San Bruno mi ha fatto la grazia!”. A seguito del prodigio la popolazione esulta e provvede a bruciare i vestiti e la cassa che aveva trasportato la ragazza. Essa fa ritorno a Sant’Andrea percorrendo la strada per Soverato che simbolicamente, nei casi di liberazione dal demonio, significava abbandonare la strada vecchia e intraprenderne una nuova». Riportata nel paese d’origine la ragazza recupera la tranquillità e ritorna ad una vita normale. Passano, però, due anni e viene colpita da una gravissima forma d’artrosi che la obbliga a rimanere a letto, coricata sulla schiena con le ginocchia sollevate. Ogni mattina riceve la comunione e tre volte al giorno, partecipa, a casa sua, alla recita del rosario con le visitatrici che vanno a tenerle compagnia. Lo stato di grazia in cui vive, la fa diventare oggetto di culto, al punto che inizia ad essere venerata come una santa. La gente le si rivolge per chiedere intercessioni, grazie e miracoli. Le Suore Riparatrici del Sacro Cuore, cui la baronessa Scoppa aveva donato il proprio palazzo, con voti privati la eleggono loro consorella. Da allora, Mari Antonia, con il capo coperto dal velo nero della congregazione, inizia ad essere chiamata la “Monachella di San Bruno”. Nonostante le sofferenze e la malattia, vive fino all’età di settantotto anni. Morirà il «27 maggio 1953, […] tra lo stupore del popolo che la acclamò subito come una santa, alla luce del fatto che il suo corpo risultò prodigiosamente senza piaghe da decubito, e la sua pelle appariva fresca e liscia. Fu portata in processione per le strade del paese, poi la salma rimase esposta al pubblico fino al 29 maggio, quando fu tumulata nella Cappella delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, per loro espresso desiderio. Dopo la sua morte le testimonianze delle grazie ottenute dai fedeli si moltiplicano, la segnalazione di prodigi come la bilocazione, il profumo di rose o gelsomino, l’intercessione in situazioni difficili e le guarigioni miracolose si ripeterono. Dopo cinquant’anni, dal 3 agosto 2003 i sacri resti di Mari Antonia Samà sono stati traslati dalla Cappella delle Suore, alla Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, a S. Andrea dello Ionio. Nella stessa chiesa con una cerimonia solenne il 5 agosto 2007, viene annunciata l’apertura dell’inchiesta diocesana per la canonizzazione della serva di Dio Mariantonia Samà».

Oggi la “Monachella di san Bruno” viene indicata alla venerazione di tutti con il riconoscimento di un miracolo avvenuto nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 2004, quando, a Genova, una signora originaria di Sant’Andrea inizia, in preda ai forti dolori, a supplicare la Venerabile Serva di Dio che aveva conosciuto in giovane età. Dopo l’invocazione si addormenta e al mattino seguente, nell’alzarsi, constata che i dolori erano spariti.


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