Operazione "Perfido", gli interessi della 'ndrangheta sulle cave di porfido trentine

All'alba di oggi i carabinieri del Ros e dei Comandi di Trento, Roma e Reggio Calabria hanno dato esecuzione ad una ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal Tribunale di Trento, su richiesta della locale Procura della Repubblica, a carico di 19 soggetti indagati a vario titolo, tra gli altri, per i delitti di associazione mafiosa in quanto ritenuti appartenenti alla ‘ndrangheta, scambio elettorale politico-mafioso, porto e detenzione illegale di armi da fuoco e riduzione o mantenimento in schiavitù.

Contestualmente il Ros e la polizia di Stato di Reggio Calabria, hanno eseguito un fermo d'indiziato di delitto, emesso dalla locale Procura distrettuale, a carico di altre 5 persone, indagate per associazione mafiosa ed altri gravi delitti, sui quali sono state registrate, in fase di indagine, convergenze investigative che hanno portato al coordinamento investigativo, sotto l’egida della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, tra le Procure della Repubblica di Reggio Calabria e Trento.

Il risultato giunge al termine di un'attività investigativa condotta dal Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei carabinieri che ha accertato l'esistenza e l'operatività di una locale di ‘ndrangheta a Lona Lases (Tn), con influenza sull’intera provincia di Trento, legata al clan operante a Cardeto (Rc) e vicino alle cosche reggine “Serraino”, “Iamonte” e “Paviglianiti”.

Dall'indagine è emerso come il processo di insediamento della ‘ndrangheta nella Val di Cembra sia collocabile tra gli anni '80 e '90 del Novecento ed abbia permesso agli esponenti della locale di Lona Lases (Tn) di assumere il controllo del settore dell’estrazione e della lavorazione del porfido, ovvero della maggiore risorsa economica del luogo.

Inoltre, per gli investigatori, il gruppo criminale, oltre ad aver intessuto una fitta rete di contatti con diversi ambiti della società civile (imprenditoria, istituzioni, politica), avrebbe offerto il sostegno elettorale ad alcuni candidati in occasione degli appuntamenti elettorali per il rinnovo di vari enti locali.

Dalle indagini sarebbe emerso anche il legame della locale trentina con una consorteria mafiosa attiva a Roma, i cui membri si sarebbero occupati della gestione di diverse imprese attive in Trentino e nel Lazio che, nei programmi degli indagati, sarebbero state funzionali all’esecuzione di attività di riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori e fatturazioni per operazioni inesistenti.

Infine, il Ros e la guardia di finanza di Trento hanno eseguito un decreto di sequestro di beni, riconducibili ai destinatari del provvedimento cautelare emesso dal Tribunale trentino, per un valore di 1,5 milioni di euro.

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