Ai pescatori italiani prigionieri in Libia non rimane che chiedere la cittadinanza turca

E’ durata meno di una settimana la prigionia dei marinai della nave turca "Mabouka”, presi in ostaggio il 5 dicembre scorso davanti alle coste libiche dagli uomini del generale Haftar.

Ad indurre a miti consigli l’uomo forte della Cirenaica, è stato l’intervento tempestivo e deciso della diplomazia di Ankara.

Senza usare giri di parole o le formule astruse tante care ai politici nostrani, il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha dichiarato: “ Ricordiamo che se gli interessi turchi in Libia verranno presi di mira ci saranno delle gravi conseguenze e gli autori di queste azioni verranno considerati degli obiettivi legittimi“.

In altre parole, o ci restituite i marinai o interverremo militarmente.

A rendere il messaggio più persuasivo, ci hanno pensato i caccia turchi che si sono fatti vedere in volo dalle parti di Jufra e Sirte.

Vista la parata, a Bengasi hanno capito l’antifona ed il 10 dicembre hanno rimesso in liberta la nave con il suo equipaggio.

La vicenda, qualora, ce ne fosse stato bisogno, ha palesato l’irrilevanza del governo italiano che, a distanza di oltre cento giorni, non è ancora riuscito a riportare a casa i 18 marinai sequestrati sui loro pescherecci mentre si trovavano ad oltre 70 miglia dalla costa cirenaica.

Con tutta evidenza, a dispetto degli interessi che l’Italia vanta in Libia, l’azione diplomatica condotta dalla Farnesina non è stata presa molto sul serio.

Pertanto, nonostante le ripetute rassicurazioni fornite ai familiari, non c’è d’aspettarsi che i marinai facciano ritorno a casa neppure  per Natale.

A questo punto, ritenendo impensabile che Haftar si faccia impressionare dalle pusillanimi dichiarazioni di Di Maio, ai poveri pescatori non rimane che chiedere la cittadinanza turca.

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