La scuola ha riaperto, ma i dubbi rimangono

Cercare di orientarsi nel mare magnum dei Dpcm partoriti per contrastare il coronavirus, più che difficile è inutile.

Il fisiologico smarrimento generato da una situazione sanitaria che non ha precedenti nella storia recente dell’umanità, non è stato certo fugato da misure chiare, scelte lineari, indicazioni coerenti.

A distanza di quasi un anno dall’esplosione del Covid, il governo - o meglio, quel che ne rimane - vivacchia alla giornata, con provvedimenti estemporanei, talvolta addirittura avulsi dalla realtà.

Se, durante la prima fase della pandemia, gli italiani avevano accettato con fiducia le scelte politiche loro imposte, ora quella fiducia sembra essere venuta meno.

Ad alimentare un clima di diffidenza non è solo la drammatica situazione generale, quanto il tenore di alcune misure contraddittore, al limite della schizofrenia.

Il tema della scuola, ad esempio, ha ripreso vigore in seguito al Dpcm del 14 gennaio scorso, con il quale è stata decisa la ripresa della didattica in presenza.

Per molti si è trattato di una decisione improvvida, poiché non risulta sia stato fatto nulla per scongiurare i rischi che ne avevano determinato la sospensione.

Tanto più che il rientro in classe è stato deciso nel bel mezzo della pandemia, con un contagio addirittura più diffuso, rispetto al momento in cui era stata disposta la chiusura.

Il 3 novembre scorso, infatti, quando vide la luce il Dpcm con il quale le lezioni in presenza vennero completamente sospese, in Italia si contavano 418.142 positivi (Fonte protezione civile).

Il provvedimento, comunque lo si giudichi, aveva una sua coerenza con un contesto generale tutt’altro che rassicurante.

Oggi, però, applicando lo stesso metro di giudizio, non risulta altrettanto coerente la decisione di riportare i ragazzi tra i banchi.

I dati ci dicono, infatti, che il 14 gennaio scorso i contagiati erano 561.380, ovvero poco meno di  150 mila in più rispetto a quando le scuole sono state chiuse.

Non fossero sufficienti i freddi numeri, a disorientare ulteriormente gli italiani è arrivata la preoccupazione manifestata dal consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, il quale, allarmato dalla “variante inglese”, ha evocato addirittura lo spettro di un nuovo lockdown generalizzato.

A ciò si aggiunga il mancato intervento su uno dei nodi critici più preoccupanti: il trasporto pubblico.

In un contesto generale sostanzialmente immutato o  addirittura peggiorato – a causa della maggiore diffusione del contagio e dell’incertezza legata ai possibili sviluppi della “variante inglese” - non si comprende, dunque, come la scuola sia ritornata ad essere, improvvisamente, un luogo sicuro.

Del resto, che la scelta sia - per usare un eufemismo - opinabile, lo conferma una riflessione affidata a Facebook dal presidente della regione Emilia - Romagna, Stefano Bonaccini.

 “Mi permetto di osservarescrive Bonaccini, nel posto pubblicato domenica scorsa - che sulla scuola continua una situazione di incertezza che va a discapito in primo luogo di studenti, genitori e di chi nella scuola lavora. Ieri l'Istituto superiore di sanità ha parlato del rischio di pandemia fuori controllo, un'affermazione molto forte e preoccupante. Oggi il consulente del ministero della Salute ha evocato la necessità di un lockdown generalizzato. Sempre oggi, però, il Cts si è riunito per spiegarci che le sue stesse valutazioni di qualche mese fa sull'incompatibilità della scuola in presenza per la zona gialla sono superate e che la didattica in presenza ora è addirittura compatibile con la zona arancione. […] Il fatto poi che avremo Regioni in zona gialla con la didattica a distanza anche per le scuole elementari e Regioni in zona arancione con la didattica in presenza anche per le scuole superiori è una contraddizione che non spetta a me risolvere. Ci penserà il Governo, quando riterrà”.

Nel frattempo, il ministro Azzolina per giustificare la riapertura ha chiamato in causa proprio il Cts, affermando che a parere dei tecnici: “le scuole hanno un ruolo molto limitato nella trasmissione del virus”. Parole sulle quali è lecito nutrire qualche dubbio, tanto più che a pronunciarle è lo stesso ministro che, ad ottobre, aveva ripetuto come un mantra: “La scuola è sicura, non deve chiedere”.

Talmente sicura, da essere stata chiusa dopo una settimana.

 

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