I benefici della bonifica attuata da Vito Nunziante: San Ferdinando

Le terre della Piana di Gioia vennero prosciugate dal sapiente lavoro di Vito Nunziante che gettò le premesse di una vita migliore che consentiva, finalmente, di mette a coltura ettari di terreno, un tempo insalubre. Accorsero, così, i primi coloni dai Casali di Tropea e dai villaggi di Monte Poro. E' chiaro che la scelta ricadde su quelle persone in quanto il Marchese aveva il suo quartier generale a Tropea. Il primo a stanziarsi a San Ferdinando fu Pasquale Barbalace che con la moglie lasciò le terre tropeane colpite da una forte crisi. Lo seguiranno molte famiglie, dice il Polimeni: “Nella nuova dimora vennero pure, nello stesso anno, Francesco Pantano e Agostino Tavella da S. Nicolò di Ricadi; l'anno successivo arrivarono le famiglie di Giuseppe Lojacono e Domenico Celi da S. Nicolò, Michele Petracca da Lampazone, Tommaso Rizzo da Spilinga. Nel 1825 vennero i massari: Bruno e Antonio Polimeni da S. Nicolò; Giuseppe, Francesco e Sergio Tripodi da Brivadi; Antonio Lojacono da Orsigliadi, Domenico Punturiero da Carciadi; Benedetto e Silvestro Celi da S. Nicolò, Falduti da Caroniti, Giacomo Taccone da Spilinga, Naso, pure, da Spilinga. Negli anni successivi arrivarono i Pulella da Ricadi, gli Zungri e i Mumoli da Lampazone, i Bagnato da Comerconi e i Rombolà da Brattirò: tutta gente che era venuta in questa nuova borgata per migliorare il suo status sociale di cui era insoddisfatta nel proprio paese d'origine”. Cosicchè gli abitanti dei Casali, non potendo far fronte agli esosi tributi e ai canoni gravosi dei fitti dei terreni, furono costretti a vendere i propri animali domestici, la propria casa e quant'altro possedevano e trasferirsi “nel sacro asilo delle casette”. Era arrivato il momento di occuparsi degli alloggi dei vanghieri per Vito: il Marchese scelse un ricovero adatto per sé e per i suoi coloni e iniziò a costruire le casette. Le suddette venivano fabbricate con pietra vulcanica mandata con le barche dalle isole Eolie dal Marchese di Lipari, don Francesco Barresi, suocero del generale Nunziante. Le casette erano tutte a pianterreno, disposte in quadrato, con un piccolo cortile interno e composte di una sola stanza di pochi metri quadrati che fungeva - come scrive il Porretti – “per camera da letto, per cucina, dispensa e gabinetto”. Qualcuna di queste ancora è rimasta in piedi, malgrado l'imperversare del progresso edilizio.  Di certo sappiamo, però, che le prime abitazioni furono costruite prima del 1840, in quanto in un contratto di fitto di fondi rustici, stipulato il 30 agosto 1840, troviamo la prima menzione. Infatti, in una clausola dello stesso contratto è riportato che era ad arbitrio del locatore del fondo (Nunziante) “rescindere il contratto, espellendoli (i massari) non solo dai rispettivi fondi, ma pure dalle case e pagliai che al presente abitano”. Il Marchese di San Ferdinando dovette completare il lavoro e decise così di usufruire dei servi di pena. Approfittando di questa circostanza molti servi di pena, per non scontare le proprie colpe, o alcuni, con l'intenzione di riabilitarsi, si rifugiarono in queste terre godendo di un diritto d'asilo e così si misero a lavorare duramente reinserendosi con gli altri coloni. Gli studiosi dai processi della Gran Corte Criminale hanno riscontrato alcuni cognomi di galeotti. Essi sono: Del Vecchio da Ioppolo, Contartese da Ricadi, Tambaro da Scafati, Vito Naccarato da Cosenza, Pantano da Brivadi, Megna da Coccorino, Russo da S. Maria Capua Vetere, Michele Baglivo da Potenza, Michele Bovolo da Torre del Greco, Pasquale Zavaglia da Polistena, Giovanni Falcone da S. Maria C. V., Porretti da Monteleone, e infine Nicola Faggiano, Bruno Ferraro, Bernardo Pignatelli, Cusano”. Furono i servi pena a costruire la chiesetta del Perdono e poi la dimora gentilizia del Nunziante. San Ferdinando cresceva nella popolazione e ci furono i primi matrimoni, le prime nascite. Sorsero negozi e botteghe artigiane, scuole. Col tempo il villaggio diede il posto ad una grossa frazione e finalmente ai primi del novecento la trasformazione a Comune autonomo. I primi matrimoni che si celebrarono in San Ferdinando avvennero tra immigrati e tra persone provenienti dalla vicina Nicotera e dai Casali di Tropea. Effettivamente il Polimeni conferma: “infatti dai registri parrocchiali, che iniziano dal 1828, rileviamo molti matrimoni tra Pulella e i Puntoriero, tra Pantano e i Tripodi, tra i Naso e i Polimeni, tra i Lo Jacono e i Tripodi, tra i Rombiolà e i Tavella, ed ancora tra i Barbalace e i Pantano e i Tripodi. Persone tutte provenienti dai casali di Monte Poro e di Capo Vaticano”. Quasi tutti i matrimoni vengono celebrati nei mesi di giugno ed ottobre, cioè nel periodo in cui sono stati terminati i raccolti dei prodotti agricoli. Tale usanza derivava, forse, dall'esigenza per i genitori dei novelli sposi di dover affrontare le spese per la dote dei rispettivi figli col ricavato della vendita dei frutti della terra, e anche perché minori erano gli impegni di lavoro. Le prime nascite nel villaggio sono riportate nei libri dei battezzati della locale Parrocchia e iniziano dal 1828. Pertanto non si hanno ulteriori notizie anteriori a questa data e quindi non conosciamo il numero dei bambini nati entro il primo decennio dall'inizio dei lavori di bonifica. Dai dati in nostro possesso possiamo solo affermare che il primo nato di San Ferdinando, giuridicamente riconosciuto, è Antonio Pulella, figlio di Giuseppe e di Antonia Lo Jacono, nato in “anno Domini” 1828 e precisamente il 22 settembre. L'altra nascita è  Costantino Celi, figlio di Silvestro e di Eleonora Punturiero. Il 21 agosto dello stesso anno vede la luce Domenico Arena di Giuseppe e di Domenica Loiacono, mentre il 12 settembre chiude l'anno Antonio Punturiero di Domenico e di Domenica Barbalace. Padrini di quest'ultimo sono: Domenica Minnà e Francesco Tripodi. Le nascite incrementarono terra salubre e pane per tutti! Bisogna però capire il periodo e le relative morti nei primi anni di urbanizzazione. I decessi erano numerosi e si verificavano all'età di 12 anni, di 20, di 35 e di 50. La durata media della vita rimaneva al di sotto dei quarant'anni fino agli anni 1839/42. Il fenomeno rilevante e preoccupante era quello dei bambini che morivano a distanza di pochi giorni dalla nascita o all'età di uno o due anni. Il primo decesso registrato nel liber mortuorum porta la data del 20 marzo 1828 e si riferisce ad Antonio Punturiero, figlio di Domenica Barbalace, morto all'età di un anno. L'altro tasso di mortalità infantile è un indice costante per moltissimi anni fra gli abitanti del villaggio e tale fenomeno è spiegabile in un ambiente privo degli elementari servizi igienici, sprovvisto di assistenza medica e farmaceutica; in una zona dove, malgrado i continui lavori di bonifica, imperversava ancora la malaria, il colera e le altre malattie endemiche, come il tifo e l’anemia. Per concludere è doveroso citare le famiglie che da Nicotera e dai Casali fino a Tropea qui si trasferirono: “Arena da Orsigliadi; Aricò da S. Domenica di Ricadi; Artese da Spilinga; Bagnato da Comerconi; Barbalace da Carciadi di Spilinga; Barbieri da Barbalaconi; Bertone da Limbadi; Campannì da Nicotera; Capria da Nicotera; Celi da S. Nicolò; Cimato da S. Nicolò e Coccorino; Condurso da Nicotera; Contartese da Ricadi; Corigliano da Spilinga; Crai da S. Domenica di Ricadi; Cuppari da Panaja; De Luca da Spilinga e da Ricadi; Devita da Spilinga; Di Giaccio da Ricadi; Falduti da Caroniti; Forchì da Ciaramiti; Gaudioso da Caria; Iellamo da Spilinga; Lamonaca da S. Nicolò di Ricadi; Landro da Parghelia; Laruffa da Caria; Lentini da Mandaradoni; Locane da Caroniti; Lo Jacono da Ciaramiti; Loria o Laria da S. Domenica e da Caria; Mandaglio da Limbadi (e anche da Oppido); Marturano da Filandari; Mazzitelli da Spilinga; Mazzotta da Ciaramiti; Morano da Preitoni; Mumoli da Lamapazzone; Naso da Spilinga e da Caria; Pantano da Brivadi; Papaianni da Spilinga; Petracca da Ricadi; Polimeni da S. Domenica di Ricadi; Pontoriero da Spilinga; Preiti da Coccorino; Pugliese da Panaia; Pulella da Orsigliadi; Rizzo da Lampazzone; Rombolà da Brattirò; Saragò da S. Domenica di Ricadi; Scordamaglia da Ricadi; Scrugli da Tropea; Sorbilli da Caroniti; Spagnolo da Ricadi; Spanò da Orsigliadi; Tavella da S. Nicolò di Ricadi; Tripodi da Brivadi; Vecchio da Ioppolo; Vizzone da Brattirò e da Caria; Zungri da Lampazzone e Spilinga”. In seguito però altre esigenze sanitarie si fecero urgenti visto l’imperare di tifo e colera, ma i medici si presentavano saltuariamente a causa delle vie di comunicazione. Sia da Rosarno che da Nicotera per giungere a San Ferdinando si dovevano attraversare mulattiere dissestate. Solo nel '39 si tracciò una prima strada ed alcune volte erano i farmacisti a sopperire a questa penuria di assistenza. I poverelli ricevevano le cure gratis e poi i medici chiedevano rimborso allo Stato. In quel  periodo anche “i casetti” ebbero il cordone sanitario per evitare l'arrivo di individui infetti. A pattugliare il litorale ci pensarono due casettoti Pasquale De Vita e Giuseppe Naso. Anche a San Ferdinando viene istituita la Guardia Nazionale: fu affidata a Franco Barbalace, sindaco che scelse delle guardie urbane tra i cittadini: Domenico Barbalace, Carlo Barbalace, Giuseppe Naso, Vincenzo Faggiano, Giovan Battista La Ruffa e Giovan Battista Mazzeo. Il Marchese concesse il posto di guardia in uno dei suoi stabili con una pigione di 6 ducati. 

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