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Paesi di Calabria: Scilla

Scilla, prezioso scrigno di storia da Omero ai nostri giorni.  Scilla, “nome assai celebre ne’ fogli de’ Poeti e degl’Istorici […]; ma per quello che tocca la verità dell’Istoria, il primo ad abitarlo fu Ulisse nel ritorno dagli affari Troiani, quando che scorrendo per questi mari, come fu al Monte Circello, ributtato indietro da fiera tempesta, quivi prese terra e trattenendosi alcuni giorni edificò un Tempio sacro a Minerva, ricordato da Solino Cretese, da Omero e da altri, onde poi tutto lo scoglio fu detto Castel di Minerva giusto il rapporto di Dionigio Afro”, così per  P. Giovanni Fiore in “Della Calabria Illustrata”, 1691. È lo scoglio di Scilla, appunto il promontorio roccioso che si sporge sull’imboccatura settentrionale dello stretto di Messina; è uno dei luoghi più suggestivi della mitologia greca. Qui Omero vi identificava il luogo dove un mostro aggrediva le navi: ne discende la leggenda di Scilla e Cariddi. E ancora oggi il nostro centro tirrenico rinnova “come ai tempi omerici, il fasto di una tradizione ininterrotta di poesia e di orrore, fra il mito della fascinosa Ninfa e dell’emula Cariddi […] ed il mito poetico di Glauco, l’eroe che invano amò Ninfa e ne fu travolto […] Scilla è legata ad un’archeologia classica, per lo più romana, coi resti affiorati in essa della via consolare Popilia” (D. e M. Adele Teti - Calabria alla scoperta di un primato - Ed. Rubbettino 1985). E come detto sopra, alcuni storici la vogliono fondata da Ulisse quando di ritorno dalla guerra troiana, fu costretto a sbarcare su questo sito. Originariamente si nomò Skyllaion, in  latino Scylleum e, come scrive l’Ughelli nella “Storia Sacra”, “ Est autem Scylla Oppidum  in Scylleo promontorio […] Scylleum promontorium et Oppidum dictum est a Scylla mostro, ut Poetae Greci ac Latini finxerunt”. Successivamente, ci riferisce Strabone, fu fortificata dal tiranno reggino Anassilao per difenderla dalle scorrerie dei pirati etruschi. In epoca romana vi prese  possesso Spartaco il ribelle, ma Marco Crasso l’assediò, costruendovi una cinta muraria ed un profondo fossato che, come ci racconta Plutarco, in una notte oscurissima fu oltrepassato da esso Spartaco, col beneficio di un albero, evadendo e lasciando il Crasso mortificato. Lo stesso avvenimento, raccontato dal Fiore si è ripetuto con la presa dei possedimenti tirrenici da parte dei Normanni. Questi dopo aver conquistato la città di Reggio con la forza, due generali dell’armata nemica si rinserrarono con le loro truppe nella fortezza tentando di opporsi all’avanzata dei vincitori. Il duca Roberto andò ad assalirli, ma accorgendosi di non poterli prendere con la forza ricorse all’assedio cercando di sottometterli alla fame. Così fu costruito “gran muro per impedirne le vettovaglie, costrinse a renderli quei di dentro come già non fecero: ma non già li capi, quali di notte tempo si fuggirono per mare”. Di sicuro, dalla prima ora detto muro ha costituito il “castello di Scilla” per antonomasia. Da sempre fu luogo di stazionamento militare dai Greci ai Romani fino all’invasione dei barbari. Con l’arrivo dei Bizantini, nel secolo IX, vi si stabilirono sulla rocca i monaci basiliani che vi edificarono un ricco monastero dedicato a san Pancrazio. Successivamente vi arrivarono nel 1060 i Normanni e da questi passò agli Angioini. Anche la rupe scillese ebbe parte non secondaria nella guerra del Vespro e alla fine del conflitto, 1285, divenne patrimonio degli Aragonesi che nel 1303 la restituirono agli Angioini. Dal 1424 il vecchio monastero basiliano sulla rupe, abbandonato dai monaci, è diventato davvero una fortezza edificata dagli Aragonesi e poi tenuta dagli Spagnoli, insomma un vero castello che si erge sopra un grande masso granitico alto una settantina di metri, inoltrandosi nel mare per circa duecento e per altri cinquanta restandone immerso. Nel 1533, tutta la rupe col castello, divenuti, nel frattempo, territorio feudale, son passati ai Ruffo che lo tennero col titolo di Principato fino all’eversione napoleonica del 1806. Nel settembre del 1860 sull’antico castello è sventolato il tricolore italiano, essendo stato occupato da Garibaldi. Quindi è passato sotto la Marina militare ed infine, durante la seconda guerra mondiale, è stato adibito a presidio antiaereo tedesco. Ma a Scilla e al suo castello è legata in modo indelebile, da secoli e fino ai nostri giorni, la storia dei Ruffo. Una Casata composta di “equites” e trapiantata in Calabria e ascesa ad intenso potere politico, per tutta la Calabria ed il centro-meridione, sotto Federico II di Svevia per merito di Pietro Ruffo, giustiziere e poi maresciallo del Regno di Sicilia. Di sicuro l’importanza e la fortuna dei Ruffo sono venute dalla loro fedeltà agli Angioini, sebbene la stessa casata scissa in più periodi e secondo l’alternarsi dei regnanti. Nicolò Ruffo, conte di Catanzaro e marchese di Crotone, capostipite del casato, si era ribellato al re Ladislao, venuto in Calabria per assediarlo, gli dissolse la signoria, la più vasta di tutta la regione, lo costrinse all’esilio in Francia da dove tornò con Luigi III d’Angiò. Successivamente gli altri della casata come i Ruffo di Bagnara si videro fedeli agli Aragonesi. Questo ramo assieme a quello di Scilla, una volta consolidatisi e nel patrimonio e nelle strategie politiche e imparentatisi con altre famiglie prestigiose della capitale partenopea, perpetuarono fino ai nostri giorni la loro casata. E vediamo, così, tra i Ruffo non solo principi ed affini ma anche prelati, militari e diplomatici. Un esempio per tutti, Fabrizio che, seguendo le orme dello zio Tommaso, divenne cardinale nel 1791 per volere di Pio VI, un cardinale molto speciale: è quel cardinale che nel 1798 si portò in Calabria con sette uomini col tentativo di restaurare la monarchia borbonica, colui che si rese promotore della controrivoluzione “sanfedista” del 1799, ma inutilmente e così fu costretto ad esiliare a Parigi. E comunque i Ruffo di Calabria sono stati sicuramente protagonisti di “vicende eroiche ed anche tragiche, dalle quali pochi sopravvissero alla estinzione della linea principale. E adesso [nei primi anni ‘90] si arricchisce anche di questa favola moderna, che vede Paola, diventare regina del Belgio”, come scrive Pino Toscano. E non solo, in questi stessi anni  ci siamo impreziositi della bellezza e del fascino di Melba, signora dello spettacolo, che porta nel mondo il nome dei Ruffo di Calabria. Insomma non si può dire che non sia un prestigio per tutti noi Calabresi. Oggi Scilla presenta al mondo il suo castello nella sua primaria bellezza ed imponenza, pronto ad essere fruito e soprattutto dove si può ammirare la famosa Galleria d’Arte dei Ruffo. Ai piedi, poi, del castello, visitiamo la chiesa matrice dello Spirito Santo, un edificio dal barocco settecentesco e al cui interno si conserva la Discesa dello Spirito Santo, una pala d’altare dipinta ad olio su tela da F. Celebrano nel 1799. Inoltre la chiesa dell’Immacolata che custodisce due opere marmoree del Settecento di scuola siciliana, la tela di Santa Maria della Porta del ‘400 ed una Deposizione su tela del 1761 ed infine la chiesa di San Rocco che conserva un’omonima statua marmorea del ‘400 meridionale. Nei dintorni di Scilla, in contrada Melia, poi, sono interessanti le Grotte di Tremula, dette anche della Lamia: sono un bel gruppo di grotte naturali, ricche di stalattiti e stalagmiti e di depositi conchigliferi di epoca pliocenica. E Scilla non è solo la terra dei Ruffo, non è solo terra impreziosita da opere d’arte custodite nelle sue chiese, Scilla è anche mare e che mare! È storica, pittoresca e fonte di ricchezza, la pesca del pescespada che qui, scrive F. Rotondale, “assume la solennità di un rito”. 

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