"Filogaso nel secolo breve", il nuovo libro di Nicola Iozzo

“Filogaso nel secolo breve” (Frammenti di storia locale); questo il titolo del volume (Libritalia edizioni) con il quale Nicola Iozzo, ricostruisce alcuni episodi significativi e culturalmente interessanti accaduti  nel secolo scorso nel borgo del Vibonese.

Il libro racconta le due Guerre mondiali, attraverso testimonianze, foto e lettere, dalla grafia e sintassi incerte, dei soldati “filogasesi” che hanno combattuto sui vari fronti.

L’autore si sofferma, poi, sulla costruzione del monumento ai caduti  in piazza del Popolo - nel luogo in cui erano state edificate le baracche per i senzatetto del terremoto del 1905 - e sulla rivolta nel 1935 sfociata nell’incendio del municipio e nell’arresto di 21 rivoltosi, tra i quali due donne.

Immancabile il riferimento ai ritrovamenti  avvenuti,  rispettivamente, nel 1940 e nel 1950, di antiche monete  romane risalenti ad un periodo storico datato dal III secolo al I secolo a.C - oggi  esposte nella sezione numismatica del Museo di Reggio Calabria - e di un “Dolium”.

Interessanti, inoltre, i fatti raccontati, ma soprattutto i ritratti dei protagonisti dei molti episodi narrati, alcuni dei quali ancora in vita.

Una parte del volume è infine dedicata alle famiglie nobiliari (Murmura, Romei, Teti, Cordopatri) e quelle più in vista ed emergenti (Condello) che si sono contese la supremazia politica, economica e culturale del paese, ricoprendo le massime cariche istituzionali e politiche

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Filogaso, un nuovo vestito per la statua della Madonna del Carmelo

Nelle comunità cristiane è molto diffuso il culto e la devozione per i santi, in particolar modo per quei santi a cui vengono attribuiti miracoli di guarigioni da pestilenze e da terremoti.

A Filogaso i fedeli  venerano la Madonna del Carmelo. Un culto che  risale al 1621, allorquando, come si evince dal breve papale conservato nella chiesa a Lei dedicata, fu istituita la Confraternita Della Madonna Del Carmelo che conta da sempre molti iscritti. Alla Madonna venne attribuito il miracolo della fine del terremoto del 7 febbraio1783 che colpì il paese radendolo al suolo e causando numerosi morti e feriti.

Un canto dialettale di supplica, tramandato fino ai giorni nostri , così recita : “ a li setti di fevraru nu flagellu troppu amarue Maria ndd’ha liberatu cu lu sue mantu sacru”

I priori ed i fratelli ogni anno organizzano per il 16 di Luglio, giorno dell’apparizione della Madonna nel 1251 a San Simone Stock, Priore Generale Dell’ordine, al quale donò lo scapolare come segno di salute e salvezza per le anime che non soffriranno il fuoco eterno, come ben raffigurate  nel dipinto della Madonna Del Carmine fra S.Giovanni e S.Elia e le anime purganti attribuito al pittore Lorenzo Rubino esposto sempre nella chiesa della Madonna, festeggiamenti civili e religiosi.

E’ una festa molto sentita e partecipata, la principale del paese, che richiama ogni anno molti emigranti da ogni parte dell’Italia e dall’Estero. Le comunità più numerose di emigrati a Toronto , a Buenos Aires ,a Beinasco, hanno voluto istituire lì, mantenendo, cultura, riti, tradizioni  del paese natio, la festa.

La statua della Madonna, diversamente da quelle di San Vito e Santa Rosalia, scolpite la prima da Giacomo Colombo per un compenso di 60 ducati  e festeggiata il 26 dicembre del 1719 e la seconda per 52 ducati nel 1734 da Carmine Lantatrice, entrambi scultori napoletani, non è datata ed è opera di uno scultore sconosciuto . La peculiarità della statua ,come tutte quelle da vestizione, è quella di non avere  un corpo bel delineato con tutte le sue articolazioni. Essa, infatti originariamente aveva il busto, le braccia e le gambe prive dei piedi. Uno dei tanti restauri, cui la statua fu sottoposta, avvenuto negli anni settanta ad opera di alcuni artisti “serresi” fu molto contestato dai fedeli non solo  per l’aggiunta di piedi  anatomicamente poco aggraziati ma anche per l’uso di colori cromatici che  non facevano risaltare l’espressività del viso. Il restauro successivo, avvenuto di recente, ad opera di un artista di Filadelfia, Maria Rosa Ruggiero, riportò la statua al suo splendore originale.

La vestizione, pratica risalente alla seconda metà del '500 in seguito al Concilio di Trento ( 1545-1563)  che ne approvò e favorì la diffusione, avviene normalmente con abiti di tessuto di lino grezzo e colori  simili a quello indossati dai frati carmelitani. La tradizione di Filogaso, tramandata fino a noi, vuole che alla vestizione della Madonna  partecipino  tutti i fedeli, diversamente da quanto avviene in altri paesi, e che sia fatta con abiti di colore bianco o avorio e con  il mantello di colore celeste. La proposta , nonostante  nei locali della Confraternita sia conservato un vestito  di  colore verde-acqua,  di vestire  la Madonna ogni mercoledì del Carmine non con l’abito tradizionale ma con l’abito carmelitano non trovò l’approvazione della maggioranza dei fedeli.

L’abito della Madonna anni addietro in occasione della processione pasquale si era strappato in più parti e occorreva pertanto comprarne uno nuovo.

Vincenzo Teti, molto devoto alla Madonna, al pari del padre e di tutta la famiglia, più volte ed in più occasioni ha sognato la Madonna con il vestito lacerato ed ha interpretato  questo sogno come il desiderio della Santa Vergine ad avere un nuovo vestito. Pertanto, in seguito al sogno, ha espresso il desiderio , dopo l’ assenso dell’arciprete e della  Confraternita, di offrire in dono l’abito che avrebbe confezionato insieme a suo fratello Giovanni, parroco in una parrocchia del vibonese .I due fratelli, infatti, pur non essendo sarti di professione e non avendo frequentato scuole di cucito e taglio, hanno un talento naturale, una capacità ed una bravura che uguaglia quella di firme prestigiose della moda italiana, ed una passione per il ricamo ereditato dalla madre. Molti e molto apprezzati  sono i lavori d’arte sacra da loro eseguiti

L’abito di tessuto mille righe  di colore avorio è fregiato con  preziosissimi  ricami eseguiti  con fili di oro ed argento  che  richiamano  quelli  d’arte sacra riprodotti in un abito antico della Madonna. Sul mantello, di colore celeste chiaro,  sono riportate l’inizio della frase  della supplica prima ricordata  Per completare il vestito i fratelli hanno impiegato tre lunghi anni lavorando costantemente e metodicamente ogni giorno portandosi addirittura il lavoro ovunque andassero anche quando si sono recati a Pompei in visita alla Madonna.

L’abito, che sta riscuotendo un’enorme ammirazione da parte dei cittadini di Filogaso e di visitatori dei paesi vicini, è esposto in una casa in prossimità dela chiesa Matrice fino al 7 giugno. .

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Discarica a S.Onofrio, le ragioni del "No" dei cittadini di Filogaso e Stefanaconi

La scelta del sito per la discarica  rischia di essere degradata ad una  querelle tra sindaci  o peggio ancora tra cittadini di comuni vicini  con i quali intercorrono da sempre rapporti di buon vicinato e di stima reciproca pur nella diversità culturale e storica di ciascuno. La scelta ,invece, impone una riflessione sugli aspetti tecnici –scientifici-ambientali  e politici che essa comporta. Nei verbali delle varie riunioni dell’ATO ,tranne in qualche intervento , mancano i criteri generali  prima di quelli tecnici che il sito dovrebbe avere per un insediamento così importante. Tali criteri dovrebbero rientrare in un piano più generale dello sviluppo della provincia, delle sue potenzialità,  delle sue risorse naturali, dei suoi insediamenti produttivi presenti e futuri e dei dati economici. In questo senso non è indifferente scegliere un sito piuttosto che un altro. Nella discussione tra i sindaci sembrano invece prevalere altre considerazioni  basate su preconcetti, sul temuto inquinamento del proprio territorio, su un paventato utilizzo improprio e sconsiderato dell’impianto, sugli appetiti che potrebbe scatenare e  su una sostanziale contrarietà dei propri amministrati.  Non è un caso che sono pochi i sindaci che hanno manifestato la disponibilità di accogliere l’impianto nel proprio paese.  Una scelta così importante avrebbe dovuto coinvolgere invece tutte le categorie sociali della Provincia, i sindacati, le associazioni ambientaliste, i partiti politici nessuno di loro invece ha battuto ciglio. I partiti si sono defilati per l'assenza di un orientamento comune e condiviso  tacendo o esprimendo posizioni diverse da quelle assunte a livello regionale e nazionale. I sindacati hanno completamente ignorato il problema e non si comprende il motivo del loro atteggiamento, la stessa cosa hanno fatto le associazioni ambientaliste .Un problema cosi importante non può essere disgiunto dalla situazione generale della Provincia, dai costi benefici in termini occupazionali , ambientali, turistici,  dal fatto  che la realizzazione della discarica potrebbe rappresentare un'occasione di crescita o addirittura decrescita del territorio. Probabilmente la Regione avrebbe dovuto ,nel determinare gli ambiti territoriali , escludere la nostra provincia proprio in virtù della sua vocazione turistica ed ambientale. Il flusso turistico nella provincia è maggiore che nelle altre province ed incide considerevolmente sul pil della Regione. In questo senso la proposta di alcuni sindaci di consorziarsi con Lamezia in deroga alla legge regionale non è peregrina

I  criteri tecnico-scientifici ed ambientali per la scelta del sito  dai quali non è possibile derogare sono quelli previsti  dalle numerose  leggi e sentenze nazionali e  regionali esistenti  sono così sintetizzabili:

1)             Distanze minime dai centri abitati,

2)             Classificazione zona sismica della zona,

3)             Distanza da embrioni acquiferi,

4)             Parchi o aree protette.

Il sindaco ed i cittadini di Filogaso, il comitato per il no sorto a S. Onofrio che ha raccolto più di mille firme contro la discarica, i cittadini ed il sindaco di Stefanaconi ,nonché presidente della Provincia , nelle numerose riunioni tenutesi hanno sempre sostenuto che il sito scelto in località “ Vajoti” ricadente nel territorio di S.Onofrio, non  rispecchia i requisiti di legge per i seguenti ordini di motivi:

1) L’ubicazione della discarica dista a circa un chilometro e mezzo dal centro abitato di Filogaso,

2) Manca un’indagine geotecnica e geologica che assicuri la stabilità del sito al carico cui verrà sottoposto, ( la zona è altamente sismica tanto che l’epicentro del terremoto del 1659 fu individuato proprio a Filogaso),

3) Il sito ricade in una zona idrogeologica significativa ( a poca distanza scorre il fiume Mesima) ,

4) Il sito è soggetto a forti venti che soffiano in direzione del paese,

5) È a ridosso di un bosco la cui vegetazione ed i prodotti del sottobosco famoso per i funghi verrebbero fortemente compromessi,

6) Il sistema viario non è idoneo a sostenere l’immancabile aumento del traffico,

7) si compromette lo sviluppo di una zona che presenta diversi insediamenti produttivi.

Il sopralluogo dei tecnici regionali pare abbia confermato l’esistenza di alcune criticità del sito. Il sindaco di S.Onofrio e l’Assemblea dell’Ato, con in testa il sindaco di Vibo,  nonostante le ragionevoli osservazioni ,  non vogliono recedere  da una scelta così  invisa ai cittadini ed hanno scelto quel sito  subordinandolo  agli esiti dello  studio di fattibilità   il cui finanziamento dovrebbe essere a carico della Regione.

L’ordinanza della governatrice Santelli ha fatto  precipitare una situazione  alquanto controversa  acuendo il malcontento di tutti i cittadini pronti ad intraprendere qualsiasi iniziativa per la salvaguardia del loro ambiente ,del loro territorio, della loro salute

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L'antica tradizione del funerale condizionata dal coronavirus

Da quanto si legge sulla carta stampata e sui social uno dei divieti,  tra quelli imposti dal Governo e finalizzati al distanziamento tra le persone per impedire la propagazione dell’epidemia da covid, più disattesi  è  lo svolgimento dei funerali con la presenza di persone. In molti paesi della Calabria e non solo, il rito funebre per dare l’ultimo saluto al defunto ed accompagnare il feretro al cimitero è pregno di simboli, storia e costumi. Una delle usanze più diffuse era la presenza delle donne vestite a lutto con i capelli sciolti che piangevano il defunto e ne ricordavano le sue virtù in vita raccomandandolo con le loro parole e nenie ai parenti defunti per una buona accoglienza nell’aldilà (nell’antica Roma si chiamavano prefiche). “ Palumba mia”, “ cori mio” replicavano la moglie ed i parenti più stretti in un pianto disperato e sofferto seguito da intense preghiere.

Un’altra usanza diffusa in passato era la presenza di donne accanto al feretro con il braciere.

Quello che colpisce nella foto allegata che ritrae lo svolgimento di un funerale a Filogaso nei primi anni degli anni sessanta è appunto la presenza di queste quattro ragazze, ora donna mature, con il braciere portato in testa disposte ai quattro lati del feretro. Non è chiaro il motivo della presenza del braciere, né sono riusciti a dare una spiegazione plausibile, se non quella di una vecchia tradizione, le persone anziane del paese. Probabilmente  il rito si rifà alla tradizione religiosa cristiana ed in particolare alla liturgia evangelica del mercoledì delle ceneri e alla benedizione del fuoco il venerdì e sabato santo. Più in generale  ricorda la frase latina “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris “ (ricordati, uomo, che polveri sei e in polvere ritornerai), la distruzione e la rinascita,  la potenza di Dio, la purificazione dell’uomo.

In quella foto c’è anche la partecipazione di un’intera popolazione  di ogni ceto ed estrazione sociale dal commerciante, al contadino, agli artigiani, ai professionisti che esprimono con la loro presenza vicinanza e partecipazione al dolore dei parenti del defunto. Si notano uomini vestiti con abiti semplici e di poco valore tipici  di una società prevalentemente contadina, colpisce ,invece, l’abbigliamento di  alcune donne, le più anziane. Indossano il classico vestito tradizionale tipico di allora, diverso in ogni costituito da una gonna lunga nera c, il classico “dubretto”, ed in testa una tovaglia nera rivoltata. Alcuni sono stati protagonisti della vita politica del paese ,altri si sono distinti per laboriosità ed impegno. Tutti indistintamente , anche le donne, hanno partecipato all’emancipazione ed alla crescita sociale ed economica del paese. Molti di quei costumi ed usanze sono caduti in disuso con il passare del tempo. Un’altra foto di un altro funerale svolto poco tempo dopo certifica il cambiamento. Non più i portantini, non più i bracieri e le prefiche, ma il carro funebre ed i fiori.

La partecipazione corale al lutto è rimasta ed il divieto in questo periodo pesa molto in ciascuno di noi.

Il pensiero, tuttavia, che l’assenza momentanea, possa salvare vite umane ed evitare nuovi lutti  deve prevalere su  ciascuno e su ogni cosa.

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L'antica tradizione del funerale condizionata dal coronavirus

Da quanto si legge sulla carta stampata e sui social uno dei divieti,  tra quelli imposti dal Governo e finalizzati al distanziamento tra le persone per impedire la propagazione dell’epidemia da covid, più disattesi  è  lo svolgimento dei funerali con la presenza di persone. In molti paesi della Calabria e non solo, il rito funebre per dare l’ultimo saluto al defunto ed accompagnare il feretro al cimitero è pregno di simboli, storia e costumi. Una delle usanze più diffuse era la presenza delle donne vestite a lutto con i capelli sciolti che piangevano il defunto e ne ricordavano le sue virtù in vita raccomandandolo con le loro parole e nenie ai parenti defunti per una buona accoglienza nell’aldilà (nell’antica Roma si chiamavano prefiche). “ Palumba mia”, “ cori mio” replicavano la moglie ed i parenti più stretti in un pianto disperato e sofferto seguito da intense preghiere.

Un’altra usanza diffusa in passato era la presenza di donne accanto al feretro con il braciere.

Quello che colpisce nella foto allegata che ritrae lo svolgimento di un funerale a Filogaso nei primi anni degli anni sessanta è appunto la presenza di queste quattro ragazze, ora donna mature, con il braciere portato in testa disposte ai quattro lati del feretro. Non è chiaro il motivo della presenza del braciere, né sono riusciti a dare una spiegazione plausibile, se non quella di una vecchia tradizione, le persone anziane del paese. Probabilmente  il rito si rifà alla tradizione religiosa cristiana ed in particolare alla liturgia evangelica del mercoledì delle ceneri e alla benedizione del fuoco il venerdì e sabato santo. Più in generale  ricorda la frase latina “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris “ (ricordati, uomo, che polveri sei e in polvere ritornerai), la distruzione e la rinascita,  la potenza di Dio, la purificazione dell’uomo.

In quella foto c’è anche la partecipazione di un’intera popolazione  di ogni ceto ed estrazione sociale dal commerciante, al contadino, agli artigiani, ai professionisti che esprimono con la loro presenza vicinanza e partecipazione al dolore dei parenti del defunto. Si notano uomini vestiti con abiti semplici e di poco valore tipici  di una società prevalentemente contadina, colpisce ,invece, l’abbigliamento di  alcune donne, le più anziane. Indossano il classico vestito tradizionale tipico di allora, diverso in ogni costituito da una gonna lunga nera c, il classico “dubretto”, ed in testa una tovaglia nera rivoltata. Alcuni sono stati protagonisti della vita politica del paese ,altri si sono distinti per laboriosità ed impegno. Tutti indistintamente , anche le donne, hanno partecipato all’emancipazione ed alla crescita sociale ed economica del paese. Molti di quei costumi ed usanze sono caduti in disuso con il passare del tempo. Un’altra foto di un altro funerale svolto poco tempo dopo certifica il cambiamento. Non più i portantini, non più i bracieri e le prefiche, ma il carro funebre ed i fiori.

La partecipazione corale al lutto è rimasta ed il divieto in questo periodo pesa molto in ciascuno di noi.

Il pensiero, tuttavia, che l’assenza momentanea, possa salvare vite umane ed evitare nuovi lutti  deve prevalere su  ciascuno e su ogni cosa.

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A “Vuccateja” di san Giuseppe a Filogaso ed il “ focareddu” a Cirò

In molti paesi  d’Italia e soprattutto nel Mezzogiorno la ricorrenza di san Giuseppe viene celebrata con manifestazioni gastronomiche e grandi falò.
Una tradizione che trae origine da preesistenti riti pagani, che festeggiavano la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo dando fuoco alla roba vecchia con grandi falò quasi a simboleggiare l’azione purificatrice del fuoco.
 
I banchetti o le offerte di pane e frittelle ha invece origini romane. In onore di Libero, Dio delle fecondità e dei raccolti, i romani preparavano pani e dolci da offrire ai presenti ed alla stessa divinità. 
 
L’usanza di accendere i fuochi giorno di san Giuseppe è diffusa in Europa ed in  molti paesi meridionali.
 
A Cirò Marina (Kr), ad esempio, gli abitanti di ogni rione accatastavano in uno spazio designato fascine di rami ricavati dalla potatura degli alberi di ulivo che venivano bruciati nella ricorrenza del Santo.
 
Tra i vari rioni o “rughe” si instaurava una silenziosa competizione per fare il falò più grande.
A Filogaso (Vv), invece, c’è la tradizione della “vuccateja” di San Giuseppe. E’ un pasto composto da ceci, fagioli, broccoli e “fileja” ( pasta fatta in casa con farina ed acqua). Gli ingredienti vengono mescolati a piacere. Normalmente fileja e ceci al sugo, oppure fileja e fagioli, oppure fileja, fagioli e broccoli.
 
Nei giorni precedenti la ricorrenza, le famiglie particolarmente devote a san Giuseppe incominciavano i preparativi del banchetto.
 
Si cucinavano al caminetto dentro capienti “pignatte” ( cocci in terracotta) una grande quantità di ceci e di fagioli.
 
Poi si raccoglievano dai campi i broccoli, che venivano cotti la mattina della ricorrenza.
 
Infine, sempre la mattina presto, si facevano cuocere i fileja, anch’essi in gran quantità, preparati il giorno prima.
 
A mezzogiorno circa la “vuccateja” era pronta e i stessi devoti, recandosi di persona a casa di parenti ed amici, la offrivano in segno di  devozione al Santo.
 
Capitava spesso di ricevere più di una “vuccateja”, che per tradizione non poteva essere rifiutata e doveva essere comunque consumata anche nei giorni successivi.
 
Questa tradizione a Filogaso ha origini remote, molti degli anziani del paese la fanno risalire ai fini del 1700.
 
Ricordano anche che per loro significava interrompere per un giorno il rigoroso digiuno quaresimale. 
Con il passare del tempo la tradizione, almeno nella forma, ha subito qualche variazione.
 
I devoti, ad esempio, preparavano assieme, invece che  singolarmente,  la "vuccateja" che distribuivano poi presso la chiesa invece che a casa.
 
Quel giorno era un giorno di festa soprattutto per i ragazzi che aspettavano con ansia di mangiare quel pasto tipico.
 
C’era chi faceva anche un raffronto culinario: una era più saporita dell’altra o era fatta con legumi più buoni. 
 
Quella tradizione  si sta affievolendo e la speranza è che non si disperda del tutto. Significherebbe abbandonare una bella tradizione culinaria, ma anche l’affievolirsi della fede cristiana con un numero sempre più esiguo di fedeli e devoti.
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Scomparsa di Adolfo Repice, il cordoglio della comunità di Filogaso

Era il 1970 e la competizione elettorale per le amministrative di Filogaso aveva sancito la vittoria di una coalizione di centrosinistra guidata dall’insegnante Vincenzo Iozzo.

Fu una competizione molto dura.

I cittadini sull’onda della contestazione giovanile del '68 giunta, anche se tardivamente, pure a Filogaso esprimevano un forte desiderio di cambiamento rispetto ad una gestione amministrativa precedente caratterizzata da un eccessivo personalismo e dalla difesa incondizionata delle istanze delle famiglie allora dominanti che volevano perpetuare il loro potere.

Poco dopo l’insediamento dell’Amministrazione fu nominato segretario comunale Adolfo Repice. Era la sua prima esperienza come segretario comunale e per svolgere al meglio il suo lavoro si trasferì a Filogaso con la sua giovane moglie.

Fu un’esperienza straordinaria come egli stesso ha ricordato meno di un anno fa durante la presentazione a Filogaso del libro “La grande storia di un piccolo paese”.

Il suo fu un intervento permeato da emozioni e ricordi. La sua voce tradiva a tratti la sua emozione nel ricordare con grande lucidità i nomi e le figure di tutti gli amministratori del tempo, i suoi collaboratori ed episodi di vita vissuta.

Volle, accolto come sempre con grande simpatia e familiarità, visitare la casa dove aveva abitato e la casa di mio padre dove aveva trascorso serate, a suo dire, indimenticabili.

Aveva per il paese e per tutti i cittadini “filogasoti” un amore sviscerato che aveva conservato anche a distanza di tanti anni, forse perché quella sua prima esperienza fu un trampolino di lancio per una fulgida carriera che lo portò a diventare segretario generale del comune di una grande città come Torino.

Le porte del suo ufficio a Torino si spalancavano ogni volta che qualche cittadino di Filogaso si recava a fargli visita.

Quel suo attaccamento al paese, d’altronde ricambiato, aveva indotto alcune persone, tra cui il sottoscritto, ad invitare il sindaco a conferirgli la cittadinanza onoraria.

Del dottor Repice, del caro Adolfo, ricorderemo non solo la sua brillante carriera professionale e politica  (sindaco di Parghelia e Tropea, amministratore dell’As di Vibo Valentia), la sua passione sportiva, ma soprattutto i suoi tratti caratteriali signorili, gentili, semplici, la sua eleganza.

In questo momento così triste, esprimendo un sentimento unanime dei cittadini di Filogaso, ci uniamo al dolore dei suoi cari e di tutta la sua famiglia.

 

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Filogaso, gli alunni della scuola media a lezione di storia locale

Si discuterà di storia locale nel corso dell'incontro in programma per le 9,30 di sabato prossimo (16 febbraio), presso la scuola media di Filogaso.

Durante l'iniziativa, voluta dal dirigente scolastico Raffaele Vitale e dal sindaco di Filogaso Massimo Trimmeliti, sarà presentato il volume: "La grande  storia di un piccolo paese".

Oltre agli autori, Nicola Iozzo e Giuseppe Teti, alla manifestazione parteciperanno: padre Carmelo Maria Silvaggio (carmelitano - rettore del Santuario del Carmine di Palmi); padre Giuseppe Sinopoli (superiore convento cappuccini Catanzaro); don Mimmo Sorbilli, parroco di Filogaso e don Vincenzo Barbieri, parroco di Vallelonga. 

 Al termine dell’incontro, il sindaco offrirà in omaggio agli alunni il libro, affinchè lo leggano e producano un elaborato.

Il miglior tema sarà premiato a fine anno scolastico.

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