La grande fuga, in 13 anni emigrati 2 milioni d'italiani

Dal 2006 al 2019 due milioni di italiani hanno scelto di andare a vivere in un altro Paese, in 13 anni il numero degli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) è aumentato del 70,2%. Il numero degli iscritti al registro è passato da 3,1 milioni a 5,3 milioni. Lo spopolamento maggiore lo sta subendo il Sud dell’Italia, da dove è partito il 48,9% degli iscritti al registro anagrafico.

Questi i dati forniti dalla Fondazione Migrantes che ha presentato a Roma la 14a edizione del rapporto ‘Italiani nel mondo’. Se da un lato le cronache ci raccontano dei continui sbarchi di immigrati provenienti dall’Africa o dalla rotta balcanica o dalla Turchia, dall’altra continua il lento spopolamento di italiani che vanno via spesso per non tornare più.Italia quindi terra di approdo, ma forse ancor più terra di partenza verso altri paesi.

A partire non sono principalmente i pensionati in cerca di Paesi economicamente più sostenibili dove godersi la vecchiaia, a partire sono le forze fresche.Partono i giovani e le giovani con una laurea in tasca, ben preparati ad affrontare il mercato del lavoro e a rispondere alle esigenze delle aziende, lì dove la domanda c’è.

Una vera e propria emergenza di italiani altamente qualificati che vanno all’estero. Una conferma in somma, dopo il recente rapporto della fondazione Leone Moressa che metteva in evidenza come l’Italia ha perso 250mila giovani negli ultimi 10 anni.

La loro perdita è stata calcolata anche in termini economici: -16 miliardi di euro di Pil. Solo nel 2019 si sono iscritte all’Aire 128mila persone, esse provengono da 107 province e risiedono in ben 195 destinazioni mondiali. Il 71,2% resta in Europa, un cospicuo 21,5% vola in America, di cui il 14,2% in America Latina.Il Regno Unito resta la meta preferita nonostante la Brexit, anzi, quest’anno è partito l’11,1% in più del totale rispetto al 2018. Segue la Germania e quindi la Francia, quarta meta il Brasile, quinta la Svizzera e sesta meta preferita dagli italiani che espatriano la Spagna.

Emblematico è il racconto della giovane veterinaria salentina Diana D'Agata che oggi guadagna oltre 40mila euro l’anno dopo aver operato la scelta di lasciare il Sud e l’Italia. In Inghilterra, la UK Food Standards Agency, organismo che si occupa della sicurezza alimentare, le ha affidato l’incarico di veterinario ufficiale a 25 mila pound all’anno, quasi 32mila euro. Ma poi ha deciso di cambiare e oggi lavora in una delle più prestigiose cliniche inglesi, nella Myerscough Veterinary Group. La sua vita è cambiata quando ha deciso di prendere un aereo e volare in terra di Albione alla ricerca di un lavoro vero e di uno stipendio commisurato al suo grado di preparazione, che le permettesse di emanciparsi dall’umiliante stato di dipendenza economica verso i suoi genitori. Diana avrebbe voluto restare nella sua terra, ma si è arresa dopo avere lottato a lungo e inutilmente per un posto di lavoro. Alla fine ha dovuto emigrare, seguendo strade già tracciate da tanti altri ragazzi italiani che prima di lei avevano compreso quanto poco spendibile fosse una laurea in patria. «Lavorare per cinque euro al giorno con una laurea in Medicina veterinaria è stata un’esperienza che ha demolito la mia dignità – confessa Diana D’Agata – e perciò, anche se con la morte nel cuore, ho lasciato il Salento e la mia famiglia per trasferirmi in Inghilterra dove ho ritrovato sorriso e autostima».Il Regno Unito,evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”,  continua ad assorbire intelligenze che l’Italia forma a sue spese nelle proprie università. Non è un caso che la Gran Bretagna sia diventata la terra promessa degli italiani che decidono di lasciare il proprio Paese. Nel 2018 i nostri connazionali occupavano il secondo posto, alle spalle dei polacchi, tra gli stranieri giunti in Inghilterra. E il loro numero aveva subito un incremento del 37 per cento rispetto all’anno precedente. «La nostalgia di casa è tanta, ma il lavoro ti prende e non ci pensi. Qui c’è rispetto per le professionalità e lo Stato ti è sempre accanto – racconta ancora Diana D’Agata -. Mi hanno persino assegnato un tutor per la guida a sinistra. Lo voglio dire ad alta voce e spero che il mio messaggio possa servire ad altri ragazzi italiani delusi, come me, da un’Italia poco benevola con le nuove generazioni. Pur non lavorando, ho dovuto versare gli oneri dovuti da tutti coloro i quali sono iscritti al nostro ordine professionale. Credo che questa sia una grave forma di ingiustizia verso chi, malgrado la disoccupazione, è comunque costretto a sostenere i costi di un apparato che non ti dà nulla in cambio». Diana D’Agata ha dovuto prima imparare la lingua inglese attraverso corsi intensivi, per poi inserirsi nel mondo del lavoro: «Non è stato facile, ma ci sono riuscita con sacrificio e dedizione. Ora sono molto soddisfatta di me stessa e di quello che sto facendo. Dopo tutto un giovane laureato, come me, vuole solo iniziare a lavorare per potersi costruire un avvenire e magari una famiglia. Ma in Italia, tutto questo, è diventato un miraggio per tanti ragazzi». Burnley, nel Lancashire, è diventata la nuova casa di Diana che ora ha anche un marito inglese Karl Atkinson, e un bellissimo bambino, Matteo Francis. Il suo Salento è lontano, ma con tre ore d’aereo, di tanto in tanto, ci ritorna. Per una vacanza.

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Riportato in Italia latitante calabrese catturato in Germania

Oggi è giunto in Italia, con volo proveniente da Francoforte, sotto scorta di due operatori della Direzione centrale polizia criminale – Scip di Roma, il 28enne africese Rocco Stilo, latitante ritenuto affiliato alla cosca dei Morabito-Bruzzaniti-Palamara, potente e ramificato clan della Locride con agganci ed interessi al Nord-Italia e all’estero.

 Rocco Stilo era già stato arrestato, lo scorso giugno, su indicazione dei carabinieri, in seguito ad un mandato d’arresto europeo emesso dalla procura di Reggio Calabria.

 I militari della Stazione di Africo, in particolare, erano riusciti a localizzarlo a Neuwied, in Renania, al termine di una complessa attività di indagine, svolta anche con la collaborazione della polizia tedesca e sotto l’egida del servizio di cooperazione internazionale. Rocco Stilo si era reso irreperibile lo scorso maggio, quando la procura di Reggio Calabria aveva emesso nei suoi confronti un ordine di esecuzione per la carcerazione, unificando una serie di pene concorrenti per un totale di un 1 anno e 8 mesi da espiare.

La condanna ha riguardato il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, commessa nel 2010, nonché quello di rapina aggravata, di cui il 28enne si era reso responsabile presso l’ufficio postale di Africo nel 2014.

Tutti reati per i quali l’uomo aveva già scontato 3 anni, in regime di custodia cautelare, dal 2014 al 2017.

 Una volta sbarcato a Fiumicino, l’ormai ex latitante è stato tradotto presso la casa circondariale di Civitavecchia.

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Davide Serra, la possibile ripresa dell’Italia in Europa

L'esperto di finanza della City delinea la strada per la ripresa italiana e analizza gli effetti della Brexit sugli investimenti. Davide Serra è l'amministratore di Algebris, uno dei fondi di investimento più redditizi della capitale inglese e vive a Londra da 24 anni, dove si è fatto strada gestendo i capitali degli altri e facendoli crescere. La sua esperienza nel settore e all'estero gli permettono di esprimere giudizi e soprattutto di dare consigli in ambito economico. Dopo aver conseguito un Master Cems alla Université Catholique Louvain la Neuve si è trasferito nella capitale britannica nel settembre del 1995. Nella City ha iniziato a lavorare come Graduate per la società SG Warburg, operando con investimenti e ottenendo risultati strabilianti. La sua ascesa è stata abbastanza veloce ed è stato capace di fare investimenti che hanno fatto ottenere ai suoi clienti i migliori rendimenti in Europa.

Questi brillanti esiti nel suo lavoro lo hanno portato a fondare Algebris nel 2006. In poco tempo è stato acclamato come re di Londra, un re Mida moderno capace di dare alla City e soprattutto agli investitori un modo per far crescere i loro capitali. Chi lo conosce sostiene, i numeri gli danno ragione, che riesca a trasformare in oro tutto ciò che tocca. Davide Serra gestisce un patrimonio di 12 miliardi di dollari operando sui mercati finanziari globali con 5 differenti strategie. Per promuovere il fondo e raccogliere i capitali non usa parole, ma dati. Fa promozione attraverso i giornali evidenziando come il rendimento medio annuo si attesti al 5% con punte del 15%. Algebris oggi conta 100 dipendenti, di cui il 40% è rappresentato da donne. L'età media è di 34 anni, mentre le nazionalità di provenienza sono 18. Il fondo conta 6 uffici in 3 continenti.

In Inghilterra la Brexit ha già prodotto i primi effetti negativi sulla finanza, mentre l'Italia arranca e trasmette segnali di declino economico. Davide Serra fa una propria analisi e delinea gli scenari futuri, non solo per i due Paese, ma per il mondo. Per il Bel Paese l'esperto di finanza fornisce una ricetta, l'unica che può rilanciare l'economia e far crescere la nazione. Sostiene che vi sia la necessità di riportare in patria i cervelli fuggiti per cercare opportunità di lavoro e condizioni migliori. Se si creano in Italia le condizioni per farli lavorare sfruttando la loro esperienza all'estero e valorizzando le loro capacità si può ottenere una nuova energia che porterà il Paese fuori dalla crisi. Questa è la strada per crescere e affrontare le sfide. Parallelamente, secondo Serra, si deve investire su istruzione e ricerca per innovare e formare lavoratori e dirigenti. Con la globalizzazione e la rivoluzione digitale, nonché con l'introduzione dell’intelligenza artificiale bisogna sempre essere al passo con i tempi per non restare indietro. L'esperto suggerisce di fare un "Piano Marshall" per il rientro dei giovani laureati in gamba, puntando poi sul fornire loro gli strumenti, i fondi e l'autonomia di cui necessitano per lavorare alla ricerca applicata nei vari settori. Possono nascere nuove imprese utili a dare impulsi importanti.

La strada è delineata per l'Italia, mentre il Regno Unito sembra essere destinato a un cambiamento radicale. L'uscita dall'UE sta allontanando sempre di più i capitali dalla capitale inglese. Gli investitori non vedono un futuro favorevole e per questo lasciano Londra, che perde il proprio ruolo, per dirigersi verso piazze più effervescenti dal punto di vista economico e finanziario. Il rischio si è tramutato in realtà e ci guadagnano mercati come Parigi, Francoforte, New York, Hong Kong, Tokyo e Shanghai.

Serra ritiene che la finanza abbia regole ben strutturate e funzionanti, soprattutto perché le norme sono abbinate a un sistema caratterizzato dalla stabilità e dalla trasparenza. Naturalmente questo vale per gli Stati democratici. Bisogna inoltre prestare molta attenzione al continente asiatico e in particolare alla Cina. Oggi, come è accaduto sempre nella storia del mondo, la nazione è tornata a occupare una posizione dominante dopo una pausa di due secoli dovuta a scelte politiche interne. Non preoccupa quindi questo ''ritorno al potere'' della Cina, ma resta un interrogativo importante. La Cina farà corrispondere alla crescita economica un maggiore rispetto dei diritti civili e della libertà di pensiero?

Intanto Serra osserva con tranquillità le evoluzioni. Infatti Algebris è strutturata in modo da non dover subire la Brexit e i suoi effetti. Grazie ai suoi 5 regolatori per il mondo può operare senza dover trasferire la sede. I referenti sono a Tokyo, Singapore, Londra, Lussemburgo e Boston, pronti a seguire l'andamento del mercato e a precorrere i tempi. Intanto ha trasferito a Milano la famiglia in modo che i figli possano crescere con due culture, parlare due lingue e usare due passaporti: britannico e italiano. La capitale britannica rappresenta per lui un punto di riferimento capace di abbinare la globalità con le caratteristiche di un piccolo quartiere, anche se negli ultimi anni è aumentata la violenza. Prevede intanto di continuare con il proprio lavoro fino a tarda età, ora ha 48 anni, sfruttando la conoscenza e l'esperienza acquisita.

Ego International e le referenze su export Germania

Ego International fa il punto sulla situazione economica e dell’export della Germania in questo periodo di difficoltà economica.

Ego International e le referenze: il punto sull’economia e l’export tedeschi

Ego International, società che supporta le imprese italiane nel processo d’internazionalizzazione, riporta le proprie referenze relative ad un mercato cardine dell’Europa: la Germania.

Ego International ha raccolto delle referenze sullo stato dell’economia e dell’export tedeschi di natura controversa ed è, quindi, indispensabile soffermarsi sui diversi aspetti. Non solo le referenze rilasciate da Ego International, ma anche quelle dell’autorevole Istituto Economico Tedesco (IFO), sottolineano come le stime di crescita non siano più così rosee come nell’ultimo decennio. Ego International, consultati diversi studi riguardanti il crollo della produttività tedesca, riporta inoltre che le previsioni per la crescita del PIL 2019 s’attestano a poco meno dell’1%, un risultato mai visto per la “locomotiva d’Europa”.

Ego International e l’economia e l’export della Germania: le incertezze

Le referenze che Ego International da sempre riporta hanno visto la Germania in una corsia preferenziale, porto sicuro per la maggior parte del nostro export. Dunque, se ciò che sta succedendo al mercato interno dovesse proseguire, le nostre certezze e le nostre percentuali economiche e d’export potrebbero essere a rischio. Il contesto europeo non aiuta, ricorda Ego International, in quanto tanti eventi avversi si sono concentrati nell’eurozona ed il benessere economico al momento è a rischio. I dazi, ad esempio, toccano le auto europee, l’acciaio e l’alluminio. Il caso Brexit, avvolto nell’incertezza, sembra non portare a nulla di conveniente né per l’Europa né per il Regno Unito. L’accordo tra i due grandi attori, UK e UE, è lontano e ciò porterebbe solo a nuove barriere economiche e burocratiche alla libera circolazione di merci.

Ego International e le referenze sugli investimenti commerciali verso la Germania

Le referenze di Ego International relativamente ai mercati esteri non possono non tener conto delle previsioni riguardanti il PIL tedesco.  Il rischio recessione ed il fatto che l’economia più forte d’Europa versi in queste condizioni impensierisce. Ego International, grazie al suo continuo monitoraggio dei mercati esteri, riesce a portare alla luce eventuali rischi che nessuno sottolinea e che si devono conoscere, soprattutto se questi riguardano il paese che maggiormente contribuisce al benessere dell’export italiano.

Ego International e le conseguenze di una crisi economica in Europa

Ego International sottolinea che, qualora vi sia recessione, non ci potrebbe essere un sostituto nell’area in grado di coprire ciò che la Germania ha fatto nell’ultimo decennio. Francoforte non dispone di grossi margini di manovra di politica monetaria, perciò quello che potrebbe prospettarsi, secondo Ego International, è una politica protezionistica che privilegia l’economia interna a discapito delle importazioni.

Quindi, ricorda Ego International che per tutta l’eurozona sarà fondamentale tenere a mente cosa voglia dire Europa, ovvero proteggere quello che è un accordo economico vantaggioso per tutti i paesi che ne fanno parte in egual misura.

Le scienze, le congiunzioni astrali e le sciagure italiane

Il lessico politico ha sempre utilizzato espressioni e frasi spesso fantasiose, metafore, eufemismi, un linguaggio forbito ed astruso solo per gli addetti ai lavori, un politichese vacuo che strideva spesso con la tecnica, la scienza e la matematica: le convergenze parallele, gli equilibri più avanzati, i governi balneari.

Mancavano le “congiunzioni astrali”, un riferimento astrologico che sarebbe stato meglio non scomodare perché nell’antichità gli astri rappresentavano divinità sacre molto adorate dai nostri avi spesso bizzose e vendicative.

De Vito avrebbe dovuto fare presente al suo interlocutore che il solo menzionarLe  non prometteva niente di buono anzi lasciava presagire guai e  sventure. Aldilà della celia, l’arresto di De Vito pone almeno due problemi: uno di ordine morale e l’altro di carattere politico. La natura umana è spesso fragile, cedevole, incline al compromesso ed alle debolezze e travalica qualsiasi appartenenza politica o religiosa.

È difficile rinunciare agli agi, alle mollezze che il dio denaro offre e per il quale tutto è lecito. In passato Berlinguer richiamava con orgoglio la questione morale e reclamava la diversità dei comunisti. I grillini gridavano onestà, onestà...Sia gli uni che gli altri stanno sperimentando che è più facile predicare le virtù che praticarle. Dal punto politico emerge un dato acclarato da tempo: è più facile fare opposizione e dire no a tutto che amministrare o governare.

La Raggi ha ereditato problemi atavici alcuni dei quali esistono da decenni: la discarica di Malagrotta, il problema del traffico, i problemi urbanistici di una città cresciuta in fretta e all’insegna dell’abusivismo edilizio.

Ricordo che alcuni temi lasciati in eredità alla Raggi dai sindaci precedenti facevano parte del mio programma quando mi candidai alle elezioni circoscrizionali del 1981 per l’allora V circoscrizione, oggi municipio La realizzazione della doppia corsia Tivoli Roma, ad esempio, era stata programmata in quegli anni. Ancora adesso a distanza di tanto tempo i lavori devono essere ultimati. Tuttavia non è più giustificabile richiamare gli errori degli altri per nascondere i propri.

Nessuno poteva illudersi che la Raggi potesse avere la bacchetta magica o che fosse il novello re Mida, c’è, tuttavia, in questa amministrazione un certo dilettantismo ed una certa superficialità nel programmare ed affrontare i tanti problemi irrisolti. L’attardarsi sulle pastoie burocratiche per paura di affrontare i problemi, il pensare che il fare comporti immancabilmente imbattersi in errori ed in guai giudiziari, le travagliate vicende giudiziarie di questi giorni fanno sorgere il dubbio che anche i 5s, purtroppo, siano uguali agli altri.

E non c’è cosa più brutta che alla speranza ed all’illusione subentrino la disillusione e la rassegnazione foriere di smarrimento e traumatiche ed imprevedibili avventure per Roma e l’Italia.

“Roma ladrona” sbraitava Bossi, salvo poi lasciarsi cullare  dalla Città Eterna, dai suoi monumenti, dalle sue bellezze ineguagliabili, dalla su storia millenaria, dalle sue magnificenze e, perché no, dai suoi tranelli  e dai suoi tantissimi inganni.

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I meridionali sono contro l’autonomia altrui, perché sono terrorizzati dall’autonomia del Meridione

Molti cadono dal pero, quando piangono alla notizia che il Veneto chiede, e otterrà, una qualche forma di autonomia regionale. E sì che cadono dal pero, fingendo di ignorare, se non ignorano davvero, che sono a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Val d’Aosta; e due sono le province autonome: Bolzano e Trento: un buon quarto dell’Italia! Ma gli scandalizzati precipitano dal pero.

A proposito, non sanno che la Sicilia ha uno statuto speciale dal 1946, firmato da Umberto di Savoia nella veste di luogotenente del Regno; quindi da un paio d’anni prima dell’attuale costituzione. Per fortuna della Patria, i Siciliani hanno usato l’autonomia solo per piluccare e sperperare soldi e assumere mari di passacarte; o, a ben leggerlo, quel fogliettino di carta consentirebbe alla Sicilia persino una sua politica estera.

Non ho dunque capito come mai dovremmo meravigliarci del Veneto, o di qualsiasi altra parte d’Italia che propugnasse una sua autonomia.
Lezioncina di storia: quasi tutti quelli che, nel XIX secolo, pensavano a un’Italia unita, la pensavano confederale o federale, e non certo centralista unitaria.
Al Congresso di Vienna del 1815, l’Austria propose una Confederazione Italiana sul modello della Confederazione Germanica; i Savoia e i Borbone respinsero la proposta per non aggiungere a Vienna altro potere; e la Chiesa non aderì alla Santa Alleanza.

Negli anni 1840 e seguenti, però, si diffusero due tesi federaliste: quella del Gioberti, che auspicava la presidenza del papa, e fu detta neoguelfa; e quella del Balbo, detta neoghibellina, e che proponeva il re di Sardegna.

Nel 1848 sembrò, per un momento, che la federazione (detta lega!) avesse vita, con la guerra all’Austria. Ferdinando II di Borbone per primo aveva concesso la costituzione, seguito da Carlo Alberto, Pio IX e Leopoldo II di Toscana. Ferdinando inviò Guglielmo Pepe con buona mano di truppe, e la flotta a proteggere Venezia contro l’Austria; il papa inviò truppe ai confini; dalla Toscana partirono volontari. Breve momento: la Sicilia si era ribellata; il 15 maggio a Napoli scoppiarono disordini; Ferdinando II ritirò le truppe e sospese la costituzione. A Roma i repubblicani uccisero il ministro costituzionale e costrinsero Pio IX a riparare a Gaeta sotto la protezione di Napoli; e a chiedere aiuto militare alla Francia.

Fallì così senza speranza il progetto federale, e non se ne riparlò più. Nel 1860-61, l’unificazione procedette per annessioni, cioè Milano, Parma, Modena, Bologna, Firenze; poi Marche e Umbria; poi l’intero Regno delle Due Sicilie; e, nel 1866, il Veneto divennero parte del Regno di Sardegna, dal 17 marzo 1861, Regno d’Italia; ma in maniera rigorosamente unitaria e centralista, con la sola eccezione, fino al 1890, del Codice Penale toscano.

Tutto il Regno veniva retto da un parlamento e un governo, ed era diviso in province con prefetti di nomina governativa. Le province attuavano sul territorio le disposizioni centrali. Le amministrazioni provinciali e comunali, elettive, erano strettamente controllate dai prefetti.

Tale situazione, a parte le suddette Regioni a Statuto speciale, rimase nella Repubblica fino al 1970, quando vennero istituite di fatto le Regioni a Statuto ordinario. Queste hanno, sulla carta, ampie autonomie; nei fatti, sono una copia locale dello Stato, con tutti i suoi difetti. Alcune sono pessime, come la Calabria, non a caso terzultima tra 360 regioni d’Europa! Altre sono state amministrate bene, e ora richiedono maggiori e più elastiche autonomie. Ne hanno le forze economiche, è palese; ma sarebbe ben poco, se non avessero, come hanno, una classe dirigente e una consapevolezza culturale e politica.

E il Meridione? Semplicemente, non ha consapevolezza e non ha classe dirigente. Non ne ebbe più una almeno dal 1850, quando i nipoti dei combattenti e pensatori degli anni 1798-1849 si ripiegarono in un misto di edonismo e depressione. Nel 1861, la maggioranza numerica della Camera era meridionale: ma quasi nessuno dei deputati prese mai seriamente la parola, anche per scarsezza di parole in lingua italiana! Avrebbero potuto discutere l’annessione, e invece sorrisero e basta. Quei mesi da maggio 1860 a marzo 1861 videro dunque due fallimenti: quello dei borbonici e quello degli antiborbonici!

Si può pensare, nel 2019 imminente, a un’autonomia del Meridione come del Veneto?

Ragazzi, scherziamo? Immaginateli, a dover governare davvero, ad assumere decisioni coraggiose e intelligenti, a comandare e farsi obbedire, immaginateli, uno di questi signori: A. Guarasci, A. Ferrara, P. Perugini, A. Ferrara di nuovo, B. Dominijanni, F. Principe, R. Olivo, G., Rhodio, D. Veraldi, L. Meduri, A. Loiero, M. Oliverio di centrosinistra, e G. Nisticò, B. Caligiuri, G. Chiaravalloti, G. Scopelliti e Stasi di centro(destra).

E immaginate gli intellettuali calabresi, i neofricoti, a proporre seriamente politiche del territorio, economiche, sociali… o, e qui lasciatemi ridere (ahahahahah) culturali!
Ecco perché tantissimi meridionali sono contro l’autonomia altrui: perché sono terrorizzati dall’autonomia del Meridione.

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I presidenti d'Italia e Albania a San Demetrio Corone per il 550° anniversario della morte di Skanderberg 

Si è svolto questa mattina, nella splendida cornice del Collegio Italo-Albanese “Sant’Adriano” di San Demetrio Corone, lo storico incontro tra il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e quello della Repubblica d'Albania Ilir Meta.

Giunto nel comune arbëreshë in mattinata, Mattarella è stato accolto del prefetto Paola Galeone, dal presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, dal presidente della Provincia, Franco Iacucci e dal sindaco di San Demetrio Corone, Salvatore Lamirata.

L’occasione della celebrazione del 550° anniversario della morte dell’eroe nazionale Giorgio "Castriota" Skanderberg è stata la circostanza che ha portato i due capi di Stato nel ridente paesino e che ha dato la possibilità a tutta la comunità arbëreshë, rappresentata anche dai sindaci dei comuni italiani dell’Arberia, di vivere con grande partecipazione la commemorazione della morte di Skandemberg, avvenuta nel 1468.

Presenti all’evento, tra le altre autorità ed i vertici delle forze dell’ ordine, anche 40 sindaci dei paesi arbëreshë di tutta Italia.

Il programma della manifestazione ha previsto, dopo l’incontro privato dei due presidenti, un saluto con le due delegazioni italiana ed albanese ed un breve colloquio con i sindaci dei 40 comuni arbëreshë presenti.

Nel chiostro del Collegio gli studenti hanno omaggito i due capi di Stato con un momento musicale, che ha fatto da cornice allo scoprimento della targa intitolata a Giorgio "Castriota" Skandemberg.

Successivamente, il cuore della cerimonia si è svolto nella Sala Teatro del Collegio Sant’Adriano.

Dopo l’esecuzione dei due inni nazionali il presidente della Regione Calabria, il presidente della Provincia di Cosenza ed i sindaco di San Demetrio Corone hanno salutato i due capi di Stato con un discorso.

Al termine dell’evento, la bellezza dei luoghi e dei monumenti hanno portato i due presidenti ad una visita guidata nella chiesa dedicata ai Santi Adriano e Natalia.

Il Brasile, la vittoria di Bolsonaro e quell'antico legame con l'Italia

Non so molto di Bolsonaro, e aspetto di giudicarlo da quello che farà. Detto in generale, mi commuovono poco le etichette di destra, estrema destra o sinistra o altre, che del resto assumono significati variegati nel tempo e nei diversi luoghi.

Registro, tuttavia, l’ennesima sconfitta degli intellettuali, degli utopisti, dei buonisti, dei sognatori di “domani che cantano”, e poi, di solito, piangono!

L’America Latina è stata la patria delle utopie, e i risultati sono, per dirne una, il Venezuela fu Chavez, che galleggia sul petrolio e muore di fame. Ed è puerile prendersela con i “cattivi”, perché i danni da quelle parti li hanno sempre causato i buoni!

A proposito di buoni, i giornalisti ecclesiasticamente corretti stanno sussurrando di un curioso fenomeno, finora a me ignoto, che diversi milioni di cattolici sono passati ai protestanti: davvero un bel successo, per la “teologia della liberazione”, e la concorrenza cattolica con i comunisti: alla fine, hanno perso tutti e due!

Ma vediamo se e come Bolsonaro, che è di origine italiana, può interessare anche noi. L’Italia non ha mai avuto una decisa politica nei confronti dell’America Latina, pur così legata a noi per religione, cultura e presenza di italiani. Meno che meno, abbiamo rapporti con il Brasile.

C’è un solo precedente storico notevole, ed è il matrimonio tra Pedro II, imperatore del Brasile dal 1831 all’89, e Teresa Cristina di Borbone Due Sicilie, figlia di Francesco I, e così amata dal popolo da essere ricordata come Madre dei Brasiliani. Ma il nostro stimatissimo Regno meridionale dell’epoca, che a stento aveva rapporti politici con i vicini di casa, figuratevi se faceva politica intercontinentale!

Nemmeno il Regno d’Italia fece granché, nemmeno il fascismo, che guardò, se mai, all’Argentina.

Questa fu l’unico Stato delle Americhe a non dichiarare mai guerra all’Italia dopo il 1941. Il Brasile sì, e mandò una divisione in Italia: mal gliene incolse, e venne battuta dalla Monterosa della Repubblica Sociale, dovendo chiedere soccorso agli Statunitensi.

Per il resto, è quasi solo un fatto di calcio. Non va bene, e ora, con due italiani al governo dei due Paesi più grandi e potenti del Sud America (ricordiamo Macri, di origine calabrese), bisogna invertire la politica estera.

A proposito di politica estera, la Merkel ha buscato l’ennesima mazzata, questa volta nell’importante land dell’Assia.

Si sta formando un nuovo mondo ideale, ideologico e politico sulle macerie dei falliti socialismi utopistici della seconda metà del Novecento. Un mondo che esiste e che vince, e che tuttavia non ha ancora una precisa identità.

Per quanto mi riguarda, saluto i miei lettori con questa precisazione a ogni buon fine: io sono tradizionalista, non conservatore. Pensateci bene.

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