Ai pescatori italiani prigionieri in Libia non rimane che chiedere la cittadinanza turca

E’ durata meno di una settimana la prigionia dei marinai della nave turca "Mabouka”, presi in ostaggio il 5 dicembre scorso davanti alle coste libiche dagli uomini del generale Haftar.

Ad indurre a miti consigli l’uomo forte della Cirenaica, è stato l’intervento tempestivo e deciso della diplomazia di Ankara.

Senza usare giri di parole o le formule astruse tante care ai politici nostrani, il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha dichiarato: “ Ricordiamo che se gli interessi turchi in Libia verranno presi di mira ci saranno delle gravi conseguenze e gli autori di queste azioni verranno considerati degli obiettivi legittimi“.

In altre parole, o ci restituite i marinai o interverremo militarmente.

A rendere il messaggio più persuasivo, ci hanno pensato i caccia turchi che si sono fatti vedere in volo dalle parti di Jufra e Sirte.

Vista la parata, a Bengasi hanno capito l’antifona ed il 10 dicembre hanno rimesso in liberta la nave con il suo equipaggio.

La vicenda, qualora, ce ne fosse stato bisogno, ha palesato l’irrilevanza del governo italiano che, a distanza di oltre cento giorni, non è ancora riuscito a riportare a casa i 18 marinai sequestrati sui loro pescherecci mentre si trovavano ad oltre 70 miglia dalla costa cirenaica.

Con tutta evidenza, a dispetto degli interessi che l’Italia vanta in Libia, l’azione diplomatica condotta dalla Farnesina non è stata presa molto sul serio.

Pertanto, nonostante le ripetute rassicurazioni fornite ai familiari, non c’è d’aspettarsi che i marinai facciano ritorno a casa neppure  per Natale.

A questo punto, ritenendo impensabile che Haftar si faccia impressionare dalle pusillanimi dichiarazioni di Di Maio, ai poveri pescatori non rimane che chiedere la cittadinanza turca.

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Emergenza Covid in Calabria, il bollettino di oggi: quattro morti e 340 nuovi casi

Quattro morti (due a Catanzaro e altrettanti a Reggio Calabria), 337 guariti e 340 nuovi casi positivi.

Questi i dati giornalieri relativi all'epidemia da Covid-19 comunicati dal dipartimento Tutela della Salute della Regione Calabria.

Complessivamente, quindi, su 370.059 persone sottoposte a tampone dall'inizio della pandemia, 18.537 sono risultate positive.

Territorialmente, i casi positivi sono così distribuiti:

- Cosenza: casi attivi 4.807 (100 in reparto Azienda ospedaliera Cosenza; 11 in reparto al presidio di Rossano e 19 al presidio ospedaliero di Cetraro; 2 ricoveri all’ospedale da campo; 17 in terapia intensiva, 4.658 in isolamento domiciliare); casi chiusi 1.115 (972 guariti, 143 deceduti).

- Catanzaro: casi attivi 1.557 (33 in reparto in reparto Azienda ospedaliera Catanzaro; 17 presidio ospedaliero Lamezia Terme; 25 Azienda ospedaliera universitaria Mater Domini; 6 in terapia intensiva; 1.476 in isolamento domiciliare); casi chiusi 1.050 (974 guariti, 76 deceduti).

- Crotone: casi attivi 931 (35 in reparto; 896 in isolamento domiciliare); casi chiusi 890 (876 guariti, 14 deceduti).

- Vibo Valentia: casi attivi 442 (22 ricoverati, 420 in isolamento domiciliare); casi chiusi 582 (561 guariti, 21 deceduti).

- Reggio Calabria: casi attivi 2.724 (112 in reparto; 14 presidio ospedaliero di Gioia Tauro; 9 in terapia intensiva; 2.589 in isolamento domiciliare); casi chiusi 4.035 (3.946 guariti, 89 deceduti).

- Altra Regione o stato Estero: casi attivi 200 (200 in isolamento domiciliare); casi chiusi 204 (204 guariti, 1 deceduto).

I casi segnalati nelle ultime 24 ore sono così distribuiti: 53 in provincia di Reggio Calabria, 131 in provincia di Cosenza, 27 in provincia di Catanzaro, 85 in provincia di Crotone e 44 in quella di Vibo Valentia.

Dall’ultima rilevazione, le persone che si sono registrate sul portale della Regione Calabria per comunicare la loro presenza su territorio regionale sono in totale 139.

 

Emergenza Covid, Bertolaso: “Conte dovrebbe chiedere scusa agli italiani”

E’ un Guido Bertolaso che non fa sconti, quello che affida ai social un commento caustico sulla gestione dell’emergenza Covid da parte del governo.

La riflessione, pubblicata sulla sua pagina Facebook, prende spunto dall’ultimo Dpcm illustrato ieri sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

“Ecco fatto – esordisce Bertolaso - segregati in casa per tutte le feste, anziani abbandonati, turismo demolito, nazioni confinanti strapiene di sciatori, decessi fra i più alti del mondo, e lo saranno ancora per settimane.

Strillate per i morti negli Usa? Il rapporto di popolazione fra noi e gli americani è di 5,5. I nostri 993 che abbiamo perso ieri fanno in proporzione 5.461 poco più del 50% degli Usa! Lo sapete quanti giorni di scuola hanno fatto i liceali della Campania dal 4 marzo scorso ad oggi? 14.

Tutto questo - rincara Bertolaso - perché il Governo non è stato in grado di gestire la seconda ondata che loro stessi avevano previsto. Continuano a chiamarla “emergenza”, a quasi un anno dall’inizio della pandemia. Chiamiamola con il giusto nome: incompetenza. I Covid hospital della Fiera di Milano e di Civitanova Marche sono pieni da settimane (purtroppo) ma erano inutili giusto?

Il Presidente del Consiglio – conclude il post- continua a fare conferenze a reti unificate senza contraddittorio, ignorando l’esistenza del Parlamento e omettendo di usare l’unica parola che dovrebbe pronunciare: scusateci!”.

Coronavirus, Italia: in un giorno quasi mille morti, mai così tanti dall’inizio della pandemia

Sono 23.225 i nuovi casi di coronavirus individuati in Italia nelle ultime 24 ore.

Il dato è emerso dall’esame di 226.729 tamponi.

Il rapporto tra positivi è tamponi sale al 10,02 per cento (ieri era al 9,9).

I dati diffusi dal ministero della Salute fanno registrare inoltre la preoccupante impennata dei decessi.

Nelle ultime 24 ore, infatti, sono morte 993 persone (+309 rispetto a ieri), un picco mai raggiunto dall’inizio della pandemia.  

Continua, invece, il calo dei ricoveri per Covid in terapia intensiva: ora sono 3.597 (-19 rispetto a ieri)

Stessa tendenza per quanto riguarda i reparti ordinari, dove al momento ci sono in cura 31.772 degenti (-682)

Coronavirus, Italia: indice Rt in calo, ma rimane alto il numero dei morti

Sono 20.709  i nuovi casi di coronavirus individuati in Italia nelle ultime 24 ore.

Il dato è emerso dall’esame di 207.143 tamponi.

Il rapporto tra positivi è tamponi scende al 9,9 per cento (ieri era al 10,6).

Secondo i dati del ministero della Salute, tra ieri ed oggi, si sono registrati 684 decessi, per un totale di 57.045.

Diminuiscono gli attualmente positivi che oggi sono 761.230, rispetto ai 788.471 di ieri. Netto aumento quindi dei guariti che sono 38.740, per un totale di 823.335 dall'inizio dell'epidemia. In calo anche i ricoveri per Covid in terapia intensiva: ora sono 3.616 (-47 rispetto a ieri)

Stessa tendenza per quanto riguarda i reparti ordinari, dove al momento ci sono in cura 32.454  degenti

Coronavirus, Ferro (Fdi) accusa il governo di " Criminale ritardo e colpevole inadeguatezza"

"Ribadiamo ancora una volta il criminale ritardo e la colpevole inadeguatezza che ha caratterizzato l’operato di questo Governo nella gestione della pandemia”.

Ha così esordito il vice capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia Wanda Ferro, presentando in aula una risoluzione in seguito alle comunicazioni del Ministro della Salute, Roberto Speranza, sulle misure anticovid. 

“Lo scenario – ha spiegato Wanda Ferro nel suo intervento - sarebbe potuto essere catastrofico se non ci fosse stato il sacrificio del personale sanitario, ridotto ormai allo stremo.  La confusione nella gestione della situazione di emergenza ha creato un pericoloso ‘ingorgo’ sanitario all’interno degli ospedali, che ha causato innumerevoli vittime per patologie estranee al Covid-19 che, in caso qualcuno non lo ricordasse, continuano ad essere presenti e a causare vittime. Avete escluso la possibilità in molte regioni di costruire o riconvertire strutture già esistenti per  la  cura dei malati da covid-19, così decongestionando gli ospedali.  Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia da mesi segnalano proposte di buon senso volte alla protezione delle fasce più deboli della popolazione, che in molti casi non dispongono neanche del vaccino anti influenzale, lasciate sole e isolate.  Sono assurdi il pressapochismo e l’insensibilità di questo Governo che pretende di anticipare le celebrazioni natalizie semplicemente spostando le lancette dell’orologio facendo “nascere Gesù qualche ora prima”.  

Non ci si preoccupa, inoltre, di prestare attenzione agli ingressi di clandestini nel nostro territorio che, rappresentano una ulteriore causa di contagio, così come non si è riusciti in alcun modo a intervenire sull’affollamento dei mezzi pubblici. Un governo incapace di organizzare il sistema scolastico, facendolo diventare da luogo di inclusione a luogo di esclusione sociale.  Auspichiamo che il governo possa anche chiarire quanto riportato da inchieste giornalistiche secondo cui qualcuno sarebbe intervenuto presso l’organizzazione mondiale della sanità per nascondere i disastri del governo e coprire i ritardi nella definizione del piano pandemico, preoccupato di non urtare la sensibilità politica del ministro. Questo pressapochismo, ormai caratteristico della maggioranza, ha fatto sì che si fosse impreparati a affrontare questa minaccia. Noi di Fratelli d’Italia chiediamo con la nostra risoluzione la definizione di un efficace “Piano Vaccini” che preveda il coinvolgimento delle Regioni e la definizione di un Piano Nazionale per i test rapidi da effettuarsi nella misura di almeno mezzo milioni di test al giorno; esentare dall’iva i futuri vaccini, i kit per i test Covid-19 e i dispositivi di protezione individuale; garantire che il "Piano Vaccini" rispetti tutti i criteri di sicurezza universalità a gratuità, assicurando la libera scelta dei cittadini; riconsiderare i criteri utilizzati per definire le zone di contagio, promuovendo un più forte ed efficace rapporto con le Regioni; riprogrammare il trasporto pubblico locale; riconsiderare la riapertura di teatri, cinema, palestre, e impianti sciistici nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza; predisporre un piano nazionale straordinario di assunzione di personale sanitario, garantendo un congruo riconoscimento a chi è impegnato in prima linea nella lotta al covid; garantire appena possibile la riapertura delle scuole di ogni ordine e grado, nel rispetto dei protocolli di sicurezza, garantendo  la didattica in presenza; garantire un periodo di isolamento obbligatorio e il rispetto dei protocolli sanitari, per tutti i cittadini extraeuropei  che entrano in Italia senza regolare permesso si soggiorno; individuare soluzioni che consentano  visite ai congiunti ricoverati in strutture di degenza e le visite ai familiari anziani; individuare le necessarie modalità di scambio d’informazioni tra Comitato tecnico scientifico e le commissioni parlamentari interessate, anche attraverso la trasmissione dei verbali e audizioni periodiche; considerato il fallimento dell’app immuni identificare un metodo scientifico che possa garantire un effettivo tracciamento della catena di contagio; garantire l’esercizio della libertà di culto e religiosa attraverso la frequentazione dei luoghi di culto, sempre nel rispetto dei protocolli di sicurezza. Proposte semplici, che rappresentano le istanze più diffuse che provengono dai cittadini, ma voi siete così lontani dalla gente, dalle amministrazioni locali, da chi con il proprio lavoro quotidiano, medici, infermieri, forze dell’ordine, imprenditori, professionisti, stanno conducendo una battaglia contro il virus e contro i suoi effetti devastanti sull’economia della Nazione. Vi preghiamo di ascoltare le proposte di chi - ha concluso il deputato di Fratelli d'Italia - dimostra ancora una volta di lavorare solo per il bene dei nostri concittadini e per dare un futuro di ripartenza e serenità all’Italia”. 

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Coronavirus, Italia: superate le 55 mila vittime

Sono 16.377 i nuovi casi di coronavirus individuati in Italia nelle ultime 24 ore.

Il dato è emerso dall’esame di 130.524 tamponi.

In lieve crescita il rapporto tra positivi è tamponi, che si attesta al 12,5 per cento (+0,9 per cento rispetto a ieri).

Secondo i dati del ministero della Salute, tra ieri ed oggi, si sono registrati 672 decessi, per un totale di 55.576.

Diminuiscono i ricoveri per Covid in terapia intensiva: ora sono 3.744 (-9 rispetto a ieri)

Aumentano, invece, i pazienti in cura nei reparti ordinari, dove al momento ce ne sono 33.187(+308 rispetto a ieri).

Il sonno dell’Europa e l’assenza dell’Italia regalano il Mediterraneo a Russia e Turchia

Il mondo che abbiamo conosciuto sta crollando giorno dopo giorno. A determinarne la caduta non sarà, come banalmente si sente ripetere, la pandemia da Covid.

Piuttosto, a dare le nuove coordinate al mondo che sarà, è qualcosa di molto più arcaico e conosciuto: la volontà di potenza.

L’espressione, riformulata in chiave filosofica da Nietzsche, è alla base della costruzione dei grandi imperi, ovvero degli spazi vitali che ogni popolo ha cercato di disegnare e conquistare.

Senza scomodare il Lebensraum e le dottrine di Haushofer, i popoli da sempre tendono a costruire la loro storia seguendo il medesimo filo conduttore.

Un filo rimasto latente nel mondo congelato dalla Guerra Fredda, ma ritornato oggi più protagonista che mai della corsa alla creazione degli spazi geopolitici del mondo che verrà.

Una corsa dalla quale l’Europa, sempre più vittima del suo pensiero debole, è destinata ad essere tagliata fuori.

Ciò che è accaduto negli ultimi anni, ma anche nelle ultime settimane, evidenzia in maniera inesorabile l’immobilismo del Vecchio continente, ormai rassegnato a portare i panni del gigante riluttante.

Un immobilismo colpevole, soprattutto in considerazione di ciò che sta avvenendo nel “Mediterraneo allargato”, ovvero lo spazio geografico che coinvolge aree territoriali  e marittime che hanno nel “Mare Nostrum” il loro baricentro.

 Lo spazio vuoto, lasciato dal riposizionamento degli interessi Usa nell’area del Pacifico, avrebbe dovuto essere coperto dall’Unione europea o dai Paesi del suo fronte sud che hanno una naturale proiezione nel Mediterraneo.

E’ invece, l’ignavia dell’Italia e il velleitarismo francese, hanno lasciato campo libero a vecchi e nuovi attori.

I conflitti degli ultimi anni, dalla Siria alla Libia, per finire al Nagorno – Karaback, ci dicono che i protagonisti della costruzione del nuovo ordine regionale sono già all’opera, impegnati a piantare bandierine nelle loro, sempre più ampie, aree d’influenza.

Da una parte, la Russia che, metabolizzate le conseguenze delle sanzioni imposte dall’Occidente dopo l’inizio della guerra nel Donbass (Ucraina) ed il vittorioso colpo di mano in Crimea, ha portato la sua influenza nel Mediterraneo ad un livello mai conosciuto neppure ai tempi dell’Unione sovietica.

Pur mantenendo un profilo basso, Putin è riuscito ad incunearsi in un settore strategico sia per le rotte commerciali – presenti e future – che per quelle energetiche.

La Russia, una volta consolidato il potere di Assad in Siria - dove con l’ampliamento della base navale di Tartus rafforzerà ulteriormente la propria presenza in un tratto di mare nel quale, a breve, i ricchi giacimenti d’idrocarburi presenti, porteranno al parossismo le linee di tensione già in atto - ha rivolto la propria attenzione verso un altro settore strategico: la Libia.

In quella che fu la “Quarta sponda”, il nuovo “zar” del Cremlino ha saggiamente occupato l’unica casella allora disponibile, quella accanto al generale Haftar, attorno al quale si sono coagulati gli interessi di altri attori, dall’Egitto agli Emirati Arabi - con i quali la Russia ha un interessato dialogo in atto. Nelle intenzioni di Mosca, infatti, avere, tramite i contractors del "Gruppo Wagner", gli scarponi in Libia non significa soltanto piazzare un’ulteriore bandierina nel Mediterraneo meridionale, bensì aprirsi una porta verso il Maghreb e buona parte dell’Africa sub sahariana.

Il disegno di Mosca non è avventato, né estemporaneo, piuttosto risponde ad una precisa e calcolata strategia finalizzata a presidiare le più importanti rotte marittime, energetiche e commerciali.

Non è un caso, che una volta consolidata la presenza nel Mediterraneo, Putin abbia rivolto l’attenzione verso un bacino cruciale del “Mediterraneo allargato”, ovvero il Mar Rosso. Proprio nei giorni scorsi, infatti, lo “zar” ha annunciato la stipula di un accordo con il Sudan, grazie al quale la Marina russa si doterà di una base navale non lontano da Port Sudan, a metà strada dalle porte d’accesso al Mediterraneo (Suez) ed al Golfo di Aden e quindi all’oceano Indiano (lo Stretto di Bab el-Mandeb).

L’ultimo intervento, in ordine di tempo, Putin lo ha fatto registrare nel suo “giardino di casa”, ovvero in Nagorno-Karback, dove ha fatto da sensale, insieme al presidente turco Erdogan, per l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian.

Un trattato sul quale hanno avuto un peso decisivo, l’abilità e la raffinata astuzia di Putin, il quale ha atteso, per intervenire, che l’Armenia fosse irrimediabilmente con le spalle al muro, con il risultato che la pace draconiana subita, ha indotto gli armeni e porsi definitivamente sotto l’ombrello protettivo di Mosca.

Al tavolo della pace, Putin, come spesso capita ultimamente, ha incrociato l’alleato-rivale Erdogan.

Proprio il presidente turco è l’altro protagonista che, in maniera sempre più assertiva, sta proiettando Ankara ad interpretare il ruolo di potenza regionale.

Un ruolo a tutto campo che ha indotto la Turchia a ripensare se stessa in chiave neo ottomana.

Una strategia imperniata sulla dottrina del “Mavi Vatam” o della “Patria Blu” in virtù della quale Ankara si propone di estendere il controllo sul mare, per poi imporre la propria influenza sulle risorse energetiche e sulle rotte commerciali.

Un disegno sostenuto anche grazie all’attività della “Fratellanza musulmana” che ha permesso alla Turchia di allargare il proprio raggio d’azione con la creazione di una base militare in Qatar e di un punto d’appoggio navale nel porto di Suakin, in Sudan.

La penetrazione turca, tutt’altro che unidirezionale, ha fatto breccia anche nei Balcani - non solo in Bosnia-Erzegovina, Albania e Kosovo, ma anche in Serbia – dove la “Strategia profonda” ha portato Ankara ad essere il maggior investitore dopo Unione europea, Cina e Russia.

Molto più rumorosa, invece, la partita che Erdogan ha giocato e continua a giocare nello scacchiere siriano, dove la Turchia impiega una straordinaria massa di manovra composta da integralisti islamici e siriani turcomanni.

La stessa massa di manovra è stata spregiudicatamente gettata in campo in Libia, dove l’appoggio turco si è rivelato decisivo per evitare la caduta di Tripoli, insidiata dalle milizie del generale Haftar.

Un impegno che, grazie anche all’appoggio della “Fratellanza musulmani” che supporta Fayez Al Sarraj, ha già fatto passare Erdogan all’incasso, ottenendo la strategia base aerea di “al-Watiya” e quella navale di Misurata. Anche in Libia, così come accaduto in Somalia, a fare le spese dell’attivismo turco è stata l’Italia, la cui unica politica estera, in questi anni, è stata quella portata avanti dalla diplomazia informale dell’Eni.

La proiezione turca, come dimostra il recente conflitto azero-armeno per il controllo del Nagorno-Karabakh, non si limita al solo Mediterraneo.
Proprio nel Caucaso l’intervento indiretto di Ankara – con i soliti mercenari islamici e con cospicue forniture militari – si è rivelato decisivo per ribaltare l’esito della guerra combattuta nei primi anni Novanta.

A rendere possibile la vittoria azera sono stati, soprattutto, i Tb2, i temibili droni di costruzione turca con i quali sono state decimate le forze corazzate e le linee logistiche armene.

Un successo che ha permesso, ancora una volta, al “Sultano” di allargare la sua sfera d’influenza e sedere ad un tavolo le cui decisioni sono state apprese dall’Unione europea solo attraverso i giornali.

L’immobilismo europeo, sui diversi scacchieri, forse risente di un concezione ormai superata.

L’idea che sia sufficiente produrre beni per conquistare e mantenere i mercati appartiene, infatti, al mondo che è stato, non a quello che sarà. Il vantaggio competitivo dato dalla tecnica ha permesso all’Europa, complice l’ombrello militare americano, di coltivare il proprio import-export senza doversi preoccupare delle incombenze geopolitiche.

Oggi, invece, quel vantaggio competitivo, peraltro sempre più ridimensionato, non basta più a conquistare e mantenere i mercati. Lo hanno ben capito proprio i Paesi che, come Russia e Turchia, hanno la consapevolezza che chi non fa la Storia è destinato a subirla.

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