Serra si prepara alla festa di san Bruno. IL PROGRAMMA

L'arcipretura di San Biagio vescovo e martire ha diramato ufficialmente il programma dei festeggiamenti religiosi e civili in onore del santo patrono Bruno.
 
Dal punto di vista dei riti religiosi, è già in corso il novenario con le sante messe celebrate nella chiesa Matrice alle ore 7:30 e 18:00.
 
Sabato 5 ottobre, vigilia della solennità di san Bruno, alle ore 16:00 avrà inizio il corteo delle confraternite che muoverà in direzione della Certosa per prelevare il busto argenteo reliquiario.
 
Dal 5 all'11 ottobre, alle ore 21:00, il tradizionale appuntamento con l'Ufficio cantato.
 
Domenica 6 ottobre, festa del Santo, il programma religioso è naturalmente ricco di appuntamenti: alle 7:30 la santa messa; alle 8:30 il canto dell'Ufficio e la messa con le tre congreghe; alle 11:00 la messa cui seguirà la supplica alla Madonna del Rosario.
 
La processione per le vie di tutto il paese avrà inizio alle 14:30; al termine, messa sempre nella chiesa Matrice. Il programma civile, invece, riguarderà solo sabato 5 ottobre ed è stato realizzato con la preziosissima e fattiva collaborazione della Pro loco di Serra San Bruno e delle tre congreghe.
 
Alle ore 21:30 avrà inizio l'esilarante spettacolo del comico Piero Procopio e la buona musica della Tfr Band; alle 22:30 ci sarà lo spettacolo pirotecnico.
 
Il 7 ottobre, dopo la celebrazione serale dell'Ufficio, avrà luogo l'estrazione della riffa.
 
San Bruno ritornerà in Certosa sabato 12 ottobre alle 16:00; prima, alle 15:30, si terrà la benedizione dei bambini.

Serra: cade un albero a Santa Maria del Bosco, sfiorato il dormitorio di san Bruno

Tragedia sfiorata a Santa Maria del bosco, dove nel pomeriggio di ieri è caduto un albero che ha sfiorato il dormitorio di san Bruno.

Il fatto è accaduto, intorno alle 17, quando, a causa del forte vento, un abete bianco si è schiantato al suolo.

Da quanto riferito da un testimone, l'episodio avrebbe potuto avere conseguenze nefaste.

Pochi minuti prima che l'albero cadesse, sul luogo sarebbero stati presenti due turisti in visita ai luoghi bruniani.

Fortunatamente, non ci sono stati danni nè a persone, nè a cose.

Le funzioni in onore di San Bruno trasmesse diretta streaming

Dopo gli apprezzamenti riscossi per la festività della Vergine Addolorata, anche i festeggiamenti solenni in onore del Santo Patrono Bruno potranno essere seguiti in streaming, per coloro che fossero impossibilitati a prendervi personalmente parte. Grazie all’interessamento di Raffaele Timpano, la Santa Messa delle ore 8:30 (la tradizionale “Curunedha” delle confraternite) e delle ore 11:00 (quest’anno celebrata da Sua Ecc. Rev.ma mons. Vincenzo Bertolone, Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace) si potranno seguire su internet cliccando su:

La processione che seguirà nel pomeriggio, così come l’arrivo di San Bruno in paese e poi la sua partenza, rivivrà negli scatti fotografici dello stesso Timpano, che saranno condivisi sulle pagine già menzionate.

Serra: San Bruno e la celebrazione del lunedì di Pentecoste

Numerosa e composta, anche quest’anno, la partecipazione popolare alla tradizionale processione del lunedì successivo alla Pentecoste, nel corso della quale i devoti di san Bruno accompagnano la statua del Santo, dalla Certosa, al Santuario di Santa Maria del bosco.

La tradizionale processione del lunedì successivo alla Pentecoste trova origine in un episodio, storicamente ben collocabile.

Dopo la sua fondazione, nel 1091, la Certosa, nel 1193, passò ai cistercensi. Nel 1505, quando il ricordo era ormai labile, al disotto della chiesa di Santa Maria vennero rinvenute le spoglie di Lanuino e del fondatore dell’ordine cartusiano.

In seguito al ritrovamento, che indusse nel 1514, papa Leone X a santificare Bruno ed a richiamare i certosini alla guida della Certosa, il lunedì di Pentecoste del 1505 centinaia di fedeli diedero origine ad un corteo che seguì la traslazione delle reliquie, dalla chiesa di Santa Maria, alla Certosa.

Nella ricorrenza di quell’evento, ogni anno, i fedeli, seguendo il percorso inverso, accompagnano il simulacro di san Bruno nei luoghi in cui la prima comunità certosina, ormai mille anni or sono, elevò il suo eremo.

Lungo il tragitto i fedeli lanciano confetti che, prima di cadere sul selciato, si infrangono contro la teca in vetro predisposta a difesa del prezioso busto. Anticamente, al fine di placare la pioggia, i confetti venivano raccolti, per poi essere gettati dalle porte o dalle finestre durante i temporali.

Tra i fedeli, seppur in misura ridotta rispetto al passato, fanno ancora capolino le testoline bianche dei “monachiedi”, ovvero i bambini vestiti con il tipico saio certosino.

Giunti al cospetto del lago, nelle cui acque San Bruno s’immergeva in penitenza, viene impartita la benedizione che precede l’ingresso della statua in chiesa.

Dopo una notte di veglia, una nuova processione segue il percorso inverso.

Nel corso dei secoli la tradizione è radicalmente mutata. Un tempo, infatti, i fedeli raccoglievano piccoli rami di abete che, una volta bagnati con l’acqua lacustre, venivano utilizzati a protezione delle abitazioni.

Così come sono cessati del tutto gli esorcismi agli “spirati”, ovvero gli ossessi, che al termine della liturgia venivano immersi nello specchio d’acqua per essere liberati. Un rito ancora vivo negli anni Sessanta, al punto da indurre, l’antropologo Ernesto De Martino a definire il laghetto, il “Gange delle Serre”.

Tra  le tradizione, ormai desuete ve ne era una in cui al sacro si sostituiva rapidamente il profano. Fino a qualche decennio addietro, infatti, al termine della cerimonia i fedeli popolavano le posticce osterie nelle quali la trippa e le teste di capra in umido rappresentavano piatti forti sui quali versare fiumi di vino, sovente origine di assai poco caritatevoli dispute.

Nonostante molte tradizioni siano venute meno ed a dispetto di un tempo in cui i ritmi vorticosi ed ossessivi sembrano derubricare la religione ad un fatto puramente personale, quando non addirittura esteriore, la devozione verso il santo di Colonia conosce ancora un naturale afflato; anche perché, come recita una popolare giaculatoria, per ogni serresi san Bruno rappresenta ancora “lu rifugio alli [… ]guai”.

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Il busto reliquiario di San Bruno ed il mistero della sua apertura

 

Frutto di un argentiere napoletano, o del celebre maestro Laurana, in argento sbalzato, cesellato e butilato, centimetri 65 per centimetri 55, nel 1516 il busto argenteo di san Bruno fece il suo ingresso trionfale nella cittadina della Certosa tra i grandi festeggiamenti del fedeli. Due anni prima, Bruno di Colonia, fondatore dell’Ordine dei certosini veniva proclamato Beato viva vocis oraculo (19 luglio 1514) da Papa Leone X, che concesse ai certosini di celebrarne il culto. A questo atto pontificio seguirono, quindi, le bolle del 17 febbraio 1623 di Gregorio XV e del 1674 di Clemente X, che ne estesero il culto a tutta Chiesa.

La necessità di avere un busto reliquiario fu posta in essere da parte dei monaci certosini di san Martino dopo che qualche anno prima vennero ritrovare le spoglie di Bruno insieme a quelle del beato Lanuino da un signore di Stilo in un muro dietro l’altare dell’attuale Santuario mariano di Santa Maria del Bosco e dopo che vennero traslate ad opera dei monaci Cistercensi presso il Monastero di Santo Stefano che in quel periodo “occupavano” la Certosa. Le ossa del fondatore dell’Ordine vennero quindi spedite a Napoli dove fu fatta una nuova ricognizione e dove i monaci certosini s’incaricarono di far costruire un degno reliquiario che custodisse le rimanenti spoglie di Bruno.

L’attribuzione non è certa anche se sembra che l’influenza di Laurana ci stia tutta e, se non lui, ad eseguire questo finissimo lavoro di alta oreficeria potrebbe essere stato un suo discepolo. Il Busto reliquiario, raro esempio di cone l’arte sia riuscita nella raffigurazione plastica del volto dell’ascesi, una volta giunto a Serra, accolto dal lancio dei confetti, venne custodito nella Monastero bruniano fino al 1783, anno del disastroso terremoto che decretò danni irrimediabili alla struttura certosina. Successivamente venne custodito nella chiesa Matrice fino alla riapertura della Casa certosina avvenuta agli inizi del ‘900.

Il busto viene portato in processione sulla cosiddetta “varia”, un tronetto  realizzato nel 1797 dall'artista napoletano Luca Baccaro. I quattro lati della varia  sono rivestiti di lamine d'argento lavorate a sbalzo con motivi fitomorfi, Al centro di ogni lato vi è un medaglione d'argento incorniciato con rami di palma di bronzo. Il lato A raffigura una scena con i monaci certosini risparmiati dal terremoto del 1783. Nel lato B si vedono i monaci che ringraziano Dio per lo scampato pericolo. Nel lato C è riprodotto lo stemma della famiglia Taccone di Sitizano, donatrice della varia, e nel lato D lo stemma della Certosa. Ma il mistero s’infittisce quando si tratta di comprendere come vengono custodite e di cosa sono composte le reliquie di Bruno di Colonia.

A descriverci come si apre il prezioso reliquario e cosa vi si trova è lo storico dell’arte Domenico Pisani nel volume sul patrimonio storico e artistico della Certosa impreziosite dalle foto di Bruno Tripodi. Dopo aver aperto lo sportelletto sottostante il busto bisogna infilare in maniera particolare la mano in una cavità fino a giungere ai tre bulloni che tengono avvitato il capo al busto, svitandoli la testa del Santo si divide quindi a metà tra volto e cappuccio ed è possibile arrivare alla reliquia. Ma di cosa si stratta? Il complesso meccanismo di apertura con tutta probabilità voleva celare un piccolo segreto. Alla certosa di san Martino tra le reliquie principali fu inviata l’intera calotta cranica di san Bruno ma nel reliquario ne viene custodia solo metà, quella che arriva fino alle orbite. Con tutta probabilità i certosini di san Martino non volevano che si scoprisse questo “piccolo” particolare e avevano fatto si che venisse creato un meccanismo così complesso da vanificare i vari tentativi di apertura per non scoprire che avevano trattenuto “qualcosa” del loro Fondatore.

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Serra, riqualificata "Croceferrata" ad opera dell'associazione San Bruno e Beato Lanuino

«Ricorre quest'anno il IX centenario della morte del Beato Lanuino, naturale successore di San Bruno, alla guida della allora neofondata Certosa della Torre, e, per l'occasione la nostra Associazione, intitolata appunto a questi due Santi, doveva necessariamente suggellare e proiettare nel tempo tale evento». Lo afferma in una nota il presidente dell’associazione San Bruno e Beato Lanuino Cesare Regio. L’idea, grazie all’intuizione del componente del sodalizio, Cosimo Primerano, «è stata quella di restituire degno decoro, al luogo dove nel 1098 avvenne l'incontro tra San Bruno e Landuino. Tale località, denominata “Croceferrata”, si trova a pochi chilometri da Serra, sulla Statale per Soriano Calabro adiacente all'ultimo svincolo della Superstrada delle Serre. E' qui che tra rovi, arbusti ed erbacce, si trovava abbandonato, dimenticato, solitario, un imponente e granitico monumento la cui epigrafe, palesemente incisa a mano, riporta solenne e concisa l'evento storico in cui San Bruno si recava ad accogliere Landuino, già suo primo successore al Priorato della prima Casa Monastica  da egli stesso fondata a Grenoble». L’associazione «nel rispetto e nell'ottemperanza del suo Statuto – rende noto il presidente Regio - pronta ad intraprendere concretamente una linea  di condotta rispondente alle esigenze del momento, coinvolgendo nell'impresa anche terze persone, non direttamente interessate al fine ultimo dell'iniziativa, ha iniziato la messa in opera del progetto di riqualificazione». Da qui «la necessità di rivolgersi all'ingegner Vincenzo Marzi, capo compartimento Anas Calabria, e al geometra Giuseppe Franco, titolare dell'Impresa Franco di Roccella Ionica, i quali, con grande entusiasmo, sensibilità e sollecitudine, hanno accolto le nostre richieste, prodigandosi attraverso uomini e mezzi, non solo a restituire decoro al monumento, ma addirittura creando ex novo un'area circostante, la cui progettazione ben si sposa, integrandosi, con il paesaggio limitrofo. Nonostante tale località sia adiacente al crocevia stradale, essa infonde magicamente un'atmosfera di isolamento, catarchica, contemplativa e rasserenante. Una doverosa menzione spetta «all'artista Francesco Tassone, che, a compimento dell'opera, ha magistralmente restaurato, gratuitamente, la bellissima Croce sormontante il monumento storico e commemorativo a celebrazione del glorioso incontro. Invitiamo i cittadini a visitare e diffondere questa testimonianza lasciata alla posterità, onde perpetuarne la memoria». 

 

 

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Viaggio attraverso il monachesimo in Calabria: dalle origini ad oggi

Diceva san Gregorio Nisseno: “Una diversa generazione è apparsa e una diversa vita e un diverso modo di vivere. La nostra stessa natura ha subito un cambiamento. Quale è questa generazione? Quella che scaturisce dal sangue, né da volere da uomo, né da volere di carne, ma è stata creata da Dio. Come può avvenire questo? Ascolta e te lo spiegherò in breve. Questa nuova prole viene concepita per mezzo della fede, viene data alla luce attraverso la rigenerazione del battesimo, ha come madre, la Chiesa, succhia il sangue della sua dottrina e delle sue istituzioni. Ha poi come cibo il pane celeste. L’età matura è costituita da un alto stile di vita. Le sue nozze sono familiarità con la sapienza. Suoi figli sono la speranza, sua casa il regno, sua eredità è ricchezza la gioia del paradiso. La sua fine poi con la morte, ma quella vita eterna e beata che è preparata a coloro che ne sono degni”. Questi desideri che sanno già di ascetismo trovano campo favorevole in Calabria, nella nostra regione erede di un altro tipo di ascetismo, pagano quanto si vuole, ma sempre ascetismo, quello rivolto agli dei dell’Olimpo greco. È la terra di vivace religiosità legata ai grandi templi di Locri, Kroton, Hipponion e Kaulon ed altri, è la terra della scuola filosofico-religiosa di Pitagora e quella medica di Alcmeone. È la terra, la Calabria, che accoglie le prime aspirazioni di silenzio ed eremitismo, le prime vocazioni monastiche che nel contempo fioriscono tra le Chiese d’Egitto, di Palestina, della Siria, di Cappadocia, della Calcide, dell’Africa, della Gallia e di Roma. Siamo al IV secolo, quando la nostra regione accolse i primi anacoreti a Reggio, come ci viene riferito dal Bios di san Fantino senior di Tauriana e da san Gerolamo. Nel 494 il papa Gelasio impone ai vescovi calabresi di ordinare sacerdoti soltanto quesi monaci che davvero vivono con profonda santità. Il primo grande monaco è Magno Aurelio Cassiodoro che cerca di salvare la caduta dell’Impero di Roma ma soprattutto la sua civiltà, facendo incontrare i Goti e i Romani sulla base del cristianesimo. Ma il tentativo fallisce per la guerra gotico-bizantina e  Cassiodoro, a Squillace, intraprende, attraverso l’ascesi monastica e la cultura, la via della civiltas. Così fonda un monastero con due residenze: sulla spiaggia il Vivarium destinato ai monaci che si dedicano alla cultura, con grandi vasche per coltura ittica; sulla collina il Castellium per quei frati che si dedicano ai lavori umili e manuali. In entrambi la vita ascetica era confortata da una ricca biblioteca con libri dello stesso Cassiodoro ed altri forniti dai monaci amanuensi che nello Scriptorium trascrivevano le opere classiche e le Sacre Scritture. Purtroppo il monastero di Squillace scomparve prima dell’ottavo secolo, nonostante gli interventi favorevoli di san Gregorio Magno. Coevi all’istituzione cassiodorea, in Calabria sorgevano altri monasteri, forse benedettini:  a Tauriana, a Reggio e a Tropea secondo quanto si ricava dall’Epistolario di san Gregorio (590-604). E più avanti Nicolò I nell’863 ricorda il monastero benedettino di Santa Maria di Cosenza, quello di Canale di Pietrafitta ed un altro titolato Santa Maria di Requisita, passato nel secolo XII ai Cistercensi col titolo di Sambucina a Luzzi. Nel 536 Belisario, il generale di Giustiniano arrivava a Reggio e la Calabria diventava regione bizantina e scomparvero i grandi monasteri di fede latina. Dal Pollino in giù, distribuiti per tutta la catena appenninica fino all’Aspromonte, apparve una moltitudine di eremi e anacoreti: speleoti, vegetariani e solitari che vennero da noi fermandosi nelle località più deserte e lontane, più impervie e selvagge. Il grande desiderio di solitudine e di vicinanza a Dio li portava a rifugiarsi in fredde grotte scavate nel tufo e cavità ricavate nei tronchi di alberi secolari; si nutrivano di vegetali selvatici e si dissetavano alle pure sorgenti di rocce, si coprivano di pelli; la giornata passava tra preghiere, contemplazione, lavoro e nelle notti insonni penitenze e mortificazioni del corpo. I giorni di festa, per la Liturgia, si vivevano nella chiesetta comune dalle ricche cupolette come la Cattolica di Stilo e se qui non v arrivava il sacerdote si recavano alla chiesa giù in paese. E i cenobi, laure e  piccoli monasteri lievitarono nella nostra regione con l’arrivo di profughi siriani, egiziani e libici sospinti dall’avanzata maomettana del 636. Altri profughi verranno, dopo il 750, a seguito delle persecuzioni iconoclaste di Costantinopoli e dell’Oriente ed infine altri profughi verranno dalla Sicilia dal sec. IX in poi. I primi cenobi apparsi in Calabria erano costituiti da gruppi, poi diventati comunità, di monaci laici autonomi, nel senso che potevano trascorrere il tempo il tempo dell’eremitismo fin quanto volevano, e ciò avveniva col consenso del loro egumeno, da loro stessi eletto che aveva il compito di essere il loro abate ma senza regole scritte e solo con l’esempio di vita retta. Questi primi cenobi erano davvero piccoli e per numero di cenobiti e per povertà di strumenti da vivere e per materiali da costruzione: la Cattolica di Stilo, la chiesa di San Marco di Rossano e la chiesa sotterra di Paola. Comunque il più antico (prima del IX secolo) cenobio di origine greca in Calabria si può considerare quello di San Fantino a Tauriana dove erano custodite le reliquie del Santo. Altro monastero coevo era nell’allora detta Valle delle Saline a sud di Palmi, era quello di Sant’Elia il Giovane, trasferitosi in seguito a Seminara, dove fu detto anche di San Filareto. Nella stessa area è ancora visibile e meta di pellegrinaggi nei pressi di Melicuccà, la grotta, unico rudere, del monastero di Sant’Elia lo Speleota, capostipite della famosa comunità di monaci basiliani del Mercurion. Coevi al monastero di sant’Elia lo Speleolota a Melicuccà, altri monasteri, seppur piccoli, sono sorti un po’ dovunque in Calabria. Citiamone alcuni: San Nicola di Calamizzi, Santa Maria Theotokos dei Tridetti di Staiti, San Pancrazio di Scilla, Sant’Angelo di Valletuccio, San Nicola di Gallico, San Pietro di Arasì, San Giorgio di Pietracappa, San Filippo d’Argira di Gerace, San Nicodemo di Cellerana a Mammola, San Lorenzo di Arena, Santa Maria Veteri di Squillace, Sant’Angelo di Drapia, Arsafia di Stilo, San Giovanni Theriste di Bivongi, San Giovanni di Campolongo a Cutro nei pressi di Le Castella,  San Nicola di Salica sulle alture di Capocolonna di Crotone, Santa Marina di Umbriatico, Sant’Adriano a San Demetrio Corone, Sant’Anastasia di Rossano, San Giovanni Calabita a Caloveto, Santo Janni a Cutro, Santa Maria delle Armi di Cerchiara, San Giovanni Mercurio a Laino, Santa Veneranda a Maida e così via. Insomma secondo alcune ricerche il numero dei cenobi di origine greca ammonterebbe, solo in Calabria, a quattrocento; ciò testimonia che il monachesimo orientale è penetrato in ogni contrada, anche la più irraggiungibile, della nostra regione. In alcuni di questi siti esisteva lo Scriptorium, come nel monastero cassiodoreo, una sorta di laboratorio per la trascrizione di Codici; di questi, oltre duemila sono sparsi in molte biblioteche del mondo. Certamente non si può non esprimere gratitudine agli amanuensi di quel tempo e già, perché grazie a questi santi monaci eremiti, oggi possiamo scrivere e “leggere” la nostra storia. Dei tanti Codici, oggi ben custodito nella cattedrale di Rossano, resta il famoso Codex Purpureus Rossanensis del VI secolo, edito probabilmente in Siria. Altri Scriptoria, appartenenti ai successivi monasteri di fede latina, esistevano nel monastero di Sant’Angelo di Frigillo a Mesoraca, in quello della Sambucina di Luzzi, nella Certosa di Santo Stefano del Bosco a Serra San Bruno e nel monastero florense di San Giovanni in Fiore. E, voluto e incoraggiato dai Normanni, venne il tempo del monachesimo latino che raggiunse grandi dimensioni ed estensioni in tutta la Calabria ed abbracciò il grande periodo normanno-svevo e angioino. Tra gli innumerevoli monasteri del tempo ne citiamo alcuni e comunque quelli più conosciuti. Intanto visitiamo i monasteri benedettini: Santa Maria di Sant’Eufemia, Santa Maria della Matina presso San Marco Argentano, Santa Maria di Valle Josaphat e delle Fosse in territorio di Paola, il monastero di Corazzo presso Carlopoli, , il Rocca Falluca di Tiriolo, il SS. Trinità di Mileto, il San Nicola di Salettano a Bisignano, San Pietro in Guarano, Santa Maria dell’isola di Tropea, San Pietro di Niffis in San Mauro Marchesato e il Santo Stefano di Abgadori di Isola Capo Rizzuto. Dal 1098, poi, dall’Ordine Benedettino nacque quello dei Cistercensi che subentrarono ai già presenti monasteri: Sambucina di Luzzi, Santa Maria di Corazzo dal 1162, Sant’Angelo di Frigillo di Mesoraca dal 1189,  a Tiriolo dalla fine del sec. XII e a Santa Maria di Acquaformosa. Nel frattempo, dopo aver fondato nel 1084 a Grenoble tra le montagne della Chartreuse un monastero detto Certosa, venne in Calabria Brunone di Colonia al seguito del suo discepolo papa Urbano II, che gli aveva anche offerto la sede vescovile di Reggio, però rifiutata. Così il Santo tedesco volle rimanere in Calabria e tra i boschi delle Serre, con terre offerte dal benefattore Conte Ruggero il Normanno, fondò la prima  Certosa d’Italia e unica in Calabria, dedicandola a Santa Maria della Torre, nel luogo dove oggi vi sono le testimonianze della sua penitenza e del suo vivere quotidiano. Era l’anno 1091. Qualche anno dopo e a pochi chilometri a sud è sorta la Certosa di Santo Stefano del Bosco per quei frati desiderosi di ascesi ma in un ambiente meno rigido di Santa Maria. Siamo nella Certosa di Serra San Bruno visitata dai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ancora dalle costole cistercensi è nato anche l’Ordine Florense fondato dal “calabrese abate Gioacchino, di spirito profetico dotato”. Siamo davanti al grande Gioacchino da Celico, nato nel 1130 che ha preso il saio monacale alla Sambucina nel 1177 e che diresse il monastero di Corazzo. Però, “ritenendo quella vita monastica piuttosto comoda e ricca”, nel 1191 fondava il cenobio di San Giovanni in Fiore, la cui Regola veniva approvata da Celestino III con Bolla del 1196. Legati ai Florenzi sono nati altri monasteri: Fontelaurato di Fiumefreddo Bruzio, Santa Maria di Altilia di Santa Severina, Pietralata di Pietrafitta, San Giovanni di Abatemarco e tanti altri. Ma nel 1570 Pio V soppresse quei pochi monasteri florenzi rimasti incorporandoli tra i Cistercensi. Concludiamo il nostro viaggio attraverso il monachesimo in Calabria e la sua evoluzione dalle origini ad oggi, senza però trascurare un rapidissimo accenno a quel monachesimo che non fu di origine calabro-greca, ma ugualmente importante per la Calabria. Innanzitutto san Francesco di Paola che, sulla scia dei Francescani Minori del Poverello d’Assisi presenti in modo considerevole in terra calabra, fondò l’Ordine dei Minimi con tanti conventi sparsi nel mondo. Inoltre i Padri Predicatori seguaci san Domenico di Guzman che fondarono nei nostri paesi un’infinità di conventi e dei quali il più importante e conosciuto nel mondo resta quello di Soriano. Al postutto, non possiamo sottacere che tutti monasteri calabresi, a prescindere dall’Ordine di origine, furono grandi artefici della rinascita socio-economica e spirituale della Calabria ed ancora oggi costituiscono il volano per l’incremento del turismo religioso e culturale e soprattutto luoghi di intensa spiritualità da vivere quotidianamente.

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L’essenza della vita certosina: discussione scientifica sul significato di una scelta

Con la relazione di Filippo Burgarella, “Lanuino e il mondo normanno”, si è concluso, il convegno di studi “In morte quoque non sunt divisi. Da Bruno a Lanuino: l’esperienza monastica dell’eremo di Santa Maria della Torre”, organizzato dalla Certosa di Serra San Bruno con il contributo di diversi enti e istituzioni, tra i quali la Regione Calabria, il Parco Naturale delle Serre Calabrese, la Deputazione di Storia Patria della Calabria e l’editore Rubbettino. Un convegno importante perché, tramite una pluralità di “voci”, ha aperto nuove piste di discussione scientifica intorno a un argomento ancora non compiutamente esplorato dagli studiosi. In particolare, le relazioni di Rinaldo Comba, Tonino Ceravolo, Giovanni Leoncini, Silvio Chiaberto, Don Leonardo Calabretta, Roberto Bisio e Francesco Cuteri, hanno utilizzato le lenti dello storico per focalizzare temi e problemi fondamentali dell’attuale dibattito: il rapporto tra eremo e cenobio nella fondazione monastica serrese, il ruolo di Lanuino nell’evoluzione dell’eremo della Torre, le modalità di trasmissione della sua memoria, lo stato della documentazione relativa all’insediamento calabrese, il passaggio della casa religiosa ai cistercensi alla fine del XII secolo, l’analisi della figura di Landuino. Di “taglio” orientato alla disamina delle coordinate spirituali del monachesimo certosino, a partire dal suo iniziatore Bruno di Colonia e anche in rapporto ad altre esperienze come quella di Camaldoli, gli interventi di Cecilia Falchini, Dom Ubaldo Cortoni e Giuseppe Gioia. Altrettanto importante l’apporto degli studiosi, appartenenti a diverse università italiane, che hanno presieduto le tre sessioni del convegno, da Giuseppe Caridi (presidente della I sessione), al già richiamato Rinaldo Comba e a Vito Teti, che ha coordinato la sessione conclusiva. Di grande suggestione, infine, l’intervento del Padre Priore della Certosa, Dom Basilio Trivellato, che, subito dopo i saluti delle autorità civili e religiose, ha proposto una densa e penetrante riflessione sul significato della vita certosina.

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