L'antico pane "Brunetto" calabrese premiato tra i migliori pani d'Italia

La quattordicesima edizione del Concorso Premio Roma per i migliori piani d’Italia, organizzato dalla Camera di Commercio di Roma, ha premiato il pane Brunetto prodotto dal Mulinum di San Floro con grano Senatore Cappelli in purezza, riconoscendogli il podio, dopo un’accurata selezione tra 180 prodotti condotta da un gruppo di degustatori professionali, che opera la selezione sulla base di una rigorosa griglia di requisiti organolettici e sensoriali.

Con il Brunetto, il Mulinum ha riscoperto e rimesso in circolazione il pane come tradizionalmente veniva fatto a San Floro, in provincia di Catanzaro e più in generale in Calabria, prima degli anni ’50, quando in Calabria si coltivava il grano duro Senatore Cappelli, che veniva macinato a pietra lasciando la semola integrale, che a sua volta veniva impastata con lievito madre e quindi cotto nel forno a legna.

È stato infatti Mulinum, la prima società agricola pensata come una filiera dalla terra al pane, creata dal giovane imprenditore calabrese Stefano Caccavari, a creare col pane un ponte virtuoso tra passato e presente, un ponte che va dai contadini che recuperano e coltivano bio le sementi locali originarie, che prosegue con la produzione di farine integrali macinate a pietra, fino alla panificazione in diversi tipi di pane, il cui “capostipite” è stato proprio il pane Brunetto.

Tale ponte ha una pietra miliare: “nonna Concetta”, fu infatti la nonna di Stefano Caccavari, suo riferimento costante, ad assaggiare il primo pane prodotto dal forno e “riconoscerlo” come uno dei suoi sapori d’infanzia, non ebbe dubbi e sentenziò al primo assaggio: “ma questo è pane Brunetto!”.

“Lo avrebbe potuto chiamare pane nero -spiega il nipote Stefano - ma sentire il nome Brunetto, marroncino, mi sembrò un modo più gentile, comunicativo per definirlo, e capii che quello sarebbe stato il nome del mio primo pane Mulinum, il primo che abbiamo sfornato, che ora produciamo in 100 chili al giorno e consegniamo ovunque sia richiesto, grazie al nostro sito web”.

Dal momento che le tradizioni vanno celebrate, che Mulinum San Floro lancia per venerdì 7 giugno la prima Festa del pane Brunetto, un evento gratuito a cui sono tutti invitati a partecipare.

Maggiori informazioni sulla festa sono disponibili sulla pagina Facebook di Mulinum. www.mulinum.it - Contrada Torre del Duca, San Floro (CZ) – tel: 0961.291882 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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Ventiduenne trovato cadavere nelle campagne del catanzarese

 Il cadavere di un 22enne di origine romena è stato trovato, ieri, in un'azienda agricola di San Floro, in provincia di Catanzaro.

Sul viso del giovane sarebbero stati rinvenuti segni di percosse. Da una prima ricostruzione, pare che la vittima abbia avuto una violenta colluttazione con un connazionale.

Sul caso indagano i carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro. 

 

Ventiduenne trovato cadavere nelle campagne del catanzarese

 Il cadavere di un 22enne di origine romena è stato trovato, ieri, in un'azienda agricola di San Floro, in provincia di Catanzaro.

Sul viso del giovane sarebbero stati rinvenuti segni di percosse. Da una prima ricostruzione, pare che la vittima abbia avuto una violenta colluttazione con un connazionale.

Sul caso indagano i carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro. 

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San Floro, la peste e la Calabria ancestrale

Tutto ebbe inizio nel settembre 1764, quando San Floro, piccolo centro della Calabria Ultra, era alle prese con un violenta ondata di peste. Mai, prima di allora, una calamità aveva fatto tanti morti. In tutto il Regno di Napoli, la peste mieteva numerose vittime. A San Floro, Borgia e nei comuni limitrofi, nonostante l’altezza e l’aria salubre, il terribile flagello non dava scampo. San Floro fu colpita in modo particolare e a nulla valsero le cure dei medici giunti per cercare di lenire le numerose morti quotidiane di bambini, donne, giovani e vecchi. Non meno profonde furono le conseguenze della morte nera nel sentimento religioso e nella sensibilità collettiva.  Da quel settembre fino al maggio non si riuscì a trovare nessun rimedio, le forze spiegate dalla Corona Borbonica erano flebili e si continuava così a  morire per il morbo, nonostante le misure igieniche e profilattiche. Non vi era giorno che le campane non suonassero a morte, che il puzzo dei fuochi e l’odore acre dei moribondi non invadessero le strade. Ogni giorno la cifra dei morti oscillava tra le 10 unità e le 12. I sanfloresi dell’epoca riunitesi nella chiesa di Santa Catarina Vergine, con a capo il sindaco don Cesare Zolea e altri personaggi illustri del tempo, decisero di chiedere al Patrono San Floro, la sua intercessione presso Dio affinché sospendesse il flagello della peste. Il popolo allora decise di fare voto perpetuo di partecipare, ogni domenica di maggio, ad una pubblica processione di mortificazione, con il capo cinto da una corona di spine ed in segno di ringraziamento offrire cinque rotoli di cera bianca lavorata al Santo Protettore. Tanto era l'attaccamento al Santo e tanta la voglia di onorare il voto una volta ascoltati che il 12 maggio del 1765 veniva stilato un atto notarile con rogito di notar Angelo Vincenzo Caccavari. Da quella data si cominciò ad avvertire i primi miglioramenti, infatti di li a poco la peste abbandonò definitivamente la popolazione di San Floro. Oggi sono trascorsi 250 anni e come ieri viene rinnovato quel voto solenne che gli avi si assunsero nei confronti del  Santo Protettore, i cittadini sanfloresi, animati dalla stessa fede, dallo stesso amore rivivono e commemorano con lo stesso zelo quella dichiarazione di fede. La processione penitenziale è un ringraziamento per questo miracolo ottenuto. Oggi però l'attaccamento al Santo dei miracoli lo si dimostra anche con ex voto dolcetti di uova farina e glassa bianca nelle forme più disparate. All’interno della chiesa in ceste di vimini su appositi tavoli sono esposti i “Vutureddha” posti a “riscatto”. La giornata penitenziale dedicata al taumaturgo inizia allo scoccare delle dieci mattutine le campane suonano ancora a lutto, è il ricordo di quei tragici giorni. Dalla chiesa parte mesto il corteo verso la piazza, tutti  seguono la statua del santo che posta su apposito palco è esposta alla venerazione dei fedeli. Ogni cittadino ha sulla testa una corona di spine e le donne anche più di una per i figli emigrati. E’ il rinnovarsi del voto solenne fatto dagli antenati e che con devozione è tramandato di padre in figlio. “Il testamento” così è chiamato l’atto notarile, è letto dal segretario comunale e tutti s’inginocchiano al passo “con ginocchia piegate”. Segue l’offerta dei ceri, tutto come in quella domenica di maggio del 1785. I rintocchi delle campane a martello annunciano il muoversi della processione penitenziale, senza musica, nel più assoluto silenzio, si canta “perdono mio Dio… Perdono Pietà…C’è ancora qualche anziana che indossa il cilicio o strette corde simbolo di penitenza, o di voto per grazia ricevuta.A sera tutti devotamente baciano la reliquia del santo a conclusione della ricorrenza. E’ una cerimonia suggestiva, una testimonianza antropologica unica nel suo genere, espressione di fede, devozione e tradizione popolare. Il citato rogito notarile e conservato presso l’Archivio storico di stato di Catanzaro(fondo notarile Caccavari), è testimonianza oltre dell’avvenimento descritto, di come fossero composte le civiche università nel diciottesimo secolo. 

 

 

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