Irregolarità nei progetti di taglio, sequestrati 40 ettari di pineta

I carabinieri forestali del Gruppo di Cosenza hanno posto sotto sequestro due boschi di Pino d’Aleppo, ubicati nel comune di Amendolara (CS).

Il provvedimento, che ha interessato 40 ettari di pineta, è stato disposto nel corso d’indagini finalizzate a verificare alcuni progetti di taglio boschivo acquisiti presso l’ufficio della Regione Calabria che presiede all’istruttoria delle pratiche ed al rilascio delle relative autorizzazioni.

In particolare, i militari hanno sottoposto a verifica i progetti redatti dal tecnico forestale incaricato.

Nel corso dell’attività, i carabinieri forestali avrebbero scoperto un'evidente discrepanza tra i dati riportati nei progetti e quelli realmente riscontrati sulle superfici destinate al taglio.

 Da qui i provvedimenti di sequestro dei due boschi, per finalità probatorie.

La posizione del tecnico che ha redatto i due progetti è ora al vaglio della magistratura, per le ipotesi di falsità ideologica in atto pubblico.

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Truffa all'Ue, sequestrati beni per oltre 500 mila euro

I finanzieri della Compagnia di Crotone hanno eseguito un provvedimento di sequestro preventivo di beni, a carico di due imprenditori, responsabili di truffa aggravata per il conseguimento di indebite erogazioni pubbliche.

In particolare, la misura ha colpito 87 mila euro in contanti e beni immobili, tra i quali, 2 fabbricati e 4 terreni agricoli, per un valore complessivo di circa 430 mila  euro.

L'attività s'inserisce nell'ambito di un'indagine economico finanziaria che ha interessato due imprenditori agricoli della zona di Cutro, destinatari di finanziamenti comunitari riconducibili alla Politica agricola comune.

Nel corso delle indagini, le fiamme gialle pitagoriche hanno accertato la presentazione d'istanze d'accesso ai contributi comunitari, attraverso l’utilizzo di contratti di affitto intestati a persone decedute in epoca antecedente alla stipula.

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Assunzioni falsi disabili, sequestrati 2,5 milioni di euro

Beni per oltre due milioni e mezzo di euro sequestrati ed otto persone denunciate. Questo il bilancio di un'indagine condotta dai finanzieri del Gruppo di Lamezia Terme, che ha portato alla luce una presunta truffa perpetrata ai danni dello Stato e dell'Unione europea.

Tra i denunciati, figurano: quattro funzionari della Regione Calabria, l'amministratore e dirigenti della società Infocontact srl, operante nel settore di servizi call center.

L'accusa è di truffa finalizzata al conseguimento indebito di erogazioni pubbliche, falsità ideologica commessa da privato e da pubblico ufficiale in atti pubblici.

 L'indagine avrebbe svelato un sistema finalizzato all'indebita percezione di fondi del Por Calabria e di pubbliche sovvenzioni per quasi tre milioni di euro, che avrebbero dovuto essere destinati all’assunzione ed alla retribuzione di 207 lavoratori disabili.

Per gli inquirenti l’azienda avrebbe messo in atto “artifici documentali e contabili”, tramite i quali i suoi vertici, con la complicità dei funzionari pubblici, sarebbero riusciti ad attestare falsamente le condizioni di “svantaggio” e di disabilità dei lavoratori assunti.

Inoltre, attraverso i documenti falsi, gli indagati avrebbero fatto risultare come neoassunti ben 163 lavoratori, in realtà già da tempo alle dipendenze dell'azienda.

A permettere al meccanismo di funzionare, sarebbe stato il comportamento dei funzionari regionali che, al termine dei controlli effettuati, avrebbero attestato di non aver riscontrato irregolarità.

Grazie alle loro dichiarazioni, l’azienda avrebbe, quindi, ottenuto indebitamente due delle tre rate dell’incentivo assegnato, oltre 2,5 milioni, mentre l’incasso della terza rata è stato impedito dall’intervento dei finanzieri.

 

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Sequestrate aree boschive danneggiate dagli incendi

In seguito alle indagini sugli incendi boschivi avvenuti la scorsa estate, i carabinieri forestali ed i militari delle Stazioni territoriali hanno sottoposto a sequestro alcune aree boscate, nell’Alto Jonio Cosentino.

Nei giorni scorsi, il provvedimento ha interessato un bosco di Pino d’Aleppo, ubicato in  contrada "Melazzi", nel comune di Amendolara.

Il bosco sequestrato era stato colpito dalle fiamme nel luglio 2017.

I carabinieri forestali delle Stazioni di Oriolo e Trebisacce, durante gli accertamenti, avevano rinvenuto sul posto un ordigno utilizzato per innescare le fiamme.

Il provvedimento di sequestro è stato emesso per impedire che possano essere apportate modifiche o manomissioni delle tracce e dei luoghi in cui si è consumato l’evento delittuoso.

Altri tre provvedimenti analoghi, hanno interessato, nei giorni scorsi 37 ettari di bosco, nel comune di Albidona.

In particolare, in località “Santappico” e “Fontana di Cristali”, sono state sequestrate le aree in cui le fiamme, per oltre una settimana a ridosso di ferragosto dello scorso anno, hanno distrutto 200 ettari di Pino d’Aleppo, mettendo a rischio l’incolumità di persone e strutture.

In località “Torre di Albidona”, del comune di Albidona, è stato sequestrata un'altra pineta interessata, il 25 luglio scorso, da un incendio doloso, che ha distrutto 7,5 ettari di bosco.

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Sequestrati beni per 50 mila euro ad indiziato di appartenenza alla 'ndrangheta

I finanzieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e gli agenti della locale Questura hanno eseguito, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia reggina, un provvedimento emesso dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria con il quale è stato disposto, nei confronti di Andrea Giungo, di 46 anni, il sequestro di beni per un valore di circa 50 mila euro.

La misura trae origine dalle risultanze delle indagini svolte dalla Polizia di Stato nell’ambito dell'operazione “Il Padrino”, conclusa nel 2014 con l’esecuzione di provvedimenti restrittivi personali nei confronti di 25 presunti affiliati alle cosche di ‘ndrangheta “De Stefano” e “Tegano” di Reggio Calabria.

In tale contesto, con l'accusa di aver favorito la latitanza di Paolo Rosario De Stefano e di Giovanni Tegano, era stato arrestato anche Giungo.

Condannato con sentenza passata in giudicato, a 14 anni di reclusione ed a 12 mila euro di multa, il 46enne è stato “… ritenuto uno dei “fedelissimi” del già latitante De stefano Paolo Rosario cl. 1976, in atto sottoposto a regime detentivo speciale ex art.41 bis O.P.. Il proposto avrebbe svolto in particolare, il ruolo di messaggero, collante e cerniera per la trasmissione delle “imbasciate” tra i componenti del sodalizio De Stefano e quello dei Tegano. Giungo Andrea sarebbe, inoltre, stato presente in ogni fase della gestione della latitanza di Giovanni Tegano curata in prima persona, tra gli altri, da Polimeni Carmine e Siciliano Giancarlo”.

Tali risultanze sono state ritenute sufficienti dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria “per esprimere, allo stato degli atti, un giudizio incidentale di pericolosità sociale qualificata del proposto ai sensi dell’art.4 lett. a) D.Lgs. 159/2011 perché soggetto indiziato di appartenenza alla ‘ndrangheta…”.

Su tali basi, su delega della Dda, i militari del Nucleo di polizia economico finanziaria/Gico della Guardia di finanza, hanno effettuato ulteriori approfondimenti a carattere economico/patrimoniale, volti all’individuazione dei beni mobili ed immobili riconducibili a Giungo.

L'attività investigativa, che si è concentrata sulla ricostruzione della capacità reddituale e del complesso dei beni nella disponibilità dell'uomo e del suo nucleo familiare, ha permesso di accertare una notevole sproporzione degli investimenti rispetto alle risorse lecite dichiarate.

Il Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Dda, ha quindi disposto il sequestro di beni e rapporti finanziari riconducibili a Giungo ed al proprio nucleo familiare, per un valore stimato in circa 50 mila euro.

Il sequestro ha interessato una casa famiglia che si occupa di assistenza residenziale per anziani, la cui gestione è stata affidata ad un amministratore giudiziario appositamente nominato dal Tribunale di Reggio Calabria.

Con il provvedimento, sono state sottoposte a vincolo cautelare, anche, numerose polizze assicurative, nonché rapporti finanziari, intestati o riconducibili al 46enne ed ai componenti del suo nucleo familiare, con saldo attivo superiore ai mille euro.

Le ulteriori attività connesse alla ricerca delle disponibilità finanziarie riconducibili a Giungo e ai suoi familiari, hanno permesso d'individuare e sottoporre a sequestro un ulteriore conto corrente sul quale era in liquidazione un bonifico d'importo superiore a 25 mila euro, derivante dal riscatto di una polizza assicurativa intestata al destinatario della misura.

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'Ndrangheta: auto del valore di oltre 26 mila euro sequestrata al "re del pesce"

La guardia di finanza del Comando provinciale di Cosenza, coordinata dalla Procura della Repubblica di Cosenza, ha eseguito un decreto di sequestro preventivo, nei confronti di Francesco Muto, alias “il re del pesce”, ritenuto il boss dell’omonimo clan di Cetraro, attualmente ristretto in regime speciale di cui all’art. 41-bis.

La misura ha interessato una “Jeep Renegade” appena acquistata, del valore di 26.500 euro.

Il provvedimento, emesso dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Cosenza, su richiesta del capo della Procura Bruzia, è scaturito da un’indagine effettuata dai finanzieri cosentini.

In particolare, i condannati per reati di stampo mafioso e quelli colpiti da misure di prevenzione sono obbligati a comunicare alla guardia di finanza, per dieci anni dalla data del provvedimento definitivo a loro carico, ed entro trenta giorni dal fatto, tutte le variazioni nell’entità e nella composizione del patrimonio, di valore non inferiore all’ammontare di poco più di 10 mila euro. Qualora tale importo dovesse essere raggiunto a seguito di diversi e separati incrementi, la comunicazione deve essere effettuata entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello in cui i fatti si sono verificati.

Si tratta di una misura di prevenzione patrimoniale, finalizzata a controllare preventivamente i beni dei condannati o degli indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso.

Attraverso l'utilizzo delle banche dati, le fiamme gialle hanno scoperto la compravendita dell’autovettura, effettuata presso una concessionaria con sede in altra regione d’Italia, accertando le violazioni di legge commesse da Franco Muto, al quale è stato contestato il reato di omessa comunicazione di variazione patrimoniale.

Il provvedimento cautelare emesso dall’Autorità giudiziaria è finalizzato alla “confisca” dell’autovettura, che passerà nel patrimonio dello Stato.

 

 

Beni per sette milioni di euro sequestrati ad imprenditore vicino alla 'ndrangheta

La Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, ha eseguito un decreto di sequestro beni, per un valore complessivo di oltre 7 milioni di euro, emesso dal locale Tribunale – Sezione Misure di Prevenzione – nei confronti di R M., 49enne di Villa San Giovanni (RC), imprenditore nel settore edilizio, attualmente detenuto.

Già sottoposto, nel 1993, alla misura dell’avviso orale da parte del Questore di Reggio Calabria, l'uomo è stato arrestato nel 2014, insieme ad altre 39 persone, nell’ambito dell’operazione “Tibet”, coordinata dalla Procura della Repubblica – Dda di Milano e condotta dalla Squadra mobile meneghina con l’apporto investigativo del Centro operativo Dia di Reggio Calabria.

Le risultanze investigative emerse nell'occasione, avevano permesso di scoprire l'attività di collettore di risorse economiche a favore delle cosche reggine, svolta dall'imprenditore.

Per tali ragioni, nel giugno 2015, il 49enne era stato condannato, in primo grado, dal gup di Milano, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, a 6 anni e 10 mesi di reclusione, con la confisca di numerosi beni. La sentenza era stata confermata, nel luglio 2016, dalla Corte di appello di Milano.

Con l’odierno provvedimento, la Sezione  misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, riconoscendone la pericolosità sociale (in quanto gravemente indiziato di appartenere alla ‘ndrangheta e poiché dedito alla commissione di reati contro il patrimonio sin dalla fine degli anni Novanta), nonché confermando l’esito degli accertamenti patrimoniali effettuati dalla Dia reggina (che hanno evidenziato una netta sproporzione tra gli investimenti effettuati ed i redditi dichiarati), ha disposto a carico di R.M. il sequestro di:

-  4 società operanti nel settore edilizio e del commercio all’ingrosso e dettaglio di articoli per impianti idro-termo-sanitari;

-  26 immobili, tra beni personali e aziendali, ubicati a Reggio Calabria e Villa San Giovanni;

-  un’autovettura;

-  numerosi conti correnti personali ed aziendali, polizze e titoli per un valore di circa 2,6 milioni di euro.

 

 

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Maxi sequestro di beni a medico vicino alle cosche

Un sequestro di beni per un valore di 19 milioni di euro è stato eseguito dai carabinieri del Ros e dai finanzieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata.

Destinatario del provvedimento, il medico chirurgo reggino, Francesco Cellini.

Il professionista è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nell'operazione "Sansone" condotta nel 2016, contro le cosche Condello di Reggio Calabria e Zito-Bertuca, Imerti-Buda di Villa San Giovanni.

Secondo l'accusa, come legale rappresentante della cooperativa Anphora, che gestisce la clinica Nova Salus, avrebbe ricoverato mafiosi per evitargli il carcere e curato i latitanti Pasquale e Giovanni Tegano.

Il sequestro, disposto dal Tribunale, ha interessato quote sociali, patrimonio aziendale e rapporti finanziari della "Nova Salus in liquidazione", della "Nuova Anphora", "Anphora Cooperativa Sociale", compresa la clinica "Nova Salus", due fabbricati, un terreno e conti correnti.

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