Lettere di sangue, il nuovo romanzo di Ulderico Nisticò presentato a Vibo Valentia

Lettere di sangue (Tabula Fati editore). Questo il titolo della nuova fatica letteraria di Ulderico Nisticò presentata, a partire dalle 18 di oggi, nella cornice di Palazzo Gagliardi, a Vibo Valentia.

L’appuntamento – che rientra nell’ambito dell’VIII edizione dell’iniziativa “Un libro al mese - Visti da vicino” – sarà introdotto dal presidente dell’Associazione “L’isola che non c’è”, Concetta Marzano. Seguirà la presentazione dell’imprenditrice Costanza Chindamo.

A seguire, l’autore  illustrerà  il suo romanzo storico scritto con taglio orgogliosamente “politicamente scorretto”. Nel volume, ambientato sull’Appennino bolognese,  sono tratteggiate, ciascuna per un istante, molte e diverse figure umane. Leggendolo, sarà possibile, come in un film, veder scorrere uomini e donne che trascinano sulle spalle il fardello di un passato, per loro, mai del tutto passato.

  • Published in Cultura

Chiaravalle, nasce la “De.Co.” per le produzioni agricole locali

Nasce il marchio “De.Co.” di Chiaravalle. Una “denominazione comunale” finalizzata a valorizzare le tipiche produzioni agricole locali con un identificativo da spendere sul mercato in termini di garanzia d'origine e di qualità.

L'operazione di marketing territoriale varata dall'amministrazione comunale è stata presentata nel corso di un incontro pubblico, nell'anfiteatro del Liceo. Il primo prodotto capace di fregiarsi del marchio “De.Co.” di Chiaravalle  sarà la patata. E proprio questo particolarissimo tubero (importato nel 1500 dall'America in Europa, né verdura e né ortaggio, ma dall'elevato contenuto di carboidrati) ha impegnato l'attenzione dei diversi relatori coinvolti nell'iniziativa: lo storico Ulderico Nisticò, l'esperta in scienze della nutrizione Roberta Staglianò, l'imprenditore agricolo Giuseppe Posca, le esperte di marketing Nunzia Corrado e Mariachiara Mammone.

Tra guerre, carestie e nuovi bisogni alimentari, Nisticò ha delineato il lungo viaggio che ha condotto la patata a diventare, anche in Calabria, cibo quotidiano per ampie fasce di popolazione, concludendo con un invito a definire un disciplinare di produzione molto rigido, nei requisiti da soddisfare, per poter acquisire il marchio di denominazione comunale di Chiaravalle.

Alla dottoressa Staglianò il compito di spiegare le caratteristiche nutrizionali della patata e i consigli utili per il suo consumo nel contesto di una sana alimentazione, mentre Giuseppe Posca ha calato nella dimensione concreta della propria azienda l'impulso positivo derivato dalla creazione della “De.Co.” di Chiaravalle.

Un complesso e articolato studio di marketing ha impegnato Nunzia Corrado e Mariachiara Mammone, chiamate a indicare gli obiettivi per una efficace commercializzazione del prodotto. Nelle sue conclusioni, il sindaco, Domenico Donato, ha ringraziato l'associazione “Bluline Team” e tutti coloro i quali hanno lavorato, negli ultimi mesi, per far sì che il progetto del marchio “De.Co.” potesse finalmente diventare realtà, individuando nel rilancio del contesto rurale chiaravallese, con le sue specifiche e tradizionali produzioni di qualità, una leva di sviluppo essenziale per il futuro e per la creazione di nuove opportunità economiche ed occupazionali.

Chiaravalle, serata d'autore con la scrittrice Vittoria Camobreco

Il potere creativo ed evocativo della scrittura. Il piacere (che diventa amore) per la lettura. Una mescolanza di emozioni e sentimenti positivi ha qualificato l'incontro culturale di Chiaravalle con la scrittrice Vittoria Camobreco e il suo libro “È tutto vero”. Cornice dell'evento, la sala consiliare comunale che ha anche ospitato la consegna del premio “Humanae civilisque culturae” 2021.

Sul romanzo di Vittoria Camobreco, hanno dialogato a lungo con l'autrice i presenti. Tra gli altri: Francesco Pungitore e Pina Rizzo, Marzia Sanzo e Maria Piacente, Ulderico Nisticò e Francesco Brancatella, Annamaria Colabraro e Giovanni Sestito. Quest'ultimo, in qualità di promotore dell'iniziativa e di presidente della sezione provinciale dell'Unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare, ha voluto testimoniare l'impegno per rafforzare le reti di socialità sul territorio, come elemento fondante di una comunità che sa darsi forza attraverso le relazioni.

Del libro è stata evidenziata l'originalità della prosa e l'interesse narrativo, toccando i vari aspetti della trama. “È tutto vero” offre uno spaccato di storia calabrese, con fatti reali che fanno da sfondo a slanci immaginativi pregni di reminiscenze classiche.

Lollò Cartisano, uno degli ultimi sequestri di persona accaduto in Calabria nel 1993. Inizia da qui il viaggio di Morgana per un reportage in queste terre di estremo Sud, per narrare il fenomeno dei sequestri di persona e della criminalità. L’impatto con questi luoghi e le sue culture è sorprendente perché la storia da scandagliare e raccontare si trasforma nello strumento di conoscenza di un popolo dalle più svariate sfaccettature, nelle quali personaggi fantasmatici popolano la vita notturna della donna, portandola in un mondo esistito che capovolge la sua prospettiva.

Un'opera, quindi, che rende merito al valore di una scrittrice che, da sempre, si produce in entusiasmanti e apprezzate proposte culturali in Calabria.

  • Published in Cultura

Soverato, l'Interact Club racconta il territorio in un progetto distrettuale

I giovani dell'Interact Club di Soverato, guidati dal presidente Giulio Carchidi, hanno partecipato al progetto distrettuale “Paesaggi sensibili da raccontare”.

Scoprire monumenti, storia, luoghi del territorio, attraverso il resoconto di visite e percorsi guidati: questo l'obiettivo dell'iniziativa che ha coinvolto tanti ragazzi e ragazze di Calabria, Campania e Basilicata (per il solo territorio di Lauria).

L'Interact Club di Soverato ha presentato, attraverso delle slide, una bella giornata trascorsa alle tombe sicule di Poliporto, nella località “San Nicola”.

Un sito archeologico poco conosciuto che si colloca a pochi passi dalle più suggestive località balneari della costa jonica, nel cuore del Golfo di Squillace.

“Siamo stati particolarmente felici di raccontare questa nostra esperienza – spiega il presidente Carchidi – nella consapevolezza che un sito di così straordinaria importanza merita una grande e, forse, più adeguata attenzione. Speriamo che questa sia stata solo la prima tappa di un lungo percorso, mirato alla valorizzazione culturale e turistica della nostra zona!”.

L'evento raccontato per immagini si è svolto concretamente lo scorso anno, con la collaborazione del Rotary Club di Soverato, presieduto da Domenico Scopelliti, e il supporto del progetto culturale “Naturium”.

A fare da guida, lo storico Ulderico Nisticò.

Partecipando al progetto distrettuale “Paesaggi sensibili da raccontare” l'Interact Club di Soverato ha confermato la vitalità del sodalizio, non nuovo a iniziative di successo su scala locale, regionale e interregionale. 

  • Published in Cultura

Soverato, con il Rotary alla scoperta dei Siculi e di Poliporto: grande successo di partecipazione

La storia e la protostoria di Soverato. Successo di partecipazione per la visita guidata alle tombe sicule di località “San Nicola” e a Poliporto.

Iniziativa organizzata dai giovani dell'Interact Club, guidati dal presidente Giulio Carchidi, e patrocinata dal Club Rotary e dal progetto culturale “Naturium”.

A condurre l'itinerario turistico-culturale, il prof. Ulderico Nisticò che ha arricchito la giornata con un approfondito inquadramento storico dell'intera area jonica. Per come spiegato da Nisticò, il popolo indoeuropeo dei Siculi ridiscese l'Italia, dalle Alpi fino all'isola cui diede il nome, ben prima dell'VIII secolo a. C. Anticipando, dunque, l'arrivo delle genti greche sulle coste dell'odierna Calabria. I fondatori di Locri, ad esempio, trovarono già i Siculi sull'Aspromonte e, dopo violenti scontri armati, si fusero con loro.

Giovanni Gnolfo, lo studioso salesiano che diede inizio agli interessi archeologici su Soverato, individuò insiediamenti siculi nell'area e, lungo la costa, alcune loro tombe. Resti di queste caratteristiche sepolture a grotticella artificiale, indizio di un probabile rito di incinerazione, sono ancora ben visibili in località “San Nicola” e si possono oggi visitare attraversando uno stretto passaggio pedonale che richiederebbe urgenti interventi di manutenzione.


Lo specchio d'acqua antistante questi eccezionali reperti protostorici custodisce la Poliporto greca e romana. Ruderi di un approdo, o di un probabile insediamento commerciale, che affiorano durante le mareggiate invernali, ovvero manufatti frammisti a scogli naturali.

Secondo le osservazioni della Sovrintendenza eseguite nel 1926, si tratterebbe di granai di età romana.

Ma una riflessione etimologica sul nome Poliporto autorizza a supporre una preesistenza in età greca. Non sono mancati, del resto, negli anni i ritrovamenti di monete, toponimi e probabili insediamenti ellenici (in tempi relativamente recenti, in località Santicelli).

Commenti positivi unanimi alla fine del tour guidato, con l'invito a ripetere periodicamente attività analoghe anche su altre zone. Un plauso è stato rivolto al Rotary Club, al presidente Domenico Scopelliti e alla delegata Interact Maria Abbruzzo, che hanno saputo valorizzare al meglio la bella intuizione del giovane e dinamico presidente Interact, Giulio Carchidi.  

 

 

Il Decreto sicurezza e la Corte costituzionale

Non vedo l’ora che qualcuno riesca (non è così semplice!) a raggiungere la Corte costituzionale, per sapere se la legge Salvini è costituzionale o meno.

 Qualche giurista della domenica, in testa Grasso, sostiene infatti che la legge violerebbe l’art. 10 della costituzione. Ebbene, leggiamo questo articolo. “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

 Secondo qualcuno, la parola “lo straniero” eccetera, si applicherebbe a uno, dieci, cento, mille, diecimila, un milione, un miliardo e più miliardi di stranieri, i quali, agli effetti dell’art. 10, avrebbero diritto a venire in Italia, ed esservi ospitati e mantenuti. Vediamo se è vero, facendo un esempio ben noto: la Nigeria e gli stranieri che da là provengono.

 La costituzione è stata scritta da degli eletti in data 2 giugno 1946. Alla data del 2 giugno 1946, la Nigeria era una colonia della Gran Bretagna, quindi non vi si trovavano delle “libertà democratiche”, anzi, chi le avesse chieste sarebbe finito come minimo in galera. Alla stessa data, l’Italia, per effetto della guerra, era ancora occupata da truppe straniere, in buona parte britanniche. Era dunque impensabile non solo che un nigeriano, o milioni di nigeriani, fuggissero dalla Nigeria; e, caso mai, venissero proprio in Italia, cioè nella mani delle truppe britanniche qui stanziate.

 Lo stesso per Marocco, Algeria, Tunisia, francesi etc.

 Mi pare ovvio che chi scrisse l’art. 10 e chi lo approvò, non avevano la benché minima intenzione di consentire l’ingresso ad eventuali profughi di Marocco o Nigeria o una qualsiasi delle innumerevoli colonie britanniche, francesi, olandesi, belghe, spagnole, portoghesi…

 Tanto meno era immaginabile che “lo straniero” (aggettivo sostantivato di numero singolare) diventasse masse di stranieri (plurale). Si pensava, al massimo, a qualche dissidente sovietico o di dittature sparse qui e lì nelle Americhe.

 Comunque, se qualcuno riesce ad adire la Corte costituzionale, la Corte sta lì proprio per questo; e dia un responso.

 Una nota finale. L’unico che mostra di aver studiato diritto, secondo me, è De Magistris, il quale non sin sogna di dire che la legge Salvini viola la costituzione art. 10, e se la cava elegantemente con una formula che è carina a sentirsi, però giuridicamente non vuol dire niente: lo “spirito della costituzione”.

Comunque, anche così, staremo a vedere.

 

 

  • Published in Diorama

I meridionali sono contro l’autonomia altrui, perché sono terrorizzati dall’autonomia del Meridione

Molti cadono dal pero, quando piangono alla notizia che il Veneto chiede, e otterrà, una qualche forma di autonomia regionale. E sì che cadono dal pero, fingendo di ignorare, se non ignorano davvero, che sono a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Val d’Aosta; e due sono le province autonome: Bolzano e Trento: un buon quarto dell’Italia! Ma gli scandalizzati precipitano dal pero.

A proposito, non sanno che la Sicilia ha uno statuto speciale dal 1946, firmato da Umberto di Savoia nella veste di luogotenente del Regno; quindi da un paio d’anni prima dell’attuale costituzione. Per fortuna della Patria, i Siciliani hanno usato l’autonomia solo per piluccare e sperperare soldi e assumere mari di passacarte; o, a ben leggerlo, quel fogliettino di carta consentirebbe alla Sicilia persino una sua politica estera.

Non ho dunque capito come mai dovremmo meravigliarci del Veneto, o di qualsiasi altra parte d’Italia che propugnasse una sua autonomia.
Lezioncina di storia: quasi tutti quelli che, nel XIX secolo, pensavano a un’Italia unita, la pensavano confederale o federale, e non certo centralista unitaria.
Al Congresso di Vienna del 1815, l’Austria propose una Confederazione Italiana sul modello della Confederazione Germanica; i Savoia e i Borbone respinsero la proposta per non aggiungere a Vienna altro potere; e la Chiesa non aderì alla Santa Alleanza.

Negli anni 1840 e seguenti, però, si diffusero due tesi federaliste: quella del Gioberti, che auspicava la presidenza del papa, e fu detta neoguelfa; e quella del Balbo, detta neoghibellina, e che proponeva il re di Sardegna.

Nel 1848 sembrò, per un momento, che la federazione (detta lega!) avesse vita, con la guerra all’Austria. Ferdinando II di Borbone per primo aveva concesso la costituzione, seguito da Carlo Alberto, Pio IX e Leopoldo II di Toscana. Ferdinando inviò Guglielmo Pepe con buona mano di truppe, e la flotta a proteggere Venezia contro l’Austria; il papa inviò truppe ai confini; dalla Toscana partirono volontari. Breve momento: la Sicilia si era ribellata; il 15 maggio a Napoli scoppiarono disordini; Ferdinando II ritirò le truppe e sospese la costituzione. A Roma i repubblicani uccisero il ministro costituzionale e costrinsero Pio IX a riparare a Gaeta sotto la protezione di Napoli; e a chiedere aiuto militare alla Francia.

Fallì così senza speranza il progetto federale, e non se ne riparlò più. Nel 1860-61, l’unificazione procedette per annessioni, cioè Milano, Parma, Modena, Bologna, Firenze; poi Marche e Umbria; poi l’intero Regno delle Due Sicilie; e, nel 1866, il Veneto divennero parte del Regno di Sardegna, dal 17 marzo 1861, Regno d’Italia; ma in maniera rigorosamente unitaria e centralista, con la sola eccezione, fino al 1890, del Codice Penale toscano.

Tutto il Regno veniva retto da un parlamento e un governo, ed era diviso in province con prefetti di nomina governativa. Le province attuavano sul territorio le disposizioni centrali. Le amministrazioni provinciali e comunali, elettive, erano strettamente controllate dai prefetti.

Tale situazione, a parte le suddette Regioni a Statuto speciale, rimase nella Repubblica fino al 1970, quando vennero istituite di fatto le Regioni a Statuto ordinario. Queste hanno, sulla carta, ampie autonomie; nei fatti, sono una copia locale dello Stato, con tutti i suoi difetti. Alcune sono pessime, come la Calabria, non a caso terzultima tra 360 regioni d’Europa! Altre sono state amministrate bene, e ora richiedono maggiori e più elastiche autonomie. Ne hanno le forze economiche, è palese; ma sarebbe ben poco, se non avessero, come hanno, una classe dirigente e una consapevolezza culturale e politica.

E il Meridione? Semplicemente, non ha consapevolezza e non ha classe dirigente. Non ne ebbe più una almeno dal 1850, quando i nipoti dei combattenti e pensatori degli anni 1798-1849 si ripiegarono in un misto di edonismo e depressione. Nel 1861, la maggioranza numerica della Camera era meridionale: ma quasi nessuno dei deputati prese mai seriamente la parola, anche per scarsezza di parole in lingua italiana! Avrebbero potuto discutere l’annessione, e invece sorrisero e basta. Quei mesi da maggio 1860 a marzo 1861 videro dunque due fallimenti: quello dei borbonici e quello degli antiborbonici!

Si può pensare, nel 2019 imminente, a un’autonomia del Meridione come del Veneto?

Ragazzi, scherziamo? Immaginateli, a dover governare davvero, ad assumere decisioni coraggiose e intelligenti, a comandare e farsi obbedire, immaginateli, uno di questi signori: A. Guarasci, A. Ferrara, P. Perugini, A. Ferrara di nuovo, B. Dominijanni, F. Principe, R. Olivo, G., Rhodio, D. Veraldi, L. Meduri, A. Loiero, M. Oliverio di centrosinistra, e G. Nisticò, B. Caligiuri, G. Chiaravalloti, G. Scopelliti e Stasi di centro(destra).

E immaginate gli intellettuali calabresi, i neofricoti, a proporre seriamente politiche del territorio, economiche, sociali… o, e qui lasciatemi ridere (ahahahahah) culturali!
Ecco perché tantissimi meridionali sono contro l’autonomia altrui: perché sono terrorizzati dall’autonomia del Meridione.

  • Published in Diorama

Vibo ultima provincia d'Italia, ma nessuno ne parla

La provincia di Vibo è l’ultima d’Italia per qualità della vita. Attenti, per qualità della vita, non solo per soldi: ovvero, se un abitante di un qualsiasi centro è ricco come Creso, però per andare a teatro o al cinema deve farsi molti chilometri, quello è uno ricco con pessima qualità della vita; senza scordare che i chilometri li percorrerà su strade da percorso di guerra.

Ma come è arrivata tanto in basso, la provincia di Vibo? Non doveva essere messa così male, se consideriamo il suo passato: Monteleone, dal 1928 Vibo, era una città dignitosa e colta, con antica tradizione di studi e studiosi; Porto Venere, poi Vibo Marina, era un’attiva zona industriale; Tropea e Nicotera erano state sedi vescovili; navi di Tropea commerciavano con la Francia; Pizzo esportava conserve almeno dal XVI secolo, ed era il porto della Calabria Centrale; il Poro era produttivo di allevamento e di agricoltura; Serra, dal 1863 Serra San Bruno, era un importante centro di artigianato del ferro, del granito e del legno; Mongiana aveva avuto una storia industriale. E non bisogna nemmeno riportare alla memoria quello che tutti sanno: la costa da Pizzo a Nicotera è una delle più rinomate del turismo balneare italiano ed europeo.

Diamo un’occhiata al patrimonio storico:
- Filadelfia: area archeologica di Castelmonardo;
- Francavilla A.: area archeologica di Rocca Nicefora;
- Limbadi: frazione medioevale di Motta Filòcastro;
- Mileto: area archeologica normanna; Museo diocesano;
- Mongiana: ferriere; Villa della Vittoria;
- Nicotera: palazzi; area archeologica di Medma;
- Pizzo: castello aragonese; chiese; quartiere marinaro e tonnara;
- Serra S. Bruno: Certosa; chiese;
- Soriano: convento dei Domenicani;
- Tropea: palazzi; quartiere del Tao; cattedrale; chiesa dell’Isola;
- Vibo: area archeologica di Hipponion; castello federiciano con Museo archeologico; S. Leoluca; palazzi di Monteleone…
- Zungri: civiltà rupestre.

Come fa, questo interessante territorio, ad essere in fondo alla classifica nazionale? Beh, torniamo alla metafora di sopra: se mi regalano un aereo e io non lo so pilotare, l’aereo c’è, ma io non volo.

A mio avviso, le cause del crollo della provincia di Vibo, e vale per tutta la Calabria, sono:
1. Pessima classe dirigente politica;
2. Pessima classe burocratica;
3. Pessimo, più che pessimo ceto intellettuale, del tutto incapace di analisi della realtà e proposte per il suo miglioramento.

La prova? Che, letta la notizia della collocazione di Vibo nei bassifondi, nessuno ha commentato manco per sbaglio: né politici né dotti né ecclesiastici né passanti… Nella provincia regna il silenzio delle notti senza luna in un cimitero abbandonato.

  • Published in Diorama
Subscribe to this RSS feed