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Soverato, FdI incontra gli operatori turistici per presentare gli interventi della Regione

Già approvati in giunta un bando da 15 milioni di euro, “Scopri Calabria”, che coinvolgendo le agenzie di viaggio prevede un contributo per le famiglie calabresi che decidono di soggiornare in una struttura della regione, e un altro bando da 12,5 milioni di euro che prevede un bonus da 200 euro per giovani dai 18 ai 25 anni da spendere in iniziative culturali o di altre attività turistiche. La misura più consistente sarà approvata nella prossima riunione di giunta,  e riguarda un intervento a sostegno delle strutture ricettive - hotel e b&b con partita iva - con contributi proporzionati alla qualità del servizio e alle presenze certificate del 2018. E poi ancora in cantiere la possibilità di concedere bonus ai turisti che intendono venire in Calabria da altre regioni, e misure per assicurare le vacanze. Sono le principali misure messe in campo dalla Regione per incentivare la ripresa delle attività turistiche in Calabria, illustrate ieri a Soverato dall’assessore al Turismo e alle Attività economiche Fausto Orsomarso, nel corso di un incontro informativo con gli operatori del settore organizzato dal gruppo consiliare regionale di Fratelli d’Italia, cui hanno preso parte  anche il vice capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia Wanda Ferro e il capogruppo in Consiglio regionale Filippo Pietropaolo.

All’incontro sono intervenuti numerosi imprenditori del settore balneare e delle strutture turistiche e ricettive, e i rappresentanti delle organizzazioni di categoria.

«Quelle messe in campo dalla Regione Calabria, attraverso la rimodulazione di risorse Por, sono iniziative di sostegno concreto perché immettono liquidità vera nel mondo delle piccole e medie imprese colpite dal covid, e che sono aggiuntive a quelle messa in campo dal governo che ha proposto soluzioni come il credito di imposta e il fondo di garanzia. Dare risorse  alle imprese, soprattutto quelle del settore turistico che sono tra le più penalizzate dall’emergenza sanitaria, è fondamentale in questa fase di emergenza, in cui molti operatori fanno i conti con tante incertezze, economiche ed organizzative. Noi vogliamo aiutare gli imprenditori a ripartire e lanciare a tutta l’Italia il messaggio di venire a fare le vacanze in Calabria, che è una regione Covid-free», ha commentato Filippo Pietropaolo. 

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Wanda Ferro (FdI): "Solo la 'ndrangheta riceve sussidi dal governo con il reddito di cittadinanza"

“Se aziende e partite iva non ricevono i contributi e i lavoratori non ricevono la cassa integrazione, c’è un’impresa che non ha mai smesso di ricevere puntualmente i finanziamenti del governo: la ‘ndrangheta. Sono all’ordine del giorno le inchieste che svelano come il reddito di cittadinanza finisca puntualmente nelle tasche di boss e manovalanza delle cosche mafiose, giusto per arrotondare i proventi dell’attività criminale”.

È quanto afferma il segretario della Commissione Parlamentare Antimafia,  Wanda Ferro, di Fratelli d’Italia.

“Stamattina gli esiti dell’inchiesta svolta dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria - prosegue Wanda Ferro -  che ha scoperto come 101 tra boss e gregari delle cosche risultino percettori del sussidio, tra questi anche i figli di quello che è definito dagli inquirenti il "Pablo Escobar italiano", Roberto Pannunzi, unanimemente considerato dagli investigatori italiani e statunitensi come uno dei più grandi broker mondiali della cocaina. Con i cinque stelle al governo i mafiosi hanno vinto alla lotteria: fuori dal carcere e con la paghetta dallo Stato”.

“Questa è la conseguenza all’atteggiamento di assoluta chiusura alle proposte di Fratelli d’Italia che chiedeva di rendere più stringenti i controlli sull’erogazione del sussidio, per evitare che finisse, come avviene puntualmente, nelle tasche di criminali, narcotrafficanti, ex terroristi e mafiosi”, conclude Wanda Ferro che annuncia una interrogazione per chiedere al governo quanti casi sono finora emersi di indebita percezione del reddito di cittadinanza, cosa non ha funzionato nel sistema dei controlli, e se e a quanti percettori sia stata offerta una proposta lavorativa e quanti di questi l'hanno rifiutata o accettata.

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'Ndrangheta: Carmine Alvaro ritorna in carcere, il commento di Wanda Ferro (FdI)

«Scarcerato per evitare il rischio di contagio in cella, una volta a casa incontrava gli amici del tutto incurante delle misure di contenimento dell’epidemia. Il nuovo arresto da parte dei carabinieri di Carmine Alvaro, dimostra quanto disastrosi e pericolosi siano stati gli effetti delle decisioni del governo che hanno consentito di mandare a casa centinaia di mafiosi».

E’ quanto afferma il segretario della Commissione Parlamentare Antimafia Wanda Ferro, di Fratelli d’Italia, dopo la notizia del nuovo arresto di Alvaro, finito in manette nel 2018 nell’ambito dell’operazione “Iris” condotta dalla Dda di Reggio Calabria diretta da Giovanni Bombardieri contro la cosca di ‘ndrangheta di Sinopoli, e scarcerato il 21 aprile scorso a causa dei provvedimenti “svuota carceri” per il rischio coronavirus.

«Già il giorno dopo la concessione dei domiciliari - prosegue Wanda Ferro - Alvaro è stato trovato dai carabinieri in compagnia di altri soggetti non autorizzati, dimostrando di farsi beffa non solo dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria, ma anche delle prescrizioni del governo per il contenimento del coronavirus. Il governo, anche attraverso gli aberranti provvedimenti de Dap, ha trasformato il covid in un jolly che ha consentito a mafiosi e delinquenti di lasciare le proprie celle, nonostante sia evidente che l’isolamento del carcere è forse il modo più sicuro per stare al riparo dal rischio di contrarre il virus. Abbiamo chiesto più volte al presidente Conte e al ministro Bonafede di spiegare cosa ci sia dietro la scellerata catena di provvedimenti che ha spalancato le porte delle carceri italiane, costringendo le forze dell’ordine e la magistratura a moltiplicare gli sforzi investigativi e di controllo del territorio per tenere sotto sorveglianza pericolosi criminali che ora hanno l’opportunità di riprendere la loro rete di relazioni e le loro posizioni di potere».

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"Oltre 60 scarcerazioni sono state richieste dal Dap", la denuncia di Fratelli d'Italia

«I documenti che il governo ci ha consentito di visionare in Commissione antimafia, aggiornati solo al 25 aprile, dimostrano quanto sia fuorviante il tentativo del governo di scaricare sui giudici di sorveglianza la responsabilità delle scarcerazioni dei mafiosi con il pretesto del coronavirus. Infatti, secondo i dati ancora parziali, oltre 60 scarcerazioni non sono state richieste dai difensori dei detenuti, ma dall’amministrazione penitenziaria».

È quanto affermano il segretario della Commissione antimafia Wanda Ferro e gli altri parlamentari di Fratelli d’Italia nell’organismo parlamentare Luca Ciriani e Antonio Iannone che, in attesa dell’audizione in Commissione del ministro Bonafede, hanno chiesto di acquisire l’elenco aggiornato delle scarcerazioni con le relative motivazioni e i verbali delle intercettazioni del Gom della Polizia penitenziaria nei quali i mafiosi hanno espresso timori, se non vere e proprie minacce, per la possibile nomina alla guida del Dap del magistrato Di Matteo.

I parlamentari di Fratelli d’Italia hanno più volte evidenziato le responsabilità del governo rispetto allo scandalo delle scarcerazioni dei boss, prima con la linea morbida adottata dopo le rivolte nelle carceri in cui è evidente una regia occulta delle organizzazioni criminali, poi con l’inserimento dell’articolo 123 del “Cura Italia” che introduce un collegamento tra l’incompatibilità della detenzione in carcere per motivi di salute e il rischio di contrarre il coronavirus e con la circolare del Dap del 21 marzo che ha suggerito la scarcerazione per i detenuti con determinate patologie o con età superiori a 70 anni, senza neppure escludere i capimafia sottoposti al regime di isolamento del 41-bis.

I rappresentanti di Fratelli d’Italia in Commissione hanno depositato una relazione in cui sollecitano un intervento di carattere normativo finalizzato a impedire che il rischio di contagio venga considerato come un motivo valido per disporre la detenzione domiciliare, considerato anche che i detenuti in regime di 41-bis vivono in una situazione di sostanziale isolamento che rende irrisorio il rischio di contagio. Anche per i detenuti in regime di massima sicurezza sono minimi i problemi di promiscuità.

Per Ferro, Ciriani e Iannone «è necessario porre argine alle decisioni di scioglimento del cumulo penale e perfezionare la forza ostativa dell’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario, per evitare misure di favore nei riguardi di detenuti la cui pericolosità, in forza dei contatti con le consorterie criminali, desta un giustificato allarme sociale. È evidente infatti che alcuni accessi ai benefici sono stati conseguiti da parte di detenuti dalla qualificata pericolosità criminale, proprio in forza di un'applicazione elastica, valorizzata da scioglimenti di cumuli penali, del varco creato dall'art. 123 del “Cura Italia”, che ha influenzato pesantemente, come era fatale che fosse, le decisioni della magistratura di sorveglianza anche rispetto ai delitti ricompresi nel perimetro presuntivo di pericolosità sociale, come appunto i reati di mafia. Non appare sufficiente, quindi, la norma introdotta con il nuovo decreto varato in fretta e furia dal Governo, che lascia aperta ai magistrati di sorveglianza la possibilità di applicare la detenzione domiciliare ai boss mafiosi sottoposti al regime del carcere duro, dopo aver chiesto i pareri dei procuratori distrettuali e del procuratore nazionale antimafia “in ordine all’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata ed alla pericolosità del soggetto”. Come se fosse ipotizzabile che un boss detenuto al 41bis possa non avere collegamenti con la criminalità organizzata o possa non essere più considerato pericoloso». 

Il tema dello scioglimento del cumulo volto a superare l'ostatività - secondo i parlamentari di FdI - meriterebbe una norma che preveda espressamente che il beneficio previsto dall’articolo 123 deve essere escluso se la pena non superiore a 18 mesi sia parte residua di maggior pena oggetto di cumulo irrogato con sentenze di condanna comprendenti anche reati di grave allarme sociale, tra cui quelli di mafia, terrorismo, narcotraffico e i gravi reati associativi.

Reddito di cittadinanza ai mafiosi, Wanda Ferro (FdI): "Questo governo è una pacchia per la criminalità. Con il sussidio lo Stato finanzia l'anti-Stato" 

«Per i boss mafiosi questo governo si è rivelato una vera e propria manna dal cielo. C’è chi lascia il carcere e se ne torna a casa con la scusa del coronavirus, c’è chi invece riceve direttamente sul conto corrente i soldi del reddito di cittadinanza. La “coccola” del governo è andata stavolta a Vincenzo Barba, alias u Musichiere, condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e ritenuto figura apicale e contabile del clan “Lo Bianco-Barba” di Vibo Valentia, che ha nel suo curriculum precedenti penali come estorsione, sequestro di persona, ricettazione, truffa e usura».
 
È quanto afferma il segretario della Commissione parlamentare antimafia Wanda Ferro, di Fratelli d’Italia. «In cinque mesi, senza far nulla, Vincenzo Barba si è visto accreditare l’importo di 4.500 euro. Una pacchia. La spieghi, il presidente Conte, alle partite iva che non hanno ancora ricevuto il bonus da 600 euro e ai lavoratori in attesa del pagamento della cassa integrazione. Se il Governo avesse accolto le proposte di Fratelli d’Italia volte ad evitare che il reddito di cittadinanza finisse nelle tasche di mafiosi, spacciatori e delinquenti di ogni risma, oggi non ci troveremmo di fronte alla situazione aberrante di uno Stato che finanzia l’anti-Stato».
 
«Rivolgo le mie congratulazioni al procuratore di Vibo Valentia Camillo Falvo e ai militari della Guardia di Finanza  per l’indagine che ha portato al sequestro delle somme percepite da Barba, e per l’attività di verifica messa in campo in materia di Reddito di Cittadinanza, per evitare che il sussidio possa andare a beneficio di boss mafiosi o altri appartenenti alle cosche, e per verificare anche eventuali connivenze o mancati controlli da parte di soggetti che dovevano evitare che ciò potesse accadere».

Ferro e Varchi (Fdi) chiedono “Un’equa ripartizione delle quote di tonno rosso per Calabria e Sicilia”.

«Procedere ad un’equa ed equilibrata ripartizione delle quote di tonno rosso, per valorizzare la pesca costiera artigianale, mediante bandi pubblici che favoriscano l’ingresso di nuove imbarcazioni».

E’ quanto chiedono con una interrogazione al ministro delle Politiche agricole i deputati di Fratelli d’Italia Carolina Varchi e Wanda Ferro, richiamando quanto denunciato dagli assessori alla Pesca delle Regioni Calabria e Sicilia, secondo cui il sistema delle quote per la campagna del tonno rosso penalizza le marinerie locali, consentendo la pesca ad un numero ristretto di operatori, a causa di criteri che andrebbero immediatamente cambiati prima di condannare le imbarcazioni locali di pesca al fallimento. Gli assessori di Calabria e Sicilia hanno infatti inviato una nota congiunta al ministro Bellanova, per rimarcare come il provvedimento “continua ad assegnare le nuove quote disponibili ad imbarcazioni già in possesso di altre quote, impedendo di fatto l’accesso a nuove imprese”.

«Le marinerie locali, in particolare calabrese e siciliana – spiegano le deputate di Fratelli d’Italia -  vantano un’importante tradizione, ma essendo costituite prevalentemente da imbarcazioni di pesca costiera artigianale, non sono state in grado di accedere all’assegnazione delle quote, finendo con l’essere ulteriormente penalizzate da un sistema basato sui parametri delle dotazioni storiche, che avvantaggia chi è già presente nel settore, precludendo, di fatto, la possibilità di nuovi accessi». 

Per Carolina Varchi e Wanda Ferro «è necessario riequilibrare il sistema, invertendo la dannosa tendenza di assegnare l’aumento di quote a poche barche, penalizzando l’intero sistema delle marinerie locali, con risvolti significativi in tema di sviluppo, economia, turismo e valorizzazione delle tradizioni».

Varchi e Ferro hanno anche chiesto al ministro di incrementare immediatamente la quota da assegnare sul “Sistema della quota indivisa”, attraverso modifiche idonee a semplificare le misure di sbarco del prodotto nei porti designati.

Deputati di Fratelli d'Italia in Commissione antimafia: "Dopo le rivelazioni del pm Di Matteo ci aspettiamo le immediate dimissioni del ministro Bonafede"

«Dopo le rivelazioni del pm Nino Di Matteo ci aspettiamo le immediate dimissioni del ministro Bonafede».

È quanto affermano  il segretario della Commissione antimafia Wanda Ferro e gli altri parlamentari di Fratelli d’Italia nell’organismo parlamentare Luca Ciriani e Antonio Iannone.

«Noi di Fratelli d’Italia - proseguono i parlamentari - avevamo già chiesto al presidente Morra e ottenuto l’audizione del ministro Bonafede, per fare chiarezza sulle numerose scarcerazioni dei boss mafiosi che si sono susseguite nelle settimane successive al varo del decreto “Cura Italia”, che ha innescato il pericoloso meccanismo di correlazione tra detenzione carceraria e rischio di contagio, deflagrato poi con le circolari del Dap. Nelle scarcerazioni dei mafiosi ci sono gravissime responsabilità del governo che, dopo le rivolte pianificate e fomentate dalla criminalità organizzata, anziché punire i responsabili ha ceduto le armi e spalancato le porte degli istituti penitenziari grazie anche alle decisioni del Dap. Probabilmente l’esatto contrario di ciò che avrebbe fatto alla guida del Dipartimento il pm Nino Di Matteo, che gli stessi mafiosi temevano, come è emerso dalle intercettazioni nelle quali affermavano che “se viene questo butta le chiavi”.

Il ministro Bonafede venga a riferire in Commissione e spieghi perché ha cambiato idea dopo aver proposto a Di Matteo la guida del Dap. Pretendiamo di sapere cosa lo ha convinto a ritirare la sua proposta e a nominare un altro direttore, poi costretto a dimettersi dopo lo scandalo delle scarcerazioni. Pretendiamo di sapere perché sulle rivolte in carcere il governo ha tenuto una linea di arrendevolezza, perché non sono state garantite negli istituti penitenziari le condizioni di sicurezza per tutelare i detenuti dal rischio di contagio, e perché si sia ritenuto che far scontare la pena a casa possa essere più sicuro di un regime di isolamento in carcere. Pretendiamo di sapere perché si continua a scaricare la responsabilità delle scarcerazioni sui magistrati di sorveglianza, mentre nel nuovo decreto del governo non si esclude la possibilità di concedere la detenzione domiciliare ai detenuti sottoposti al 41bis. Se il governo non lavora con il favore delle tenebre, faccia piena luce su questa vicenda vergognosa, che richiama alla memoria la trattativa Stato-mafia del ’92 e che sta rischiando di mandare in fumo trent’anni di lotta alla mafia».

Wanda Ferro (FdI): "Bisogna impedire i domiciliari a chi è al carcere duro"

«Dopo che il governo ha consentito l’apertura delle porte del carcere per i boss mafiosi, a chiedere di tornare a casa c’è anche Nicolino Grande Aracri, detto “mano di gomma”, capo dei capi della cosca di ‘ndrangheta di Cutro, egemone in Emilia Romagna».
 
È quanto afferma il segretario della Commissione parlamentare anfimafia Wanda Ferro (Fratelli d’Italia), che prosegue: «Lo Stato deve impedire che i vertici delle più importanti organizzazioni criminali possano tornare a casa con il pretesto del coronavirus. La tutela della salute e della sicurezza di ogni detenuto è un dovere dello Stato, ma è fin troppo evidente che chi è detenuto al 41bis, e quindi in una situazione di isolamento, non corre maggiori rischi di contagio rispetto a chi sconta la pena ai domiciliari. Invece anche il nuovo decreto varato dal governo lascia aperta ai magistrati di sorveglianza la possibilità di applicare la detenzione domiciliare ai boss mafiosi sottoposti al regime del carcere duro, dopo aver chiesto i pareri dei procuratori distrettuali e del procuratore nazionale antimafia “in ordine all’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata ed alla pericolosità del soggetto”.
Come se fosse ipotizzabile che un boss detenuto al 41bis possa non avere collegamenti con la criminalità organizzata o possa non essere più considerato pericoloso. È gravissima la decisione del governo  di scaricare sui magistrati di sorveglianza la responsabilità di poter scarcerare detenuti condannati per gravi delitti di criminalità organizzata, detenuti al 41 bis. Noi di Fratelli d’Italia ci batteremo, anche in sede di conversione, per chiedere la modifica del decreto».
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