Serra, Maria Fida Moro in collegamento con l’Istituto Einaudi

Alla vigilia dell’anniversario del 9 maggio, giorno del ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro assassinato nel 1978 dalle Brigate Rosse, verrà presentato venerdì 3 maggio alle ore 11.00, presso l’Istituto d'istruzione superiore “L. Einaudi” di Serra San Bruno, il volume del sociologo e giornalista Mario Arcuri, "Aldo Moro, spiritualità di un cristiano in politica" (BookSprint edizioni, 2018).

La presentazione del volume rientra nelle iniziative previste dal progetto “Biblioteche scolastiche innovative” – che ha già visto la presenza nell’Istituto scolastico serrese di Sonia Serazzi con il suo romanzo "Il cielo comincia dal basso" (Rubbettino editore) e di Alessandro Carioti con il libro "Riscoprirsi madre" (Tau edizioni) – e rappresenta un momento importante di riflessione per gli studenti intorno a una figura e a una vicenda (cominciata il 16 marzo 1978 con il rapimento di Moro e il terribile eccidio della sua scorta) che hanno segnato profondamente la storia d’Italia.

La ricerca di Mario Arcuri analizza la spiritualità e il pensiero politico di Aldo Moro, la sua fede cristiana che si materializza all’interno di uno Stato laico.

Un viaggio, dunque, nella sua vita che diventa espressione e meditazione profonda e che si addentra nella materia in maniera ricca, esaustiva e dettagliata restituendo le ultime testimonianze di Aldo Moro, le sue ultime lettere durante la prigionia, nonché la formazione giovanile del grande statista vissuta nella Fuci di Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI.

Il libro contiene tra l’altro la presentazione dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Vincenzo Bertolone, e la prefazione della figlia primogenita dello statista, Maria Fida.

Proprio con Maria Fida Moro è previsto un collegamento telefonico che permetterà agli studenti di ascoltare la sua testimonianza e l’impegno profuso in questi 41 anni per la ricerca della verità.

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A Maglie la presentazione del libro di Mario Caligiuri “Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere”

Oggi sabato 20 ottobre 2018, alle ore 10, al Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Maglie, verrà presentato il libro “Aldo Moro e l’Intelligence. Il senso dello Stato e la responsabilità del potere”, curato da Mario Caligiuri, direttore del master in Intelligence all’Università della Calabria.

Oltre all’autore saranno presenti l’editore Florindo Rubbettino, la dirigente scolastica del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Maglie, Annarita Corrado, mentre i saluti saranno portati dal sindaco di Maglie Ernesto Toma e dal senatore Giorgio De Giuseppe. Modera l’incontro il giornalista Antonio Greco.

Il libro affronta con contributi diversi una serie di temi. Aldo Moro ha profondamente segnato la storia del nostro Paese. La sua figura è però schiacciata sulla tragica fine, lasciando in ombra la lunga azione politica. Eppure negli anni della Guerra fredda, Aldo Moro è centrale nelle fasi che hanno allargato la partecipazione politica, prima ai socialisti e poi ai comunisti. Ma è anche segretario della Democrazia cristiana durante il governo Tambroni, Presidente del Consiglio all’epoca del “Piano Solo” e ministro degli Esteri nel corso della strategia della tensione. Profondo conoscitore dell’intelligence, sa utilizzare le informazioni e sa dialogare con gli uomini che la praticano, come Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Stefano Giovannone.

E proprio a quest’ultimo fa riferimento nelle lettere scritte durante la prigionia.

Aldo Moro dimostra che un uomo di Stato è anche un autentico uomo di intelligence, poiché sa riconoscere questo fondamentale strumento nell’interesse della Repubblica. Sotto questo profilo, la sua vicenda è ancora tutta da scrivere per sottrarla alle comode riscritture. Un libro spiazzante che illumina sotto una nuova luce l’esperienza politica dello statista democristiano, confermandolo un faro della Repubblica. Nel volume si accende un faro su alcuni aspetti meno noti della vita politico-istituzionale del grande statista originario di Maglie. In particolare sui rapporti intessuti con i servizi dell’Intelligence, relazioni e informazioni mai utilizzate per fini personali.

Moro è riuscito sempre ad intrattenere con i servizi dell’informazione “la relazione tipica dello statista”. Da questo punto di vista il libro di Caligiuri offre un contributo significativo sul piano documentale e sul piano scientifico e diventa pure l’occasione per ripercorrere alcuni passaggi cruciali della vita repubblicana.

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Il rapimento di Aldo Moro nei ricordi di un calabrese

Ho un ricordo nitido del rapimento di Aldo Moro. Quel giorno mi trovavo all'Università a San Pietro in Vincoli (sede della facoltà d'ingegnerria dell'Unoversità di Roma La Sapienza).

Le notizie che arrivavano erano confuse e contraddittorie. Qualcuno parlava dell'uccisione di Moro e della sua scorta, qualche altro di rapimento, qualche altro ancora di colpo di stato.

In pochi minuti,tutti noi: studenti, professori, visitatori, neolaureandi, personale non docente, abbandonammo l'Università in preda al panico ed alla paura per far ritorno nelle rispettive case.

Le strade in un batter d'occhio erano deserte, le serrande dei negozi abbassate. I tram passavano con molto ritardo o per niente. I romani lasciarono Roma per rifugiarsi nelle seconde case ubicate nei paesi e nelle località vicine alla Capitale. Non ricordo Roma cosi deserta come in quel frangente, neanche quando in agosto si svuota per le ferie.

Anch'io per un attimo pensai di tornare in Calabria. Gli attivisti del Pci, a pomeriggio inoltrato, quando si ebbero notizie piu' precise, scesero per strada a fare volantinaggio e rassicurare la gente. E' la premessa della linea politica di netta intransigenza e di fermezza assunta dai vertici del Pci, cui si adeguerà anche la Dc e quasi tutte le forze politiche, escluso il Psi,  parte delle forze sociali ( i sindacati) ed,infine, anche il Papa.

Molti sono i lati oscuri di quella vicenda.La "geometrica potenza" dei brigatisti, da quanto si è saputo successivamente, era in realta' una " geometrica impotenza" fatta di improvvisazione ed incoscienza.Molti ritengono che vi fossero infiltrati che volevano la morte dI Moro. Lo statista con le sue "convergenze parallele" non era ben visto e ben capito  nell'Europa e nel mondo, soprattutto d'Oltreoceano.Ancora c'era la divisione tra i due blocchi e la cosiddetta guerra fredda.

Una cosa è certa, quella tragica vicenda, a distanza di tanti anni, presenta molti lati oscuri che in qualche modo coinvolgono la classe politica ed le istituzioni. Il sangue di Moro,come lui stesso affermò in una sua missiva dalla prigione, ricade ancora su di noi. La fragilita' politica e democratica dell'Italia sono dovute ai tanti misteri ed ai tanti intrighi mai risolti accaduti negli anni del dopo guerra. "L'affaire Moro", come affermò Leonardo Sciascia in un suo pamphlet, e' la metafora di una Italia in declino.

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Lo statista e i generali, quando Moro mediò con i golpisti

Due falchi atlantisti in lotta perenne tra loro. Furono Giovanni de Lorenzo, generale dei carabinieri la cui immagine rimase legata al piano Solo, e Giuseppe Aloia, generale dell’esercito e comandante di stato maggiore della Difesa.

I due alti ufficiali furono in disaccordo praticamente su tutto: falchi che facevano a gara a chi volava più in alto.
Spregiudicato e incline al dialogo serrato con la politica che conduceva in condizioni di reciproco condizionamento, il carabiniere siciliano ebbe la carriera sfregiata dalla sua passione per l’intelligence.

Focoso ed efficientista, il generale romano tentò di ammodernare l’esercito per allineare la difesa italiana agli standard (qualitativi ma anche di fedeltà) richiesti dalla Nato. Per la sua opera organizzativa ricevette una medaglia da Kennedy mentre in patria si beccò accuse di criptofascismo (dovute anche all’istituzione dei corsi di ardimento in cui i militari venivano addestrati ad operazioni di guerriglia e controguerriglia secondo le dottrine Stay Behind).

Le loro carriere e la loro rivalità, che sfociò in inimicizia aperta, si svilupparono nel contesto delicatissimo dei primi governi di centrosinistra e delle prime riforme dei servizi segreti. Logica conseguenza di questa situazione, storica ed esistenziale, furono i rapporti piuttosto profondi con i vertici dei partiti di governo, in particolare la Democrazia cristiana. Incluso Aldo Moro.

I rapporti tra il leader della Dc e i due generali sono stati ricostruiti dallo studioso Francesco Maria Biscione della Fondazione Flamigni durante il recente convegno dell’Università della Calabria intitolato Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e la responsabilità del potere, organizzato da Mario Caligiuri, direttore del Master sull’intelligence.
In particolare, Biscione ha ricostruito, sulla base del corposo (e ancor oggi discusso) memoriale redatto dallo statista durante la prigionia nel covo delle Brigate Rosse, due episodi delicati della storia repubblicana, in cui Moro ebbe un ruolo determinante.

Il primo riguarda la vicenda turbolenta dell’effimero governo Tambroni (1960), che si reggeva anche grazie al supporto esterno del Msi. Nella caduta di questo esecutivo, avvenuta un anno dopo l’ascesa di Moro alla segreteria scudocrociata, ebbero un ruolo determinante le informazioni passate da de Lorenzo al leader Dc. In questo caso, la ricostruzione di Biscione è riscontrata da documenti dell’Archivio di Stato di Milano che provano l’effettivo interessamento del Sifar nella storia del governo Tambroni.

Il secondo episodio, decisamente più inquietante per via del contesto, è legato alla strategia della tensione. Siamo nel 1969 e Moro, stando alla ricostruzione di Biscione, avrebbe collegato l’inizio di questa strategia a un’iniziativa di Aloia rivolta alla Dc. Questa iniziativa, poco conosciuta e dal contenuto non ancora noto, divise i vertici Dc in due blocchi: tra i favorevoli vi furono Flaminio Piccoli e Mariano Rumor, tra i contrari lo stesso Moro.

La vicenda proverebbe, secondo Biscione, che alcuni settori dell’esecutivo sapessero della matrice nera delle bombe sin dal 12 dicembre 1969.
Resta una domanda: come mai Moro, che nel decennio successivo avrebbe iniziato il faticoso dialogo con il Pci, in quegli anni aveva rapporti così stretti con alcuni settori particolari del mondo militare?

Per Biscione la strategia dello statista si basava sulla consapevolezza che lo Stato contenesse anche l’antistato e, quindi, sulla necessità di trovare un punto di equilibrio il più avanzato possibile - nel partito, nella società e nei rapporti internazionale - perché eventuali rotture avrebbero precipitato il Paese in mano ai settori più reazionari.

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Lodo Moro: rivelazioni inedite al convegno dell'Università della Calabria

Durante il convegno "Aldo Moro e l'intelligence. Il senso dello Stato e la responsabilità del potere", svolosi ieri a Rende a cura dal Centro di documentazione scientifica sull'intelligence dell'Università della Calabria, sono emerse rivelazioni inedite in merio al "Lodo" che porta il nome dello statista democrsiano ucciso dalla Brigate Rosse.

All'introduzione del direttore del master in Intelligence, Mario Caligiuri hanno fatto seguito una serie di relazioni, tra le quali quelle di Ciriaco De Mita e Luigi Zanda.

Il colpo di scena è arrivato nel corso dell'intervento dello storico Giacomo Pacini, dell''Istituto grossetano della resistenza e dell'età contemporanea. 

Citando documenti inediti, Pacini ha cercato di fornire una ricostruzione del cosiddetto "Lodo Moro"; ossia di quella sorta di patto di non belligeranza che prevedeva la salvaguardia dalla minaccia di attentati terroristici in cambio della liberazione dei militanti palestinesi arrestati sul suolo italiano, la tolleranza per i traffici di armi verso il Medio Oriente, nonchè un impegno a arrivare a un riconoscimento ufficiale da parte delle diplomazie europea dell'Olp come legittimo rappresentante del popolo palestinese.


Nel corso della sua relazione, Pacini ha sostenuto che "sulla base del materiale che è stato possibile rinvenire, si evince che i primi contatti tra funzionari dei Servizi segreti italiani e emissari palestinesi avvennero a fine 1972 nell'ambito di una trattativa che portò alla liberazione di due militanti del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp) arrestati nel precedente agosto per aver nascosto un ordigno in un mangianastri portato inconsapevolmente su un aereo israeliano da due turiste inglesi. 
Fu però con il ritorno di Aldo Moro al ministero degli Esteri che il patto prese davvero forma. In particolare, dopo l'arresto, avvenuto a Ostia nel settembre 1973, di 5 palestinesi trovati in possesso di missili Strela che intendevano usare per abbattere un aereo israeliano. Nell'ambito delle complesse trattative che portarono alla loro liberazione (e che coinvolsero anche la Libia) l'Olp si impegnò ufficialmente a non effettuare più azioni di guerra sul suolo italiano. Tuttavia le frange più estremiste della galassia palestinese non accettarono quell'intesa e si resero responsabili della strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973. Fu solo dopo quella tragedia che il cosiddetto Lodo Moro cominciò a diventare qualcosa di davvero strutturato e funzionante, grazie soprattutto al fondamentale lavoro di mediazione svolto del colonnello Stefano Giovannone, capo centro Sismi a Beirut, funzionario dei Servizi da sempre molto legato a Aldo Moro"

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Aldo Moro e l'intelligence. Il senso dello Stato e la responsabilità del potere

"Aldo Moro e l'intelligence. Il senso dello Stato e la responsabilità del potere".

Questo il tema della giornata di studi organizzata a Rende sabato 13 maggio 2017 dalle 9 alle 18 presso l'aula "Umberto Caldora" dell'Università della Calabria.

L'evento, promosso dal Centro di documentazione scientifica sull'intelligence dell'ateneo calabrese, si svolge nella settimana in cui ricorre il trentanovesimo anniversario dell'omicidio dello statista democristiano.

Per Mario Caligiuri, direttore del master in Intelligence e promotore dell'evento: "Aldo Moro è stato un protagonista della storia d'Italia e in quanto uomo di Stato conosceva bene il funzionamento e l'importanza dei servizi di Intelligence. Tutti sanno dell'interesse di Francesco Cossiga verso questo settore fondamentale dello Stato. Si conosce di meno che il maestro di Cossiga nell'intelligence era stato proprio Aldo Moro". 

Inoltre, ha ricordato che si tratta solo di un primo approccio per cominciare ad affrontare un tema di grande rilevanza non solo per approfondire cruciali vicende politiche  della Repubblica ma anche per contribuire a sviluppare in Italia gli intelligence studies dal punto di vista storico.

Dopo i saluti istituzionali del Rettore Gino Mirocle Crisci, del direttore del Dipartimento di Lingue e Scienze dell'Educazione Roberto Guarasci e dei componenti del Comitato scientifico del Master sull'Intelligence Alberto Ventura e Luciano Romito, è prevista l'introduzione di Mario Caligiuri, coordinatore del Centro studi sull'intelligence dell'ateneo di Arcavacata.

I lavori saranno articolati in due sessioni.

La prima verrà aperta dalla relazione di Ciriaco De Mita, Segretario nazionale della DC 1982-87 e presidente del Consiglio dal 1988 al 1989, che  parlerà di Aldo Moro uomo di Stato e di intelligence.

Seguiranno poi le relazioni di Maria Luisa Lucia Sergio dell'Università di Roma Tre: Aldo Moro nella prima stagione repubblicana (1946-1958): concezione della democrazia e visione internazionale; di Vera Capperucci dell'Università LUISS "Guido Carli" di Roma: La segreteria Moro (1959-1964) e il caso Tambroni; e, in video conferenza, di Giacomo Pacini dell'Istituto storico grossetano della resistenza e dell'età contemporanea: L''Italia e la politica mediterranea: il lodo Moro.

Nel pomeriggio, alle 15 inizierà la seconda sessione che verrà aperta dalla relazione di Virgilio Ilari dell'Universita "Cattolica" di Milano: Moro e la Cia.

Seguiranno gli interventi dello storico Andrea Ambrogetti: "Aldo Moro e gli americani nella politica della solidarietà nazionale";  e di Francesco Maria Biscione dell'Archivio "Flamigni": Il Memoriale Moro.

L'ultima relazione sarà svolta dal senatore e presidente del gruppo parlamentare del Pd Luigi Zanda  Il rapporto tra Moro e Cossiga.

Le conclusioni verranno svolte da Mario Caligiuri.

Gli atti del convegno scientifico, arricchiti da altri contributi, verranno pubblicati nella collana del Centro di documentazione scientifica sull'intelligence dell'Università della Calabria editi da Rubbettino.

Il convegno è stato promosso con la collaborazione della Fondazione "Italia Domani", del Laboratorio di Fonetica e del Laboratorio sul mediterraneo islamico dell'Università della Calabria.

I lavori verranno seguiti da Radio Radicale e in diretta streaming dal sito www.intelligencelab.org.

 

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Caso Moro: in via Fani c'era un boss della 'ndrangheta

"Grazie alla collaborazione del Ris dell’Arma dei Carabinieri, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta". E’ quanto afferma in una nota il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, Giuseppe Fioroni.  “Il comandante del Ris, Luigi Ripani, - aggiunge Fioroni - che ringrazio per la collaborazione, ha inviato in questi giorni l’esito degli accertamenti svolti su una foto di quel giorno, ritrovata nell’archivio del quotidiano romano Il Messaggero, nella quale compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss, gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c’è ‘assenza di elementi di netta dissomiglianza’”. Nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l'8 luglio 1946, Antonio Nirta è nipote del capo clan suo omonimo, morto nel 2015, all'età di 96 anni. A mettere, per la prima volta, Nirta in relazione con il caso Moro fu il pentito di 'ndrangheta Saverio Morabito. Stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Nirta, detto ''due nasi'' per la dimestichezza con la doppietta, sarebbe stato un confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno degli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro". Per cercare di venire a capo dell'ennesimo mistero che circonda la strage di via Fani e la morte dello statista democristiano, saranno condotte ulteriori verifiche. Secondo Fioroni, infatti, sarebbe “in corso una perizia sul volto di un altro personaggio legato alla malavita e che comparve tra le foto segnaletiche dei possibili terroristi il giorno dopo il 16 marzo: si tratta di Antonio De Vuono, killer spietato, morto nel 1993 in un carcere italiano”. “Le informazioni che abbiamo fin qui acquisito – conclude Fioroni - ci consentono di dire che la relazione di fine anno sulla nostra attività sarà di grande interesse per tutti coloro che chiedono di conoscere la verità del delitto di via Fani”.

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La Trasversale delle Serre non è la "Strada dritta"

Parafrasando una nota battuta attribuita a von Schirach, “quando sento parlare di ‘Trasversale delle Serre’ mi viene da mettere mano alla pistola”. A distanza di quasi mezzo secolo, esattamente 49 anni, da quando venne redatto il primo documento nel quale se ne parlava ufficialmente, la “Trasversale” viene, ancora, utilizzata per formulare promesse cui nessuno crede più. Si spera almeno che, qualora un giorno dovesse essere completata, nessuno osi presentarsi con le forbici in mano per tagliare nastri inaugurali. Al contrario, per sfuggire alla vergogna, la scelta più saggia sarebbe aprirla al transito di notte. Quella della “Trasversale” è, infatti, la storia di un’opera tenuta nel limbo, una storia che rappresenta, per certi versi, il paradigma di come vanno le cose nel nostro Paese. A far montare l’indignazione, il raffronto con opere ben più imponenti costruite a tempo di record, in anni in cui le tecnologie non erano certo quelle di oggi. Una in particolare, suscita insieme orgoglio e sdegno. Orgoglio per la rapidità con cui è stata realizzata, sdegno se la si accosta alle infinite vicissitudini della “Trasversale”. L’A1, meglio nota come “Autostrada del sole”, che collega Milano a Napoli, ha una storia molto diversa da quella della “Trasversale”. Una storia raccontata, nel 2011, da Francesco Pinto, in “La strada dritta”, un bel libro sospeso tra saggio e romanzo. I cantieri per la sua realizzazione vennero aperti il 19 maggio 1956. Prima, però, l’amministratore della Società autostrade, Felice Cova, insieme ad un gruppo d’ingegneri, era volato negli Stati Uniti per studiare le autostrade americane. Una volta realizzato il progetto c’era da trovare i soldi. Un’incombenza cui pensò l’Iri che, investendo 272 miliardi di lire, rese possibile la costruzione dell’opera che avrebbe rivoluzionato l’Italia. Eppure, non mancarono i bastian contrari, quanti sostenevano che si trattava di uno spreco, di un’opera superflua, inutile in un Paese in cui le automobili in circolazione erano ancora pochissime. Discorsi miopi che si sentono ripetere ancora oggi ogniqualvolta si pensa di progettare grandi opere destinate a migliorare il presente ed anticipare il futuro. Per fortuna l’Italia di quegli anni era meno pusillanime dell’attuale ed i lavori per l’edificazione della prima autostrada italiana del dopoguerra presero il via, in barba ai menagramo. Così, dopo appena, due anni, nel 1958, l’allora capo del Governo Amintore Fanfani inaugurava il primo tratto da Milano a Parma. Per il completamento del tratto successivo si dovette attendere poco più di un anno. Conoscitore dei vizi italici, nel timore che i fondi fossero insufficienti, Cova aveva fatto avviare i lavori sia da Nord che da Sud. Così, nel 1959 venne aperto al traffico il tratto compreso tra Napoli e Capua. L’anno successivo gli automobilisti potevano viaggiare comodamente da Bologna a Firenze; mentre nel 1962 venne terminata la Roma - Napoli. Domenica 4 ottobre 1964, dopo il completamento della Chiusi – Orvieto, nel giorno di San Francesco, patrono d’Italia, il presidente del consiglio Aldo Moro inaugurava l’intero percorso. Il 9 dello stesso mese, la “Settimana Incom”, scriveva: “I maggiori tecnici del mondo, che l’hanno giudicata un capolavoro d’ingegneria stradale, ce la invidiano”. Non si trattava di un esagerazione. Per costruire l’opera, progettata e realizzata interamente da italiani, era stato necessario sfidare la natura, costruendo 38 gallerie e 853 tra viadotti e ponti. Una dimostrazione che quando c’è la volontà politica non esistono ostacoli insormontabili. Nel discorso inaugurale, Aldo Moro, aveva detto “non siamo un popolo in decadenza […]. E’, la nostra, una società viva, che si trasforma, che cerca nuovi equilibri economici, sociali e politici”. Un’Italia completamente diversa dall’attuale, dove non si riesce neppure a tappare le buche, figurarsi a completare la “Trasversale”.

 

 

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