Trovate le donne scomparse ieri in un bosco

Sono state ritrovate con un lieve principio d'ipotermia, le donne, madre e figlia, di 46 e 14 anni, che si erano perse ieri nei boschi dell'Aspromonte.

Dopo l’allarme lanciato dal marito, la prefettura di Reggio Calabria aveva immediatamente attivato il piano di ricerca delle persone scomparse che ha visto impegnato un contingente composto da oltre 50 unità, fra vigili del fuoco, carabinieri, forestali, soccorso alpino, polizia di Stato e associazioni di volontariato di protezione civile.

La madre, nel pomeriggio aveva telefonato con il cellulare ad un numero d'emergenza riferendo di trovarsi lungo il greto di un torrente insieme alla figlia. La donna ha anche detto di stare bene, ma di non sapere dove si trovava.

Le ricerche, rese difficoltose dal terreno accidentato e coperto di neve, si sono concluse alle 23.20, con il ritrovamento delle due donne.

 

Accadde oggi, 30 gennaio 1990: i sequestratori liberano Cesare Casella

Il 30 gennaio 1990 al termine di uno dei più lunghi sequestri di persona avvenuti in Italia, viene liberato Cesare Casella.

Il ragazzo, rapito a Pavia il 18 gennaio 1988, ha trascorso 743 giorni incatenato in una buca in Aspromonte.

Cade in un dirupo e si rompe una gamba, escursionista soccorso con un elicottero

Brutta disavventura per un escursionista che si è fratturato una gamba, dopo essere caduto in un dirupo a San Lorenzo (Rc).


L'uomo, che al momento della caduta si trovava in compagnia di altri tre escursionisti, è stato recuperato dagli operatori della Stazione Aspromonte del Soccorso alpino Calabria, che sono intervenuti con un elicottero del V Reparto volo della polizia di Stato.

Una volta recuperato ed immobilizzato, il malcapitato escursionista è stato trasportato fino all'aeroporto di Reggio Calabria, dove in ambulanza è stato trasferito negli ospedali Riuniti. Gli altri tre escursionisti sono stati, invece, evacuati via terra.
   

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I carabinieri alla conquista dell'Aspromonte

Probabilmente non sbaglia chi crede che per comunicare con i criminali sia necessario adottare le loro forme comunicative, certo non sempre è opportuno e di sicuro non è mai facile farlo, ma alle volte non esiste altro mezzo che l’imposizione fisica della presenza dell’Arma sul territorio per riaffermarvi la giustizia e la forza delle istituzioni democratiche.

In tante parti d’Italia è successo così, con la presenza silenziosa e disponibile dei carabinieri delle Stazioni.

Questa la ragione che ha mosso circa 150 tra allievi ed istruttori della Scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria che sabato scorso hanno deciso di celebrare la fine del Corso e l’ormai prossimo invio ai Reparti con un’inedita escursione di “riconquista” dell’Aspromonte.

Quei monti che incombono sulla città e sullo Stretto, luogo il cui solo nome sottende inaccessibilità e inospitalità alla vita e che forse troppo spesso ha evocato nella mente di chi lo ascolta memorie esclusivamente negative, di un’enclave criminale all’interno dello Stato, irraggiungibile e perciò impunibile. Proprio per queste ragioni l’Aspromonte -ed Africo in particolare- con il suo portato di storia criminale, è sembrato il luogo ideale per fare da scenario al saluto di tutta la Scuola ai suoi allievi.

Dopo una prima serie di conferenze che ha anticipato agli Allievi le singolarità dell’ambiente aspromontano, per unicità e resilienza delle forme (tanto di vita che criminali), è giunto perciò il momento di mettersi in cammino. Partiti di buon mattino e guidati dalle esperte gambe delle guide del Parco dell’ Aspromonte, gli Allievi hanno compiuto un percorso di circa 20 chilometri in un continuo saliscendi, attraversando i ruderi dei paesi di Casalinuovo ed Africo, dove il Cappellano della Scuola ha officiato la Santa Messa, e scoprendo le radici antropologiche di un fenomeno che prima che criminale è anzitutto figlio del disagio e dell’abitudine alla violenza di un popolo scacciato dai propri monti da una natura matrigna. 

Non esiste miglior modo di conoscere anche le difficoltà del mestiere di Carabiniere in un territorio ostile, non solo sotto il profilo orografico; attività che gli allievi hanno accolto con l’entusiasmo e la gioia della loro età, ma anche consci della storicità di un evento come questo: un’invasione realmente boots on the ground che, pur pacifica, stravolge il rapporto di una città con le sue montagne, che vede per la prima volta giovani uniformi che dal mare ripopolano di entusiasmo i paesi fantasma che hanno dato i natali ad alcuni tra i criminali più efferati d’Italia, ma dove sono ancora vividi nella memoria delle guide del Parco i racconti di come nel tragico momento delle alluvioni l’unico punto di riferimento e primo soccorso sia stata la locale Stazione dei Carabinieri.

Immancabile, dopo l’impegnativo sforzo un momento di una convivialità che ha riunito “attorno al tavolo” e letteralmente sotto stessa ombra dell’albero che offrì riparo alla prima riunione documentata della ‘ndrangheta, gli allievi e i loro istruttori, i volontari dell’Afor, i militari dei Reparti territoriali e quelli dell’Organizzazione per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare hanno condiviso il pasto gentilmente preparato dai volontari.

Con gli zaini vuoti, ma l’animo riempito dallo scenario del tramonto del sole sul mar Tirreno, gli allievi hanno quindi fatto ritorno alla Scuola, che si preparano a salutare per ricevere, speriamo arricchiti soprattutto da giorni come questi, l’abbraccio dell’Arma che li accoglierà nei suoi reparti.

Senza montagna la Calabria non ha storia nè futuro

Fino agli anni passati ed ancora oggi fare turismo in Calabria significava e significa solo mare. Sulle coste ioniche e tirreniche sono venuti a formarsi diversi poli urbani a forte concentrazione, prevalentemente balneare, fino a costituire conurbazione lineare: insomma la Calabria è diventata sinonimo di mare.

Si è trascurato il fatto che la nostra regione, al suo interno, è caratterizzata dalla montagna.

Ecco alcuni dati: la superficie totale è di km 15080 e ben il 42 per cento è occupata da territorio montano, il 49 per cento è collinare e solo il 9 per cento è costituito da pianura.

Inoltre ben 387 comuni, dei complessivi 409, hanno fatto la loro storia sugli altipiani collinari e montuosi.

È evidente che la Calabria è una regione montuosa, da sempre “gran bosco d’Italia”.

I Greci conoscevano la Sila e i Romani la chiamarono “silva” per non confonderla col “nemus” il sacro bosco delle divinità. Per Virgilio fu “magna” nelle Georgiche ed addirittura “ingens” nell’Eneide.

Fu menzionata dai più illustri geografi come Stradone, Plinio e Cicerone nel “Brutus” parla di “silva sila”.

Oggi le carte la distinguono in: greca, grande e piccola.

La Sila greca prende nome dagli insediamenti albanesi dei secoli XV e XVI, bastibpensare ai centri abitati di Rota Greca, Vaccarizzo Albanese, Spezzano Albanese, Lungo ed altri.

La Sila grande, che poi è il cuore di tutta la regione calabrese, è detta anche “badiale” dalle donazioni operate da Enrico VI a Gioacchino da Celico e soprattutto al suo Ordine Florense; è nomata anche “demaniale” grazie all’editto di Roberto d’Angiò che ne fissò i limiti con quella badiale.

E poi la Sila Piccola, ma piccola solo per altitudine, che comprende i territori ricadenti nella provincia madre di Catanzaro con i comuni di Taverna, Zagarise, Belcastro, Serrastretta e le località turistiche di Villaggio Mancuso e Villaggio Recise, e altri territori che appartengono oggi alla nuova provincia di Crotone come Savelli, Cotronei, e Villaggio Palumbo con Trepidò entrambi terre cotronellare.

Percorriamo insieme questo itinerario storico – naturalistico- culturale e turistico dal mare verso l’alta montagna. Oggi vi è la superstrada a scorrimento veloce che ci porta già a Camigliatello in poco meno di un’ora. È una strada – scrive A. Delfino – che “scorre superba sulle cime degli alberi, in arditi viadotti cancellando la tormentata orografia. Le strade costruite dai Borboni e poi imbellettate dal nuovo stato unitario, disegnate fra le groppe delle colline dirute, sembrano nastri sottili buttati alla rinfusa da un dispettoso folletto.”

Certo i disagi non erano pochi, fino a qualche anno fa, se si pensa che per raggiungere Cosenza dalla città di Pitagora si attraversava una miriade di paesi come San Mauro Marchesato, Scandale, Santa Severina, Cotronei ed altri ancora più all’interno. Insomma ci volevano ben due giorni di cammino e su vecchie corriere e traini. Arriviamo a San Giovanni in Fiore che deve la sua esistenza all’Abate Gioacchino nativo della vicina Celico, detto poi “da Fiore” fondatore dell’Ordine monastico florenze e dell’Abazia in località “Fiora” del capoluogo silano.

Più avanti continuando a salire tra fitte abetaie e pinete raggiungiamo Camigliatello Silano, tra le più importanti e attrezzate stazioni turistiche soprattutto per gli sport invernali e sede del Parco Letterario “Old Calabria” nella vecchia torre di Camigliati. Tra questa località, Silvana Manzio, Lorica, Moccone, il Gariglione, i grandi laghi Cecita, Arvo e Ampollino ed oltre ancora ci troviamo nel bel mezzo del grande Parco Nazionale della Calabria. Ci inoltriamo fino al bosco del Filastro, regno indiscusso del “re pino”.

Qui, infatti, c’è ancora un bel gruppo di pini, “i giganti della Sila” che si fanno risalire addirittura al 1430. Qui regna il famoso “pino laricio” o “loricato” che è un po’ quello che rimane della foresta primigenia. Il pino silano è una delle quattro razze che appartengono alla grande famiglia del pino nero, “pinus nigra” ed ha una vecchia storia che risale al terziario, insomma prima dell’uomo.
Il suo legno è servito agli indigeni bruzi per difendersi dalle intemperie e dal nemico; i colonizzatori magnogreci lo portavano fino a Crotone utilizzando la corrente del Neto e sul Tirreno attraverso la breve strada dell’istmo di Marcellinara; i Romani lo utilizzarono in abbondanza per costruirvi le galee; ed ancora è servito per le volte delle austere basiliche romane e per la Cappella Sistina e non ultimo fu utile per ricavare la resina.

Esemplari affini ai nostri pini li troviamo sull’Etna, in Corsica e nelle foreste iberiche.

E la Sila non è solo alberi e pini. È una sorta di pianeta ancora incontaminato: gigli rossi, bucaneve, giunchiglie, viole mammole, orchidee nane, narcisi, semi di anice e la belladonna e la genziana ed altre piante medicinali e le innumerevoli specie di funghi e poi quel verdeggiante ed odoroso muschio tanto caro a bambini ed adulti che lo apprezzano per abbellire i presepi fatti in casa.
E la Sila è anche il regno dell’acqua, data l’alta piovosità e l’innevamento. Qui nel 1927 si sono creati i tre citati bacini di Cecita, Arvo e Ampollino che fanno produrre tanta energia idroelettrica nelle grandi centrali in territorio di Cotronei e sono di grande richiamo per la pesca sportiva e per gli sport nautici.

E scendendo più a sud della regione, dopo aver attraversato il citato istmo di Marcellinara, ci inoltriamo nel gruppo montuoso delle Serre, oggi Parco regionale, dalle connotazioni ambientali non dissimili dalla Sila e coi tantissimi centri ricchi di storia quali Squillace, Torre Ruggiero, Soriano col famoso monastero domenicano, Vallelonga, la Mongiana delle Ferriere borboniche, Mangiatorella, Ferdinandea e Stilo. Di sicuro, però, il polo storico di questa parte della montagna calabrese è Serra San Bruno, terra della Certosa, quella detta nei secoli di Santo Stefano del Bosco, fondata san Brunone di Colonia nel 1084, come primo nucleo a Santa Maria, e nel 1091 dove oggi la possiamo ammirare nella sua austera solitudine. Questa Abbazia, la prima e unica fondata dal Santo in Italia e che custodisce le sue sacre spoglie, nel ‘500 assunse la forma rinascimentale con grandezze di forme artistiche ed architettoniche che, però, dopo secolari vicissitudini legate alla storia feudale, religiosa e artistica, è stata distrutta dal disastroso terremoto del 1783. Ci restano pochi ruderi: parte della facciata palladiana e del chiostro.

Dopo due secoli di abbandono dovuto anche alle conseguenze della famigerata Cassa Sacra, il nostro monastero bruniano è stato ricostruito nei primi anni del secolo scorso, così come oggi lo vediamo. Da ogni parte del mondo poeti, storici, scrittori, scienziati, teologi si sono avvicendati attorno alla storia di questo preziosissimo bene culturale che Serra custodisce gelosamente.
Ma Serra San Bruno non è solo Certosa: è la città dell’arte nel verde. È la città delle chiese: la Matrice, detta anche di San Biagio, del 1785; il tempietto dell’Addolorata di fine architettura barocca del 1721; la chiesa dell’Assunta di Terravecchia di origine ducentesca ma ricostruita nei primi anni dell’800 e quella dell’Assunta di Spinetto edificata nel nuovo rione dopo il citato terremoto. Serra è la terra anche dei nobiliari palazzi con portali artistici e soffitti riccamente lavorati, obelischi e tantissime altre opere d’arte e tutto, bisogna sottolinearlo, frutto di artisti locali figli di quella che per secoli fu detta “ la Maestranza di la Serra”.

Negli ultimi tempi, poi, e soprattutto dopo il boom economico degli anni ’60, è stata riscoperta la sua grande vocazione turistica e pertanto un pò tutta la montagna calabrese, compreso l’Aspromonte di Corrado Alvaro e del Santuario di Polsi della Madonna della montagna, ha bisogno di una giusta valorizzazione. Insomma è ora che la montagna calabra sia vista come risorsa primaria per l’economia e lo sviluppo dell’intera regione. La valorizzazione della nostra montagna, dopo anni di indifferenza, certamente comporta un processo da programmazione sapiente e non abbandonata ad improvvisazioni occasionali.

Oggi la sola natura, pur vergine ed incontaminata, non basta più ai turisti provenienti dai più qualificati villaggi residenziali delle coste ioniche e tirreniche, da Soverato a Tropea, da Capo Rizzuto a Diamante passando per Le Castella, Pizzo, Cirò Marina, Caulonia, Sibari, Capo Colonna ed altre belle località balneari. La montagna calabrese necessita di infrastrutture e di servizi moderni come risposta ad una richiesta d’utenza sempre più esigente e soprattutto abbisogna di professionalità tra gli operatori turistici. È urgente la funzionalità e l’efficienza di tutti i servizi di comunicazione per non rimanere isolati dal resto d’Italia e dell’Europa.

In Sila non si entra soltanto dalla superstrada Crotone – Cosenza –Paola, si entra anche dall’autostrada seppur questa rattoppata e da più svincoli e da questi in tutta la montagna, ma per raggiungere gli angoli più suggestivi e a più forte richiamo turistico si è costretti a fare autentiche gimkane su percorsi stradali per nulla modernizzati e mancanti di continue segnalazioni ed informazioni. Il servizio pubblico tra i singoli centri è inesistente. Roba da non provarci e chi ci tenta non lo ripeterà una seconda volta.

Altro che Mediterraneo da scoprire o Calabria in Europa. Così anche storia, cultura, costumi, arte e tradizioni che si sono consolidati per secoli, oggi rischiano di rimanere lontani.

 

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Polsi: il cammino ed il cambiamento

Riceviamo e pubblichiamo

"Un passo dopo l'altro. Così ci hanno insegnato a superare i sentieri difficili e la stanchezza, le prime guide aspromontane, abitanti di paesi che qualcuno definisce con appellativi altisonanti: San Luca, Platì, Africo, Roghudi, Cardeto, per citarne alcuni. Erano e sono il genius loci, di quei luoghi.

L'Aspromonte, piaccia o no, sta camminando un passo per volta verso il cambiamento, tra mille difficoltà. Se dovessimo trovare una metafora, sta in un cammino storico della nostra montagna: il sentiero che dal Montalto conduce a Polsi.

Il primo passo vede la Calabria succinta tra Ionio e Tirreno, al cospetto del camminatore. Una prospettiva grande e luminosa. Il percorso poco dopo cambia, una gran discesa porta all'ombra delle faggete, il cielo quasi non si vede, ma la strada è ancora ampia e facile. Poi cambia ancora fino a farti rimpiangere il bosco fitto, ma lo sguardo che si allarga sul vallone della Madonna ripaga il caldo ed il dolore alle ginocchia. La vegetazione avvolge, non sempre con gentilezza, ma siamo noi ad essere di troppo. In vista del Santuario, sulla testa di una frana non si prova tanto paura quanto affidamento, alla montagna o alla Madonna, in base alle sensibilità di ognuno. L'ultimo contrafforte accompagna il camminatore fino a Polsi. La meta è stata raggiunta e non suggeriamo risposte.

Sarà una delle più significative uscite del PARKBUS 2018 - che si svolgerà sabato 18 agosto -  promosso dall'Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte in collaborazione col Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e l’Associazione Guide del Parco Nazionale dell’Aspromonte, che rappresenta la voglia che sentiamo di camminare con la prospettiva corretta, consci di stanchezze, paure e difficoltà.

Non temiamo la strada, noi guide del parco, perché seguiamo gli insegnamenti dei nostri maestri, perché Polsi ci rifocillerà e ripagherà.

 Molti vanno a Polsi per se stessi, noi andremo per Polsi: un santuario, un luogo dell'anima. Punto".

 Associazione Guide ufficiali del Parco nazionale dell'Aspromonte

Pietra Cappa, il monolite che affascinerà il mondo

Riceviamo e pubblichiamo

"Il cappuccio protegge la testa, un mantello copre quasi tutta la sua figura, ma le braccia e le mani no, quelle devono restare libere.

Vogliamo raccontarla così la 'nostra' Pietra Cappa, perché tra i molti significati veri o leggendari, noi abbiamo scelto di separare ed astrarre il significato della cappa come indumento, decontestualizzandolo per esprimere ciò che noi sentiamo, al suo cospetto.

Pietra per condizione, cappa per vocazione, ma non quella che oscura e nasconde, ma bensì quella che protegge ed adorna.

Protegge la verità. La verità dell'Aspromonte che richiede una battaglia per essere riconquistata ed è quella che vogliamo intraprendere, riportandola al suo significato greco - per noi più importante - di “alétheia”, ovvero di non nascondimento. Il potere di questa pietra è principalmente questo: svelare. Che sia la vana bellezza o il sostanzioso valore scientifico. Eppure non tutto è vero, di ciò che abbiamo letto o sentito su questo monolite imponente che è stato raccontato per filo e per segno da chi lo ha visto, ma non lo ha osservato. Molti hanno voluto nascondere, consapevolmente o meno, qualcosa. Di quei racconti non vi è traccia nell'accoglienza e nella dignità degli abitanti di Natile, Platì o di San Luca e nella loro voglia di verità.

Lo hanno osservato, invece, gli ispettori Unesco, che hanno valutato la corsa del Parco dell'Aspromonte, il nostro parco, alle rete globale dei Geoparchi. Un percorso giudicato da molti incredibile ed osteggiato, ma la verità di Pietra Cappa è troppo grande per essere confutata.

L'abbiamo scelta, come meta dell’escursione tematica che si svolgerà giovedi 16 agosto del progetto Parkbus 2018, tutto esaurito da giorni, promosso dall'Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte in collaborazione col Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria e l’Associazione Guide del Parco nazionale dell’Aspromonte, per contribuire, seppur lievemente, a questo svelamento.

Se vorrete dare una mano anche voi ad alzare questo velo, visitate Pietra Cappa e la Vallata delle Grandi Pietre. Gli uomini e le donne di quella terra vi tenderanno la mano, accettatela.  

Il monolite è il mantello, la figura è quella dell'Aspromonte, le braccia e le mani siamo noi, con la speranza che le nostre azioni, rispecchino alla lontana il loro valore".

Associazione Guide ufficiali del Parco nazionale dell'Aspromonte

Tutto pronto per l'edizione 2018 di Parkbus, l'escursione alla scoperta dell'Aspromonte

Riceviamo e pubblichiamo 

"Sono molti, oggi, quelli che partono. Alcuni scappano, altri vanno via lentamente e col cuore spezzato. Noi restiamo. Per fortuna, per condizione, per testardaggine o forse perché abbiamo saputo cogliere delle opportunità. Noi siamo aspromontani e quest’appartenenza la sentiamo forte. Esiste una continuità tra l’Aspromonte e le sue genti sana e forte, ma non sempre, che forma un legame visibile nel bene e nel male. Esiste un luogo, in Aspromonte, ove legami e continuità sono l’evidenza stessa ed il senso di quel territorio. Stiamo parlando di Samo e vogliamo presentarlo così, con le parole di Vito Teti: 'Il nuovo abitato di Samo e gli antichi ruderi di Precacore sono contigui. Si osservano come per controllarsi, per non separarsi. Dall’abitato di Samo i ruderi di Precacore appaiono come una sorta d rimorso, di memento mori, come il luogo di fondazione e della memoria. Dalla collina con i ruderi le case di Samo appaiono una sorta di continuità della vita'.

“Samo e l’antico abitato di Precacore, un legame che forse non sarà mai sopito, al quale noi, da guide, dobbiamo aggiungerne almeno un altro, cercando di rimanere umilmente ed immeritatamente sul solco tracciato dal Professor Teti. Si tratta del legame tra Samo e la montagna, protagonista della prossima escursione tematica del Parkbus 2018, iniziativa promossa dall’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte in collaborazione col Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e l’Associazione Guide del Parco Nazionale dell’Aspromonte, in programma per sabato 11 agosto. Giunti nelle splendide vette di Samo con gli ecobus dell’Ente Parco, cammineremo a piedi verso Monte Perre ove il paesaggio si allarga e ti avvolge, grandi rapaci volteggeranno sulle nostre teste e la fiumara risplenderà ai nostri piedi. Querce secolari ci saluteranno, appena arrivi in vista di Puntone Galera, da dove potremo iniziare a vedere il selvaggio Aspromonte, arroccato su se stesso, per difendersi chissà da cosa o da chi. Proprio lì potremo comprendere come Samo, e il borgo antico di Precacore, siano uno dei simboli più evidenti delle continuità tra uomo e natura, antico e moderno, antropizzato e selvaggio. Un’unica “strada” collega tutto questo.  Non siamo la perfezione ed oggi abbiamo la presunzione di dire che neanche la desideriamo, perché vogliamo raccontare una storia che sia la nostra, semplicemente autentica. Per poterla raccontare siamo dovuti restare, insieme ai ragazzi di Samo che ci accompagneranno durante tutta la giornata, facendoci degustare i prodotti tipici del loro territorio, che resistono con la stanchezza e l’amore negli occhi, resilienti preziosi. I luoghi, questi si, sono perfetti, senza colpe e ricolmi di una purezza che dobbiamo sempre ambire a raggiungere, anche se mai riusciremo a farlo. Sarà questa la storia che racconteremo ai visitatori che hanno scelto di camminare in Aspromonte con noi, recente e passata, con la continuità che merita. Abbiamo voluto scrivere molte parole per darne senso a poche altre: grazie Samo, grazie Aspromonte, per le opportunità che ci hai dato e che abbiamo saputo cogliere; scusa Samo, scusa Aspromonte, per quelle invece che ci hai dato e non abbiamo saputo ancora vedere. Noi ce la stiamo mettendo  comunque tutta!”.

Associazione Guide Ufficiali del Parco Nazionale dell'Aspromonte

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