I “ceravolari”, ovvero gli incantatori di serpenti delle Serre

Erano figure a metà strada tra il santone ed il saltimbanco. La loro, era un’esistenza itinerante, erratica. Personaggi strani, sospesi tra inferno e paradiso, tra dio ed il demonio. Si aggiravano per le fiere con il loro bizzarro bagaglio, un contenitore in legno di forma cilindrica nel quale trasportavano i loro “attrezzi” del mestiere.

CERAVOLARI E SAMPAOLARI

Chi erano, cosa facessero, come vivessero, lo sapevano bene a Simbario dove avevano il loro regno, erano i “ceravolari” o “sampaolari”. Nella gran parte dei casi, erano astuti contadini cui la credenza popolare aveva assegnato una funziona quasi sacrale. Era a loro, infatti, che ci si rivolgeva per trovare sollievo da una malattia o per propiziare un evento positivo, come un raccolto abbondante. La figura del “ceravolaro”, per certi aspetti, rappresentava un elemento caratterizzante del piccolo centro delle Serre, al punto che, il sacerdote Bruno Maria Tedeschi, nella sua relazione contenuta nel Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato – Distretto di Monteleone di Calabria, pubblicato nel 1859, riferendosi a Simbario,  nel paragrafo riservato ai “pregiudizi e false credenze”, così si esprimeva: “Ciò che v’ha di particolare in questa materia, consiste nella credenza ai così detti Ceravolari, o Sampaolari […] Costoro sono dei contadini impostori, i quali per traffico di lucro presso la credula gente, vanno spacciando rimedii misteriosi e sicuri per guarire le più ostinate malattie, e per assicurare la prosperità dei raccolti e degli armenti. Siffatti ciurmadori camminano armati d’una scatola, con dentro alcune vipere vive, alle quali tolgono anticipatamente i denti incisori, e per meglio ingannare, scherzano coi modi più strani con quei rettili, da cui si dicono rispettati in forza di magia. In questo modo fanno la rivista delle mandre, ed esigono dei contributi, che vengono somministrati con massima sollecitudine. Per curare le malattie, praticano alcuni bizzarri riti, e tra gli altri quello da loro detto Messa di S. Paolo, che si fanno pagare senza scrupolo di ledere le tasse, o cadere in reato di simonia. Una tal sorta di Messa si riduce alla recita di alcune preci sacre, guaste e monche, e mescolate di altre formole bizzarre di un linguaggio furfantinesco, fatta da tre persone stranamente vestite di cappuccio, e accoccolate in terra, facendo gesti e smorfie nel più grottesco modo del mondo ora simulando deliquio, ora imitando i moti d’un epilettico … la plebe che viene da essi corbellata si guarda bene di farne oggetto di criminazione presso la giustizia”.

I SERPENTI E LE FIERE

I “sampaolari” erano una sorta di “incantatori” di serpenti, ma non solo. Catturavano i rettili, gli estraevano i denti o il veleno e li portavano in giro per le fiere. Il loro peregrinare iniziava, solitamente, a fine aprile e continuava per tutta l’estate. Il periodo d’attività era, inevitabilmente, legato alla disponibilità della materia prima che, come ricordava un vecchio adagio, “li nimbi di marzu risbigghianu li serpi e ntra aprili cchiù guardi e cchiù ndi vidi”, iniziava a rendersi disponibile in primavera.

Con il primo sole, quindi, prendevano il via “rappresentazioni”. Nelle piazze più frequentate, soprattutto in occasione delle feste, non era insolito imbattersi nella figura del “sampaolaro” che  faceva scorrere sul suo corpo un serpente. Lo metteva nella manica della camicia per farlo uscire da dietro il colletto, un collaudato canovaccio che richiamava un numeroso pubblico che, ogni volta, assisteva con curiosità e diffidenza allo stravagante spettacolo. L’esibizione in piazza, però, costituiva soltanto una parte dell’attività.

Come ricorda Cesare Mulè, in “Catanzaro e le Serre”, “i ceravoli (o sampaolari) vecchi rugosi dagli occhi di fiamma girano per le montagne e le fiere portando in scatole e cassettine vipere e serpi alle quali è stato beninteso sottratto il veleno. In cambio di poche lire sono pronti a dare ricette magiche, rimedi, cataplasmi, suffumigi. Talvolta recitano la cosiddetta “messa di San Paolo”, un misto di preghiere smozzicate e senza senso e di formule magiche”. La scelta di esibirsi con un serpente, non era casuale, poiché richiamava i numerosi santi ritenuti miracolosamente capaci di dominare le serpi, da san Paolo ai santi Cosma e Damiano; da san Foca, fino a san Vito. Che ci fosse un rapporto diretto, tra la religiosità popolare ed i “sampaolari” lo si deduce, inoltre, dal nome che rimanda all’episodio secondo il quale, trovandosi a Malta, “san Paolo, nel gettare nel fuco un fascio di sarmenti, fu assalito dal morso di un serpe velenoso e né uscì immune, dando così prova del suo potere di dominazione sui serpenti”.

I CERAVOLARI

La seconda denominazione, “ceravolari”, molto probabilmente si riferisce alla loro seconda natura. “Ceravolaro”, con una buona dose di certezza, deriva da “cerretano”, ovvero l’abitante della cittadina umbra di Cerreto. Proprio dal centro spoletino potrebbero aver preso uno dei due nomi i “sampaolari”. Come testimoniano gli statuti della cittadina umbra, dopo la “peste nera”  del 1348 – 49, i cerretani erano stati autorizzati a raccogliere la questua a favore dell’ordine del Beato Antonio, impegnato nella cura degl’infermi. Giorgio Cosmacini, nel suo “Ciarlataneria e medicina, cure, maschere, ciarle”, evidenzia che la funzione dei cerretani degenerò ed i pellegrini questuanti lasciarono il posto ai truffatori che approfittando della credulità popolare andavano in giro a vendere unguenti “miracolosi”. Tra i “cerratani”, ricorda Gentilcore in “Malattia e guarigione, ciarlatani, guaritori e seri professionisti”, coloro i quali esercitavano il maggior fascino sulle persone erano gli “ incantatori di serpenti”. In realtà erano molto di più di semplici “incantatori", poiché “davano antidoti contro malattie, contro morsicature di serpente, o di altri animali velenosi”. Si comprende, quindi, il motivo della loro diffusione e della loro popolarità, soprattutto nel mondo contadino dove l’incontro ravvicinato con i serpenti rappresentava una situazione tutt’altro che infrequente. Tuttavia, a dare i natali agli “incantatori” di serpenti sarebbero stati i marsi, l’antica popolazione stanziata in Abruzzo, i cui discendenti vagavano per l’Italia centro meridionale, accompagnati dai rettili che facevano scivolare sul loro corpo. Un’esibizione simile, se non addirittura uguale, a quella dei “sampaolari” i quali, però, potrebbero aver appreso la loro arte in Sicilia dove operavano i “serpari” o “ciaralli”, vere e proprie dinastie familiari che asserivano di discendere direttamente dai Marsi. Tra i dubbi, le ipotesi e le congetture, l’unica certezza e che dei “ceravolari” è rimasto soltanto il ricorso, forse.

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Censore più povero, Nesci più ricca. Tutti i redditi dei parlamentari calabresi

Non sono tutti uguali, pur svolgendo la stessa funzione. C’è un divario, abbastanza evidente, tra il primo e l’ultimo della classifica. Tuttavia, nessun può piangere miseria, perché arrivare in Parlamento rappresenta sempre un gran colpo di fortuna. In alcuni casi, anche, per le vie piuttosto rocambolesche con le quali ci si è arrivati, è stato come vincere la lotteria. A leggere i dati relativi ai redditi 2013, dichiarati dai parlamentari eletti in Calabria, saltano agli occhi diverse sorprese. C’è, ad esempio chi, come i deputati grillini Paolo Parentela, Federica Dieni e Dalila Nesci, per l’anno 2012, non aveva dichiarato nulla e che, nel 2013, ha presentato una dichiarazione dei redditi che accarezza gli 80 mila euro. C’è, quindi, chi è diventato più “ricco”, ma c’è pure chi è diventato più “povero”, come il deputato Bruno Censore, che ha visto passare il proprio reddito, dai 111 mila euro del 2012, ai poco meno di 90 mila del 2013. Si tratta di dati tutt’altro che segreti. In base alla normativa sulla trasparenza, la situazione patrimoniale di ciascun parlamentare è, infatti, consultabile sul sito parlamento.it. Scorrendo l’elenco di deputati e senatori “calabresi”, si scopre, ad esempio, che in cima alla classifica spicca il nome dell’alfaniano Nico D’Ascola, il cui reddito nel 2013 ha sfiorato i 460 mila euro. Secondo in graduatoria, seppur distanziato, di diverse lunghezze, l’azzurro Pino Galati, fermatosi poco oltre la soglia dei 227 mila euro. A tallonare il deputato lametino, il democrat Demetrio Battaglia che porta a casa 201 mila euro. Molto più staccato, invece, il senatore cosentino Antonio Gentile che, con i suoi 117 mila euro, precede di soli 5 mila euro il collega di partito Giovanni Bilardi. Superano la soglia dei 100 mila euro, anche Stefania Covello (105.956), i democratici Nico Stumpo (102.760), Doris Lo Moro (101.550) e Marco Minniti (101.000), Franco Bruno (101.296) del Gruppo misto ed il rappresentante del Gal a palazzo Madama, Antonio Caridi (100.769). Per pochi spiccioli, non rientra nel novero dei “magnifici” undici, la berlusconiana Jole Santelli, costretta ad “accontentarsi” di 99.758 euro. A quota “Novanta”, anche, il senatore Ncd Piero Aiello (95.351), la collega di partito Dorina Bianchi (93.284), il Pd Ferdinando Aiello (91.539) e l’ex pentastellato Sebastiano Barbanti (90.289). Un gradino sotto la “classe media”, il deputato serrese Bruno Censore (89.876) ed il collega di partito Nicodemo Oliverio (89.631). A seguire, il senatore iscritto al Gruppo misto, Franco Molinari (86.839), l’ex sindaco di Diamante Ernesto Magorno (84.357) ed i 5 Stelle Nicola Morra (82.167) e Paolo Parentela (81.816). Meno felice la condizione di quattro donne come, Dalila Nesci, Enza Bruno Bossio, Rosanna Scopelliti e Federica Dieni, rimaste incollate poco oltre la soglia dei 72 mila euro. Il più “povero” in assoluto è, invece, il deputato azzurro Roberto Occhiuto, costretto ad accontentarsi di poco più di 66 mila euro. Un discorso a parte, meritano, i parlamentari che con la nostra regione non avrebbero nulla da spartire, ma che con un non comune gesto di generosità i partiti di riferimento hanno pensato di prestare alla Calabria. Si tratta dei democratici Rosy Bindi ed Alfredo D’Attorre, che hanno dichiarato, 168 mila euro l’una e 94 mila l’altro. Discreto gruzzoletto, anche, per un altro “migrante”, come Domenico Scilipoti che ha messo su poco più di 85 mila euro. Con buona pace dei calabresi.

Consiglio Regionale, si ritorna in aula il 30 marzo

La Conferenza dei presidenti dei gruppi consiliari, coordinata dal presidente del Consiglio Antonio Scalzo, ha rivisto la calendarizzazione dei lavori dell’Assemblea, fissando per lunedì 30 marzo la prossima seduta precedentemente stabilita per il 23 dello stesso mese. La decisione è scaturita nel corso delle riunione dei capigruppo che si è tenuta in serata, subito dopo la conclusione dei lavori consiliari.   

 

Province, Delrio: "La Calabria è indietro"

Con le leggi di riordino sono le Regioni che devono riprendersi le competenze che non vogliono lasciare alle Province definendo le risorse: il personale e i costi finanziari". E' quanto afferma, in un'intervista al Quotidiano nazionale, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio."Le leggi di riordino -aggiunge- sono state fatte da 12 regioni su 15, ma diciamo che solo una, la Toscana, l'ha fatta completamente, le altre in modo parziale. Lo Stato ha lasciato due competenze alle Province: le strade provinciali e le scuole. Le altre sono in capo alle Regioni. Per questo la riforma ha qualche mese di ritardo sulla tabella di marcia, le Regioni avrebbero dovuto definire con atti ufficiali le loro competenze entro fine dicembre. Ora, esclusa Emilia-Romagna, Calabria e Marche, le altre regioni a statuto normale le hanno definite. Fino ad ora - ha concluso Delrio - alcune competenze delle Regioni erano esercitate dalle Province senza finanziare per esempio i costi del personale: da qui nasce qualche inghippo sul loro calcolo. Quindi la chiarezza sulle funzioni diventa chiarezza sui costi".

Arcuri, l'allegro vignaiolo dell'Aris

Se i miei nonni paterni fossero ancora vivi berrebbero senza alcun dubbio l’Aris di Sergio Arcuri… da versare dolcemente! Conoscendo il titolare, e avendo la consapevolezza che “il cane somiglia sempre al padrone”, non potevo che aspettarmi un vino brioso, allegro e spensierato. Questa è l’impressione trasmessami da Sergio quando mi portò il suo vino per la degustazione e l’inserimento nella carta dei vini dello Zenzero. L’impressione di chi fa il vino per puro divertimento, come lo si faceva una volta, mi allieta e mi lascia stupito. Le sue spiegazioni : “io lo fermento nelle vasche di cemento”, mi racconta e ride, sbeffeggiando mezza Calabria, parlandomi della sua terra baciata dal sole 360 giorni all’anno, mi illustra la brochure dell’azienda e continua: “vedi? qui stiamo zappando, non usiamo diserbanti, solo zolfo e poco rame perché a Cirò le piogge sono rare in estate: “questa è la mia uva, non l’ho mica presa da internet la foto, l’ho fatta io con il mio iPhone!”. La spensieratezze e la dedizione di chi ama la natura e la vigna e la vive ogni giorno facendoci quasi l’amore. Un vignaiolo allegro il caro Sergio che racconta, con questo succo, la storia vera della nostra terra: quella del Gaglioppo in purezza. 100% Gaglioppo, 100% passione. Elegante la bottiglia e originale il logo, sembra quasi di ritrovare nel bicchiere un cerchio con diverse sfumature libere e sinuose. Il colore rosso “scarico” (da buon gaglioppo) riesce a far scrutare il fondo del bicchiere – come un vino da “cantina” – ma decisamente fresco in bocca e speziato. “Non farti spaventare dal residuo: lo troverai sicuramente ma è un residuo buono, un residuo da mangiare”. Pepe nero e frutti rossi fanno a botte per avere la meglio sulle papille gustative, liscio come un vino da scampagnata con gli amici, da chitarra e carne arrostita, quel vino che ti sembra di avere già assaggiato a casa del nonno, ma con quel tocco in più che ti lascia in bocca il sapore del sole e del sale.Dopo il primo sorso non riuscirai più a farne a meno.

Unico Sergio, grande Calabria per un vino da versare dolcemente.

"Lorsignori" mangiano e la Calabria affonda

"E' quasi surreale dovere constatare che, al continuo perpetrarsi di truffe e raggiri per ottenere illeciti finanziamenti, corrisponda, per converso, l’incapacità, specialmente nelle regioni del Sud, di spendere i ricchi stanziamenti europei per legittimi progetti di sviluppo. In tale contesto, peraltro, non meraviglia, ma è triste che l'Italia sia primatista delle frodi comunitarie, con in testa Calabria e Sicilia". E' questo, uno dei passaggi salienti contenuto della relazione del Presidente della Sezione giurisdizionale per la Calabria della Corte dei Conti, Mario Condemi che, nel corso dell'apertura dell'anno giudiziario 2015, tenutasi, ieri, a Catanzaro, ha evidenziato quanto sia "doloroso riscontrare che la violazione della legalità ha assunto, in misura ormai molto preoccupante, una delle peggiori e più deleterie delle sue manifestazioni: la corruzione, rilevata essersi estesa in moltissimi settori di attività, dove pubblico e privato incrociano e condividono interessi ormai di natura criminale". “La corruzione – ha aggiunto Condemi -  è “costituita anche da ogni indebita e volontaria alterazione profittatoria di regole generali giuridiche e comportamentali, che si manifesta, quasi sempre, come degenerazione spirituale e morale, depravazione, totale abbandono della dignità e dell'onestà, con compromissione, inquinamento e ammorbamento di basilari principi del vivere civile". Sembra, poi, riecheggiare il Corrado Alvaro della “disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”, il passaggio in cui, il presidente della Corte dei Conti ha evidenziato la presenza di un “panorama desolante”  dove “l’onestà, la correttezza, l'affidamento, l'osservanza delle norme non trovano più posto”. E’ un quadro a tinte fosche quello tratteggiato dal magistrato che ha ribadito, più volte, quanto in Calabria, “la corruzione” abbia, ormai, “assunto configurazione di ‘sistema’”, causa di “tanti danni” “alle pubbliche finanze”. La “matrice” della corruzione, per Condemi, trova origine “nel patologico istinto egoistico dell'esclusivo interesse personale o di gruppo”. Tuttavia, a favorire la proliferazione del fenomeno è la presenza di “contesti normativi ed amministrativi fragili, contraddittori e incerti, tra le cui maglie possono trovare facile appiglio ambiguità interpretative per illeciti comportamenti, ritardi e/o accelerazioni di procedimenti, con l'ausilio di una burocrazia che si sente legittimata e protetta certamente da imperfette disposizioni e/o superfetazioni normative”. Complice della politica sarebbe, quindi, la burocrazia “anch'essa egoisticamente e supinamente abbarbicata in quella mai o poco rimossa inefficienza, a volte oggettiva, a volte volutamente prodotta, grazie alla quale spesso, è agevole inserire il proprio agire nel perimetro di malaffare, la cosiddetta zona grigia, pur senza attivamente concorrervi, nel cui ambito, con sorniona e autogiustificata acquiescenza-collusione, ritenuta fallacemente di ineluttabilità ambientale, non si disdegna di accettare illecite dazioni per attività spesso dovute e/o per evasione di affari poco chiari”. Un quadro cupo che, qualora c’è ne fosse stato bisogno, ha confermato, ancora una volta, la presenza di numerose “corporazioni” dedite al malaffare che, con il loro egoismo, tengono inchiodata la Calabria al suo atavico sottosviluppo. 

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La civiltà del porco

Chiacchierando con amici, qualche tempo fa, nell’affrontare il tema delle minacce dell’Isis all’Italia, ebbi a dire che la Calabria non può nulla temere dai tagliagole del Califfato.

Più che una previsione, una certezza, fondata sulla considerazione che la nostra regione, è irriducibilmente refrattaria ad alcuni, dei più significativi, postulati islamici.

Giusto per fare qualche esempio, in Calabria, non rinunceremmo mai al maiale, anzi al porco.

Se qualche manipolo di musulmani in armi dovesse sbarcare sulle calabre coste, verrebbe ricacciato in mare immantinente. L’idea di dover rinunciar al maiale, farebbe muovere in armi i calabresi tutti, vegliardi ed infanti compresi.

Rinunciare all’amato suino, vorrebbe dire, infatti, tradire il più fedele amico dell’uomo, calabrese s’intende!

Come si potrebbero voltare le spalle al cospetto di quella fedeltà incondizionata, portata, ogni anno fino all’estremo sacrificio?

Ahi, quanto sarebbe triste entrare in casa e non sentire l’afrore della soppressata o della pancetta appesa a stagionare.

Quanto sarebbe sconfortante alzare gli occhi e vedere il tavolato spoglio, senza neppure una misera “resta” di salsicce.

E poi, ci sono le considerazioni di carattere storico da non sottovalutare.

La storia calabrese viaggia, infatti, sulle gambe del suino. In una terra quasi del tutto priva di pianure, sarebbe stato impensabile poter sviluppare l’allevamento di mucche o pecore. Meglio, molto meglio, il maiale e la capra. Il primo, perché mangia tutto, la seconda perché mangia ovunque.

Il porco, poi, non essendo relegato alla vita solitaria di campagna, per secoli ha avuto, anche, un suo ruolo sociale, una sua dignità ed una dimensione urbana. E’ stato, infatti, un vero e proprio cittadino, con le sue abitudini ed i suoi luoghi di ritrovo.

A fornirne una colorita conferma, uno scritto di Vincenzo Padula, pubblicato il 4 maggio 1864, sul giornale “Il bruzio”. L’articolo, dal titolo, “L’ostracismo de’ porci”, prendeva lo spunto da una polemica sollevata da chi voleva relegare, il povero quadrupede, in campagna. Un oltraggio, una vera e propria offesa, perché il maiale non è mai stato un animale qualunque.

Scrive Padula: “ il Calabrese nasce tra i porci e le porcelle. Questi che insieme ai ghiri sono i soli animali privilegiati di avere attorno la corpo uno strato di grasso, sono in sommo pregio tra noi; e fu un frate calabrese colui che disse: Se il porco avesse l’ali sarebbe simile all’angelo Gabriele”.

Chi era interessato ad allontanare l’amato porco lo s’intuisce facilmente, poiché nei paesi della Calabria lasciate da parte i tre o quattro edifici di nobile apparenza; visitate uno appo l’altro quei bugigattoli, dove stivate, pigiate, affumicate albergano le famiglie del popolo, e sempre e da per tutto il medesimo spettacolo di miseria attristerà gli occhi vostri”.

Con tutta evidenza, a voler buttare fuori dal civile consesso il maiale, erano i sedicenti nobili o ancor peggio, i poveri arricchiti. Gli altri, le persone comuni, il porco lo volevano così vicino da tenerlo, addirittura, in casa, o meglio in uno di quei bugigattoli dove “ a destra dell’uscio un asino sgretola il suo fieno, poi un focolare senza fuoco e senza pentola con un gatto soriano accoccolato sulla cenere, poi di fronte una finestra priva di vetri e d’impannata, con orciuoli e scodelle sul davanzale; poi a sinistra un fetido pagliericcio, che chiamasi letto, un truogo, e presso al truogo un porco, e razzolanti qua e colà galli, galline e pulcini che beccano ciò che cade dalla bocca dell’asino, e la crusca rimasta appiastricciata sul grifo del porco, e quando il bimbo che sta sul letto vagisce, il porco grugnisce, il gatto miagola, l’asino raglia, la gallina schiamazza”.

Ma il porco non si limitava, soltanto, a dormire sotto il letto. No, oltre agli agi della vita domestica, aveva assunto i vizi e le abitudini prodotte dall’urbanizzazione. Il maiale, infatti, usciva di casa, respirava la vita del paese ed appena gli era possibile scorazzava “per le vie”, passeggiava “per le piazze”. Il porco calabrese era un porco di mondo, amava gli agi e non disdegnava la mondanità; entrava nei “caffè”, si fermava “innanzi alle bettole per raccogliere le bucce di lupini e di castagne che gli butta[va]no i bevitori, e quando bene gli pare [va] entra[va] in chiesa a sentire la predica”.

Sembrerà strano, direte voi, un suino in chiesa! Ma a tutto c’è una spiegazione. “I porci, infatti, ebbero il loro giudizio, si posero sotto il patrocinio di sant’Antonio”.

Una protezione che il maiale ripagava come poteva, infatti “appressandosi la stagione del porcocidio”, in giro per i paesi si vedevano “i frati condursi da uscio ad uscio lasciando cinque pentolini di creta alla donna calabrese” ed al “fraticello” che tornava “indi a 15 giorni” ne restituiva “uno solo, ma pieno di strutto”. 

Di rinunciare al porco, quindi, neppure a parlarne, soprattutto in un tempo in cui il “villano [era] si povero [ da dover] rimettere al tempo del porcocidio il desiderio di mangiarsi un po’ di carne fresca; e finché quel tempo non [veniva], oh con che tenerezza non guarda[va] il suo maialetto!”.

Un’attesa sì lunga e speranzosa da indurre la saggezza popolare a dire: “Amaru cui lu puorcu non s’ammaza ca li vida e li disijia li satizzi” (A chi porco non ha la sorte è ria; Ei vede la salsiccia e la desia).

Il porco, quindi, aveva a tavola un posto centrale, sia da morto che da vivo, non a caso il suo allevatore “ visto il figlio a mangiarsi un pugno di castagne, glielo tolse, e buttolle alla bestia”; perché, si sa, “Meggjiu mu crisci lu puorcu ca nu figghiu, puru l’ammazzi e t’unti lu mussu” ( Val meglio crescer porci, e non figliuoli, Ché uccidi il porco e 'l muso ti consoli”

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D'Agostino (Vice presidente Consiglio regionale): La Calabria guardi allo sviluppo delle coste

“Abbiamo il dovere di guardare con grande attenzione alle politiche concertate tra territori ed Europa in tema di sviluppo sostenibile delle coste e delle loro straordinarie risorse, garantendo tutto il sostegno necessario affinché gli interventi siano finalmente decisivi e capaci di superare le criticità attuali”. Lo ha affermato il vice presidente del Consiglio regionale Francesco D’Agostino in apertura del 2° meeting di Cooperazione transnazionale progetto “Shades” organizzato dal gruppo di azione costiera “Dello Stretto” sulla questione degli “Approcci allo Sviluppo sostenibili ed olistici nelle Coste europee”. Il progetto “Shades”, che rientra nell’ambito del “Piano di sviluppo locale” finanziato dal Fondo europeo per la pesca, coinvolge anche i Gac della Spagna, della Polonia e della Lituania. “Un fatto, questo – ha puntualizzato D’Agostino – che sottolinea il potenziale positivo della Calabria nei percorsi europei di cooperazione per lo sviluppo. Quando si affrontano temi legati allo sviluppo locale – ha spiegato Francesco D’Agostino – è necessario mettere in campo concretezza e visione d’insieme. Dopo anni caratterizzati da tante, troppe parole, sono certo che questa Amministrazione regionale saprà aprire una nuova fase di rilancio per la Calabria. In riferimento alle azioni specifiche per lo sviluppo delle aree costiere – ha proseguito – l’urgenza è approcciare la questioni aperte con percorsi di gestione integrata, puntando sulla pesca sostenibile come motore di una crescita complessiva dei territori. In questo percorso virtuoso – ha aggiunto il vice presidente del Consiglio regionale – si innesta il lavoro importante che i gruppi di azione costiera calabresi stanno svolgendo, aprendo nuovi circuiti di confronto e conoscenza grazie alla cooperazione fruttuosa con altre realtà dell’Unione Europea. Per queste ragioni – ha concluso D’Agostino – va apprezzato e sostenuto il lavoro di sinergia messo in campo dall’associazione dei Gac calabresi, dal suo presidente Antonio Alvaro, dall’Autorità per la gestione del Fondo Europeo per la pesca e dal Dipartimento regionale delle risorse agricole e forestali coordinato dal dirigente Carmelo Salvino”.

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