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calabria - Il Redattore
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Ma la Calabria può aspettare l'alta velocità?

E’ diventato l’argomento principale di questo scorcio d’estate calabrese. Da quando il Presidente del consiglio Matteo Renzi, nel corso della recente direzione nazionale del Pd, ha dato prova di aver scoperto che l’alta velocità ferroviaria non arriva a Reggio Calabria non si parla d'altro. Durante il suo intervento, Renzi ha sottolineato la necessità di far arrivare i treni veloci anche in Calabria. Ad offrire ulteriore impulso al dibattito, ci ha pensato il Ministro delle infrastrutture Graziano Delrio che, in un’intervista concessa a Repubblica, ha annunciato che non ci sarà alcuna estensione della rete sulla quale viaggiano i treni super veloci. Al limite ci potrà essere una linea meno lenta dell’attuale, ma niente di più. Ovviamente le reazioni non si sono fatte attendere. Tasversalmente si è alzato il coro dei politici calabresi che hanno reclamato la necessità di far arrivare, anche, a Reggio Calabria i treni capaci di sfrecciare a 300 all’ora. L'indignazione manifestata dalla classe politica calabrese, per il niet del Ministro, potrebbe essere apprezzabile qualora non somigliasse ad una pessima rappresentazione da teatro delle ombre. Le reazioni di questi giorni, infatti, mal si conciliano con il silenzio dei mesi scorsi, quando il Governo presentò il Def, ed in particolare l’allegato "Programma delle infrastrutture strategiche" nel quale non è stato inserito nessun progetto destinato ad ammodernare la rete ferroviaria calabrese. In altre parole, il dibattito di questi giorni è un semplice gioco delle parti. Non essendo previsto nel Documento economico finanziario del Governo alcun intervento in merito, per il prossimo futuro, in Calabria non ci sarà né alta né media velocità. Il dibattito in corso, quindi, in assenza di conseguenti misure, è poco meno di un passatempo estivo con il quale prendersi gioco dei calabresi. In ogni caso, la discussione potrebbe essere apprezzata in ragione del fatto che rappresenta un corollario al dibattito innescato dal rapporto Svimez che ha fotografato la condizione di estremo ritardo nella quale versa la Calabria. L’alta velocità rischia però di diventare un feticcio, un’effimera speranza destinata a trasformarsi in cocente delusione. Un riedizione, in chiave moderna, di quegli interventi “salvifici” più volte propagandati nel corso della Prima repubblica e la cui unica funzione era di prendere tempo. Il rischio, quindi, è che l’alta velocità diventi qualcosa di analogo alla Trasversale delle Serre, alla Salerno - Reggio Calabria o, peggio ancora, al V centro siderurgico di Gioia Tauro. Per molti, poi, la realizzazione dell’alta velocità sembra essere improvvisamente diventata la misura indispensabile per far uscire dal pantano la Calabria. Si tratta, con tutta evidenza, di una valutazione che non tiene conto del tempo necessario alla sua realizzazione. Giusto per fare un esempio, la costruzione della rete Tav tra Milano e Bologna ha richiesto 15 anni. Ad essere ottimisti quindi, tra progettazione, iter per l’aggiudicazione dei lavori e realizzazione dell'opera servirebbero almeno 20 anni. Siamo sicuri che i calabresi possano attendere tutto questo tempo?

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I calabresi si "rimbocchino le maniche". Ma per fare cosa?

La vera sorpresa è la sorpresa. I tanti, troppi, osservatori rimasti sbigottiti davanti ai dati emersi dal rapporto Svimez sullo stato della Meridione in generale e della Calabria in particolare, forse hanno vissuto su un altro pianeta. Cosa ci si poteva aspettare dai dati se non la fotografia di una realtà sempre più precaria e miserabile? La sorpresa manifestata, poi, da taluni protagonisti della vita politica rappresenta l’indicatore di quanto i partiti  siano ormai alieni rispetto alla società che pretendono di rappresentare. Per conoscere gli affanni delle famiglie calabresi, non serviva, certo il rapporto Svimez. Sarebbe stato sufficiente stare in mezzo alla gente, frequentare le piazza vuote dei paesi e le stazioni ferroviarie affollate, per constatare l’esodo in atto. Bastava sostare davanti ad un supermercato per vedere i sacchetti semivuoti con i quali i clienti ritornato a casa dopo aver comprato il minimo indispensabile. Sarebbe stato sufficiente fare la fila in un ufficio postale ed ascoltare i discorsi degli anziani, ormai, costretti a spartire le magre pensioni con i figli disoccupati. Bastava leggere sui volti di giovani e meno giovani la rassegnazione di chi ha rinunciato a cercare un lavoro che sa di non trovare. Ma loro, i marziani della politica, avevano bisogno dei dati compulsati dallo Svimez per conoscere le condizioni in cui versa la Calabria. Che dire poi, di un Presidente del Consiglio che, di fronte agli indicatori che inchiodano il Mezzogiorno al suo atavico sottosviluppo, non ha saputo dire altro che bisogna smetterla con il “piagnisteo” e che è necessario “rimboccarsi le maniche”. Gli slogan, però, possono creare suggestioni ma non risolvono i problemi. In molti hanno aspettato con ansia la direzione nazionale del Partito democratico, svoltasi venerdì scorso, per conoscere quali sarebbero state le proposte destinata a far invertire la rotta. Ma come se il Sud non avesse aspettato abbastanza, si è deciso di rinviare tutto a settembre, magari nella speranza che per quella data il rapporto Svimez sia già finito nell’orwelliano “buco della memoria”. Nel corso della direzione del partito di cui è segretario, Renzi avrebbe potuto illustrare almeno la sua idea di Sud, avrebbe potuto spiegare meglio il significato di quel “bisogna rimboccarsi le maniche” ripetuto, alla vigilia, come un mantra.  “Rimboccarsi le maniche”, ma per fare cosa? Prendiamo ad esempio la Calabria. Nel corso della Prima repubblica i partiti che componevano l’arco costituzionale si sono prodigati nell’arte della clientela che ha trasformato gli artigiani in uscieri, i commercianti in bidelli, i piccoli imprenditori in portantini. In cambio di consensi a buon mercato, è stato distrutto, per sempre, quel poco di tessuto economico che la Calabria ancora deteneva. Così, mentre, nelle regioni più dinamiche del paese lo Stato ha investito in infrastrutture con le quali sono state create le condizioni per una duratura crescita della produzione, in Calabria le risorse sono state dilapidate per generare stipendifici. Il risultato è che, oggi, la quota di prodotti esportati dalla Calabria è tre volte inferiore a quella della Basilicata, che ha un terzo degli abitanti. Come se non bastasse, la percentuale di valore aggiunto prodotto dall’industria non va oltre il 7,6%. Dati che non lasciano alcun dubbio, da un punto di vista produttivo la Calabria è un deserto. Ridotte al minimo le possibilità di sistemazione nel pubblico impiego e senza un tessuto economico capace di generare ricchezza ed occupazione, il dilemma che i giovani hanno davanti è semplice “che fare?”. “Rimboccarsi le maniche”, ma per fare cosa? La soluzione meno fantasiosa, quella a più a buon mercato, vuole che la Calabria possa vivere di turismo. Ma andiamo a spiegare ad un turista che per arrivare da Roma a Reggio Calabria in treno, si impiega più tempo che per andare in aereo ad Ibiza o nelle isole dell’Egeo. Che l’alta velocità in Italia esiste, ma non va oltre Salerno. Sì certo, in Calabria si può arrivare anche in aereo, peccato che chi esce, ad esempio, dall’aeroporto di Lamezia Terme non sa più dove andare. La rete di trasporto pubblico calabrese è, infatti, soltanto un buco nero, l’ennesimo carrozzone, in cui far sparire risorse. Cercare un autobus, una fermata, o una palina con gli orari e le destinazioni delle corse non è difficile, è inutile.  Un’altra soluzione che viene proposta con una certa regolarità, è lo sviluppo del settore agroalimentare, peccato che in molte realtà calabresi non esistono neppure le strade sulle quali far viaggiare le merci. In un conteso del genere, la politica deve riappropriarsi del proprio ruolo. Se ne è capace deve costruire un progetto, immaginare un futuro e lavorare per realizzarlo. Si tratta di un sfida ardua che non può essere vinta con gli slogan, tantomeno con le ricette già viste. Non servono, infatti, interventi a pioggia che, tanto, finirebbero nelle tasche dei soliti “prenditori”. Quel che occorre, in via prioritaria, è un piano di infrastrutturazione generale ed un intervento finalizzato a portare su livelli europei i tassi d’interesse praticati dalle banche che operano in Calabria. Infine, sarebbe, forse, il caso d’iniziare ad immaginare l’istituzione di un’area regionale dotata di una fiscalità di vantaggio, in maniera tale da attrarre gli investimenti necessari per creare le condizioni generali affinché i calabresi possano, finalmente, avere una ragione per “rimboccarsi le maniche”.

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Calabria: l'azzardo di restare, la lucidità di fuggire

Sconcerto, sorpresa, dichiarazioni a mezzo fra l'incredulo e la stigmatizzazione nei confronti del destino cinico  e baro: sono state queste le reazioni più comuni in Calabria, e non solo, dopo la pubblicazione, avvenuta giovedì, dei dati annuali forniti da Svimez sullo stato di salute dell'economia meridionale, e calabrese nel caso specifico che ci interessa da vicino. Ma, forse, è arrivato il momento di cogliere l'occasione al volo e sollevare, una volta per tutte, i veli abilmente, ma neanche tanto, trasformati nei comodi panni degli alibi perfetti per giustificare qualcosa che non lo è, a maggior ragione nel pieno di una crisi che, al netto della propaganda renziana, è assai distante dal terminare la sua parabola ascendente. A fare specie, in tutta onestà, non è la dichiarazione di questo o quel politico, che nulla avrebbero potuto nella circostanza se non prodigarsi nella redditizia attività della vendita di fumo, quanto le considerazioni allarmistiche della stampa. E' ben più grave questo atteggiamento perché ruolo dell'informazione dovrebbe essere quello di "educare" l'opinione pubblica provando, nei limiti delle capacità di ciascuno, a raccontare la realtà, evitando di falsificarla per pigrizia ed autocensura. E, diciamolo in tutta franchezza: c'era forse la necessità che fossero gli impietosi numeri spiattellati da Svimez a renderci edotti sul sottosviluppo che sommerge la Calabria, oggi come ieri? Dov'è la notizia? Dov'è la novità? Probabilmente, la vera anomalia rispetto alla rassegnata quotidianità che segna questo angolo di pianeta è la consapevolezza, celata, ma pur sempre presente, che il Mezzogiorno sia ormai irrecuperabile. Troppi i danni procurati dal venefico assistenzialismo risalente all'epoca delle "vacche grasse" e che, adesso, non può più reggere perché privo delle risorse finanziarie risucchiate dalla recessione globale. Una stagnazione che, insieme ai parametri europei, ha imposto vincoli stringenti ai conti nazionali. Era chiaro fin dal principio che le conseguenze più devastanti per le regioni meridionali sarebbero arrivate anni dopo rispetto ai drammi, relativi, vissuti da Roma in su. E, certamente, non sarà questo il punto apicale delle difficoltà e dei disagi in cui si dibatte,  e sempre più, si dibatterà, il Sud. Un'area che ha sempre dormito sotto il morbido guanciale della Pubblica Amministrazione (zona franca per eccellenza davanti a concetti alieni come produttività, efficacia, meritocrazia, laboriosità), in futuro resterà intrappolata nell'impossibilità per lo Stato di pompare i denari finiti nei decenni ad alimentare il culto del "minimo sindacale". Un dramma che deve essere affiancato a quello rappresentato dalla passività di una schiatta di imprenditori, fatte le debite eccezioni, che senza l'abituale caffè a braccetto con il capobastone della politica locale, nulla sarebbe stata in grado di produrre. Sono troppi, infatti, per essere considerati marginali, i casi di titolari di aziende incapaci di saper stare sul mercato, pianeta a gran parte di loro del tutto sconosciuto. Se, invece, di coltivare l'infinito lamento recriminando contro avvenimenti accaduti un secolo e mezzo addietro, imputando alle modalità di unificazione dell'Italia la storica arretratezza, culturale, sociale ed economica del Mezzogiorno, avessimo colto, tutti insieme, la sfida lanciata un paio di decenni addietro dalla Lega Nord, il corso degli eventi sarebbe cambiato. Volevano la secessione perché stanchi di essere vessati da "Roma ladrona" che sperperava denaro pubblico per alimentare le clientele meridionali? Bene, anzi, benissimo: una classe dirigente seria, consapevole della propria forza, sicura delle proprie potenzialità, avrebbe risposto: "Presente, noi ci siamo, e che federalismo fiscale sia, ma quello vero, non quella versione infernale che ha ingigantito la voracità dei "lupi famelici" seduti nei Palazzi della politica. Effettivamente, a ben pensarci, immaginare che si ergesse a paladino degli interessi strategici dei cittadini calabresi uno dei tanti mediocri imbonitori che infestano in lungo ed in largo le nostre lande, sarebbe stato un sogno impossibile da realizzare. Sebbene, anche nel ristretto perimetro dei depositari delle chiavi amministrative degli enti calabresi non siano mancati lodevoli esempi di pragmatismo e buona amministrazione. Si tratta, però, di una infima minoranza a fronte dei tanti, tantissimi, inutili collettori del consenso la cui unica preoccupazione è brigare, lecitamente ed illecitamente, per ampliare il proprio rispettivo parco buoi. E, in assenza del coraggio di cui avrebbero dovuto essere portatori gli amministratori locali, sarebbe stato quanto mai opportuno che ad alzare la testa prendendo in mano il proprio destino, fosse l'opinione pubblica. Come noto, nulla di tutto ciò si è verificato, tutt'altro. Prenderebbe troppo spazio elencare qui l'infinito rosario di indicatori che certificano, da tempo immemorabile, la presenza di due Italie, ma guai a dirlo, guai ad ammetterlo davanti allo specchio delle nostre sconfitte, perché c'è sempre un responsabile altro, c'è sempre un colpevole da additare per autoassolverci da colpe ataviche. La verità, solida come roccia di granito, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti, senza che ci sia bisogno di affondare le radici delle riflessioni in altre ere geologiche: la testimonianza, lampante e recente, ci è regalata dall'ignavia con cui non riusciamo nemmeno a spendere i fondi provenienti dalla tanto vituperata Europa. La causa è da ricercare nella superficialità, nell'indifferenza alla custodia del bene comune, anche se preferiamo continuare a crogiolarci nelle "imperdonabili atrocità" che sarebbero state commesse dai "governanti" che avrebbero saccheggiato le regioni meridionali a vantaggio di quelle settentrionali. Indipendentemente dal fatto che questa è una versione di comodo che fior di storici ed economisti hanno contestato, carte e numeri alla mano, le domande razionali da porci vanno in tutt'altra direzione: se anche così fosse stato? Dov'era e dov'è tuttora il tanto decantato orgoglio meridionalista? Perché non ci siamo prodigati nel dare vita ad un tessuto imprenditoriale di successo, valorizzando nei fatti e non con il chiacchiericcio tipico dei perdenti, le "meraviglie naturali" di cui tanto ci riempiamo la bocca? Siamo pronti ad inalberarci solo quando ci sentiamo feriti nel nostro insulso egoismo protezionista, e allora sì, ci mobilitiamo per impedire che i Bronzi di Riace possano essere finalmente ammirati dal mondo durante l'Expo di Milano. Cosa importa se poi, terminata la bufera mediatica, restano nascosti perché custoditi nel Museo di una città dove i turisti sono una razza protetta, tanto esiguo è il loro numero? Diventiamo intransigenti se qualche esperto fa sommessamente notare che l'aeroporto di Reggio Calabria, la cui pista si allunga  in mezzo agli edifici abusivi della periferia sud della città, merita di essere chiuso perché antieconomico ed in perdita costante di voli e passeggeri. Un carrozzone famelico che inghiottisce soldi dei contribuenti, ma abulico nell'essere attrattivo per il bacino di utenti, sempre potenziale per carità, elevato a totem dai politici nostrani al momento dell'innalzamento di inutili e ridicoli pennacchi. Ma sì, stracciamoci le vesti per ogni singolo centesimo di euro che riteniamo ci sia stato "rubato" e, contemporaneamente, assistiamo silenti all'impegno straordinario profuso dai veneti recentemente tormentati da un tornado. Rimboccatisi le maniche e, armati della loro proverbiale abnegazione e buona volontà, si sono immediatamente messi all'opera senza aspettare il preliminare "aiutino romano". Ovviamente hanno anche loro fatto la conta dei danni: 100 milioni di euro. Peccato che, nelle stesse ore in cui nella Capitale i detentori del "potere" si calavano le braghe davanti alla rivolta di lsu e lpu che isolavano la Calabria con sit-in organizzati sull'A3 ed all'accesso agli imbarcaderi di Villa San Giovanni, gli stessi "padroni del vapore" si voltavano dall'altra parte di fronte alle richieste provenienti dall'attiva e laboriosa provincia veneta. Perché chiunque abbia un minimo di familiarità con quelle zone sa bene che la vera differenza fra "noi" e "loro" sta tutta qui: nell'approccio imprenditoriale che chiunque, tra Rovigo e Belluno, è in grado di padroneggiare con intelligente perizia, sia esso il cameriere di un locale, la commessa di un negozio o un imprenditore che esporta in tutto il mondo. Ed è una caratteristica che si respira nell'aria girando per il Trevigiano, quasi si fosse negli Stati Uniti dove leggenda vuole che un'opportunità per mettere a frutto il proprio talento sia riservata a chiunque in omaggio al celebre "American Dream". Senza fare demagogia d'accatto, ma è un fatto oggettivo ed incontrovertibile che se a Conegliano Veneto ci imbattessimo in un mozzicone di sigaretta per terra avremmo a disposizione materiale buono per scrivere un articolo. In Calabria, Sicilia, Campania, quantità infinite di rifiuti fanno parte del panorama urbano. Cosa c'entri questa radicale differenza nel tasso di civiltà tra due popoli assoggettati alle medesime regole statuali, con i presunti soprusi commessi dagli "unificatori nazionali" non è dato capire, ma, come scritto in precedenza, aiuta parecchio per consolare le nostre piaghe, senza capire che è proprio questo immobile vittimismo ad averci fatto piombare nel baratro del nulla da cui fuggire a gambe levate. Ma, si dirà, possiamo pur sempre godere degli spettacoli offertici dalla Natura, panorami mozzafiato che estasiano: esatto, ma sono gli unici capolavori divini su cui il calabrese non ha potuto mettere mano, perché, se avesse potuto, avrebbe devastato anche quelli. 

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La Calabria, i fondi europei e l'incapacita' della politica

 Siamo nel 2015, e la Calabria deve spendere i fondi 2007-13. Credo non ci siano epiteti abbastanza volgari per definire i politicanti e i passacarte che in qualsiasi modo siano responsabili dello scempio, perciò lascio le meritate ingiurie alla fantasia dei lettori. Essa Calabria è, infatti, l’ultima d’Italia e tra le ultimissime d’Europa, e si permette il lusso di rimandare indietro i soldi con cui potrebbe creare lavoro. Cause dell’ignobile comportamento sono nell’evidente incapacità e di farsi venire delle idee, e di stendere un progetto decente in lingua italiana: e figuratevi in straniera! Gli altri fondi, i prossimi, sono quelli 2014-2020; siamo a metà 15, perciò un altro anno e mezzo ce lo siamo giocato tra l’inettitudine di Scopelliti e del centro(destra), e, da novembre, l’inettitudine di Oliverio e centrosinistra, aggravata dai giochetti per la giunta, più manina pendula della magistratura. Siccome la Calabria fa parte dell’Italia, e la perdita dei soldi sarebbe anche un danno nazionale, io, fossi nei panni del governo, manderei un bel commissario ad acta tipo sanità. Tranquilli, non succederà mai. E nemmeno il più banale provvedimento punitivo. Quando Oliverio ha scoperto che per l’agricoltura stanno sparendo più di 200 (duecento) milioni, ha confermato i dirigenti colpevoli: magari con premio di produzione? La sedicente opinione pubblica mostra di non avere, a questo proposito, un’opinione benché minima. Ce l’hanno tutti un parente, un amico alla Regione…

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Mare sporco in Calabria, lo avevamo preannunciato un mese fa

Niente di nuovo sotto il sole. Anche quest’anno, infatti, il mare calabrese si tinge di un ampio spettro d’innaturali colori che ne deturpano la bellezza. Il numero delle segnalazioni che, ogni giorno, i malcapitati turisti recapitano alle testate giornalistiche regionali non si conta neppure. A cercare di smuovere le acque ci ha pensato il neo sindaco di Lamezia Terme, Paolo Mascaro, che ha presentato un esposto in Procura per denunciare il pessimo stato in cui versa il mare che bagna la costa lametina. Eppure, poco più di un mese fa, con grande enfasi, in un comunicato il Presidente della giunta regionale Mario Oliverio aveva annunciato un investimento di otto milioni di euro destinato al finanziamento “di  un programma di efficientamento e rifunzionalizzazione degli impianti di depurazione nei Comuni costieri della Regione Calabria”. La nota, diramata dall’ufficio stampa della giunta regionale, sosteneva, tra l’altro, che il “ provvedimento, oltre a rendere funzionali ed efficienti gli impianti di depurazione dei Comuni costieri, rappresenta anche una grande boccata d'ossigeno per gli amministratori di quei Comuni che hanno risposto all'iniziativa della Regione e che ora potranno guardare con più ottimismo al periodo estivo". A rileggere oggi i toni trionfali contenuti nel comunicato viene quasi da ridere. Ma, a suscitare un’amara ilarità, che rasenta lo sdegno, sono le considerazioni acritiche, all’epoca, proposte dagli immarcescibili corifei del potente di turno. A rileggere le cronache di quei giorni, infatti, non si trova un distinguo, una puntualizzazione, un dubbio o un’ombra di scetticismo. Tutti, o quasi, hanno incensato l’iniziativa, grazie alla quale, il mare calabrese, a loro dire, sarebbe stato più limpido dell’acqua dell’Eden. Siamo stati tra i pochi, se non gli unici, a mettere in rilievo l’infondatezza delle ottimistiche previsioni. In un articolo, che riproponiamo, il 12 giugno, nell’evidenziare il ritardo con cui era stato varato il provvedimento eravamo stati facili profeti nell’avvertire che i turisti, neppure, quest’anno avrebbero trovato il mare cristallino che una regione come la Calabria potrebbe e dovrebbe avere.

Per leggere l'articolo che avevamo pubblicato il 12 giugno scorso nel quale avevamo preannunciato che, anche quest'anno, il mare calabrese sarebbe stato tutt'altro che cristallino, clicca su link: Calabria ultima regione d’Europa: un motivo ci sarà!

 

 

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Paesi di Calabria: Cetraro

 

Su un dorso collinare a 120 mt (s.l.m.) e a sud del fiume Aron, sulla costa tirrenica della provincia cosentina, troviamo Cetraro. Il suo toponimo deriverebbe, secondo alcuni, da “citra Aron” (al di qua dell’Aron) e secondo altri da “terra del cedro” per via dell’indigena produzione di questa pianta.Comunque sia, la storia e la genesi di Cetraro sono legate al mare perché l’antica Cyterium era città marinara come la mitica Lampetia, omonima della sua fondatrice, sorella di Fetonte, città magnogreca citata da Plinio, Polibio, P. Giovanni Fiore nella sua “Calabria Illustrata”, dal Marafioti, dal Barrio e altri.  Secondo quest’ultimo già dal 1200 in Cetraro era un fiorente arsenale regio dove si costruivano le navi da guerra e spesso era obiettivo di incursioni, come nel 1534, allorquando la nostra cittadina fu assalita ed incendiata dalla flotta di Solimano il Magnifico che “v’abbrugiò sette galeoni, non ancora finiti” (P. Giovanni Fiore). Oggi, da quelle origini, Cetraro resta un bel centro marinaro che ospita tante paranze e che continua le sue tradizioni. Ma non è solo mare, anzi. È antico centro di studi e sede di un rinomato Liceo e Convitto retto dai Benedettini. Questi vi giunsero nel 1086 e, come scrive il Fiore: “ vi restarono trattenuti dalla dolcezza del clima, dalla naturale bontà del popolo e dallo splendore del paesaggio” del luogo che Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo, donò in feudo ai Benedettini di Montecassino. Da questo momento, Cetraro restò alle dipendenze dei monaci di San Benedetto, fino all’abolizione del feudalesimo del 1806 e amministrata, quindi, da un Vicario benedettino che si era stabilito in uno dei palazzi del centro storico vicino alla chiesa di San Nicola. All’interno della vecchia Cetraro, tra i tanti angoli artistici e chiese, si deve visitare il complesso monastico del “Ritiro”, tenuto dai Domenicani prima e dai Gesuiti poi e del quale non se ne conosce l’epoca certa di fondazione, anche se alcuni elementi artistici derivanti dal chiostro e dal portale lo farebbero risalire al XV secolo. Comunque attorno al ‘700, chiesa e convento erano in forte attività e soppressi poi dai Francesi nel 1810. Due anni dopo, però, il Ritiro venne restituito ai fedeli che contribuirono alla ricostruzione voluta dal P. Predicatore Biagio Durante di Luzzi. Della vecchia ed illustre struttura del Ritiro rimane ben poco: la parte architettonica integra ben visibile è il portale e il chiostro. Il portale è in pietra tufacea di stile ogivale preceduto da tre gradini a semicerchio. All’interno è evidente il trittico marmoreo del Mazzolo che costituisce una grande pala d’altare che s’innalza a quattro paraste decorate e poggianti su basamenti architettonici. Al centro del trittico è collocata la statua in marmo della Madonna con Bambino in braccio, di scuola gagginiana, e nelle nicchie laterali sono conservate le statue di santi francescani. Tutta l’opera, di stile rinascimentale del sec. XVI, è attribuita a Giovambattista Mazzolo, carrarese e residente a Messina. Oggi Cetraro è importantissimo centro industriale con flotta peschereccia florida e buone industrie artigianali di cementi e laterizi. E poi…è centro di notevole turismo balneare che richiama curiosi e villeggianti da ogni dove ai quali si offre una bella spiaggia estesa per alcuni chilometri, tra due promontori che formano una bellissima scogliera che, tra l’altro, custodisce la “Grotta del Riccio".

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Paesi di Calabria: il fantasma di Nardodipace vecchio abitato

C’è una credenza, un luogo comune, una non verità che presenta tutte le fattezza dell’autenticità. E’ opinione assai diffusa, infatti, che la Calabria sia solamente sole, mare e ‘ndrangheta. Vi è, invece, una Calabria profonda, nascosta, inesplorata non solo ai visitatori, ai turisti, ma agli stessi calabresi. Un mondo appartato, fatto di storie sconosciute, di umanità dolenti, tenaci, restie a lasciare la terra dei padri. Luoghi segnati dal tempo, erosi dalla modernità, sfigurati da terremoti o alluvioni.

Una Calabria antica, arroccatasi sui monti per sfuggire alle incursioni saracene ed alle insidie della malaria. Una Calabria fatta di agricoltori, pastori e poco altro. Una Calabria segnata dalla miseria, dall’abbandono, dall’emigrazione e dall’ansia del ritorno. Abbarbicata sulla vallata percorsa dalle acque dell’Allaro sorge Nardodipace Vecchio Abitato, una delle cinque frazioni che compongono quello che fino a qualche anno addietro era considerato il paese più povero d’Italia.

Poche case, una chiesa, un canale per l’approvvigionamento idrico che taglia trasversalmente il centro abitato. Un paese semi deserto, quasi fantasma, pochi abitanti, un pugno di vecchi pervicacemente attaccati al loro passato, a povere case devastate dalle alluvioni. Lungo il percorso le strette ed anguste stradine, adagiate sul margine di un precipizio, fanno pensare ai muli, agli asini, agli animali da soma che dovevano condurre alle fatiche dei campi umili contadini.

Lasciata l’auto che a fatica si è fatta strada sulla ripida e stretta salita, una donna stupita, quasi spaesata sembra chiedersi chi siamo, come siamo arrivati.

Nardodipace vecchia non è certo una località turistica, non ha neppure il vantaggio di sorgere in prossimità di una via di comunicazione, tanto meno di essere un borgo di passaggio. Al contrario è uno di quei luoghi che si raggiungono solamente se dotati di buona volontà. Non ci si arriva per caso, non ci si va senza un motivo, ma difficilmente si ha un motivo per andarci.

Presa la breve discesa che porta in paese due sole donne che, sotto il peso degli anni trascinano il loro abito nero, quello che le calabresi di un tempo indossavano per non svestirlo mai più, danno al paese una sembianza di vita. Intorno desolazione ed abbandono. Qualche vecchio balcone in ferro battuto con incise le iniziali arrugginite di un proprietario che non c’è più. La chiesa ritinteggiata stride fortemente in un contesto arcaico, per certi versi, ancestrale. Gli stretti vicoli, le porte basse, quasi lillipuziane, esercitano il loro mistero. Ogni stradina sembra avere un pezzo di storia da raccontare. Gli usci spalancati su povere stanze polverose parlano di promiscuità, di tempi in cui uomini, donne, vecchi, bambini, animali e cose si contendevano pochi metri, pur di trovare rifugio dai rigori del rigido inverno. Arnesi arrugginiti, solai in continua sfida con la forza di gravità, ammuffiti e maleodoranti pagliericci popolano dimore di un regno invisibile. Una, due, tre porte color pastello recano incisi disegni invano insidiati dal tempo. Un silenzio indolente, quasi molesto. Un’atmosfera diacronica, irreale, a tratti inverosimile.

Chiudere gli occhi, restare immobili, scrutare con l’udito e lasciarsi rapire dalle note del vento; tutti gesti innaturali capaci di suscitare sensazioni, emozioni che riaprono un’inattuale regione dello spirito.

Il lento, faticoso gracchiare di una vecchia Ape Piaggio rammenta impietoso però, che quello non è più un paese dell’Ottocento, anche se ne conserva tutta l’apparenza.

Eppure non è un luogo dove il tempo si è fermato, anzi. Si è mosso, inclemente, impetuoso, ne ha alterato la fisionomia, ha rapito le persone lasciandovi solamente i loro fantasmi. Uno spazio sul quale pesano i segni del declino, dell’abbandono e contro i quali sono ormai in pochi a lottare, a resistere. A dispetto del tempo e della desolazione, sopravvive latente una percettibile fascinazione, una segreta attrazione. Nardodipace, il vecchio Nardodipace quello segnato dalle alluvioni e dalle catastrofi, nonostante tutto, come ha scritto Vito Teti, rappresenta uno di quei «luoghi moribondi o già morti, ma anche metafora di una storia di dissoluzione e contemporaneamente della voglia di presenza e di resistenza delle popolazioni».  

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La Calabria è la "miseria senza fantasia"

Nei giorni scorsi, tra le tante vecchie carte gelosamente custodite del mio modesto archivio librario, ho ripreso la copia di un articolo, datato 20 marzo 1958, a firma di Ugo La Malfa scritto per “La voce repubblicana” e titolato “La miseria di Cutro”. Mi piace, ora, riproporlo e trascriverlo fedelmente, senza ulteriore commento, pur consapevole che esso non sia più del tutto attuale e molto vicino alla realtà dei nostri giorni ma pur utile ad aprire un dibattito tra le coscienze attorno ai grandi temi di oggi che, fatte le debite proporzioni, riprendono le tinte di ieri.

 

Mimmo Stirparo

 

“Ha scritto Alfredo Todisco su La Stampa di giorni fa, a illustrazione di una sua inchiesta in Calabria, e dopo aver elogiato la riforma agraria, la bonifica, l’intervento della Cassa del Mezzogiorno, le seguenti impressionanti parole: “Un miglioramento, senza dubbio, vi è stato…La visione di Cutro, tuttavia, è ancora terribile. A Napoli la miseria, anche la più tetra, è sempre di uomini che conservano la scintilla dell’anima. Qui la miseria ha uno sfondo che ha perduto molto dell’umano. Senza canti, senza tradizioni artigiane, senza costumi particolari. Cutro è un paese abitato da un popolo di bambini scalzi e di cani randagi. Gli adulti sono sui campi, oppure aspettano un lavoro lungo la strada principale, seduti a terra, gli sguardi stupefatti. I cani di Cutro hanno lunghe orecchie penzolanti, sono tutti diversi gli uni dagli altri, offrono una varietà infinita di musi contraffatti e spiritati…A Cutro, forse il comune più depresso d’Italia, la natalità raggiunge uno dei tassi più elevati, il cinquanta per mille. Gli interni (delle case) sono ancora più tetri delle vie, se possibile. Pavimenti di terra battuta, cosparsi di foglie e di verdura. Il fuoco spesso si accende in un angolo dell’unica stanza, il fumo incrosta il muro di nero, esce dal tetto sconnesso. Nessuna meraviglia che in queste condizioni il tracoma e la tubercolosi infieriscano tra la popolazione del comune. Spingendo ancora più nell’interno del marchesato di Crotone, si traversano paesi che oltre a non avere acqua, luce, fognature, mancano persino del cimitero.” Ho citato queste parole per dimostrare come, a quasi dieci anni di distanza dalla riforma agraria, dall’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, da una politica di interventi statali, la situazione di molte zone d’Italia sia rimasta in uno stadio di miseria quasi inconcepibile. E non si tratta della sola Calabria o del solo Mezzogiorno. Si visitino molti Comuni montani dell’Umbria, delle Marche, della stessa Emilia, del Piemonte: il quadro non è differente. Vi è in corso una vasta e clamorosa polemica fra statalisti e antistatalisti. L’on. Malagodi, il senatore Sturzo, il ministro Pella, vantano i meriti della libertà economica e si proclamano fieri assertori dell’antistatalismo. Altri difendono lo statalismo o, almeno, si fanno propugnatori dell’intervento statale. Ma come è avvenuto che essendovi state, nel nostro Paese, fasi di libertà economica, a cui sono succedute cosiddette fasi di statalismo, essendo o non essendo esistiti l’IRI e l’ENI, essendovi stati al governo uomini della destra o della sinistra, democratici o totalitari, la sorte di Cutro sia rimasta la stessa? Che cosa ha fatto sì che la civiltà più elementare non abbia sfiorato Cutro, o altri Comuni che si trovano nella stessa tragica condizione di Cutro? Come è possibile che, nell’anno di grazia 1958, giornalisti come Todisco, facciano nel nostro Paese, che noi presumiamo essere di alta civiltà, constatazioni e rilievi che si possono tutt’al più riferire a miserrimi villaggi dell’Egitto, della Turchia o dell’India? Quale mai razza di collettività e di società è la nostra, che può mostrare, contemporaneamente, i grattacieli e le costose costruzioni edilizie di Milano e le miserie di Cutro? Come si può pretendere di far parte dell’Europa, della cosiddetta civiltà occidentale, e avere casi come quelli di Cutro, facendone oggetto di commossi e attoniti reportages giornalistici soltanto? Siamo alla vigilia di una battaglia elettorale. Possiamo forse sperare che la sorte di Cutro migliorerà nei prossimi cinque anni? L’on. Malagodi, il senatore Sturzo, il ministro Pella promettono di smantellare l’IRI o l’ENI, di fare tabula rasa dello statalismo, ma forse ci danno una soluzione qualunque del problema della miseria italiana? Lo statalismo imperversa e non si accorge di Cutro, ma se ne è accorta forse l’iniziativa privata in tutti questi anni? Lo Stato sperpera denaro in inutili cose, ma i grattacieli di Milano, ma i lussuosi cinematografi oggi in crisi, innegabili frutti dell’iniziativa privata, sono proprio utili in un Paese che mostra agli stranieri attenti e consapevoli, una desolazione e una miseria ancora tanto assurdamente diffuse? In verità, dopo i primi interventi del 1950, dopo gli entusiasmi e le polemiche intorno alla riforma agraria e alla Cassa del Mezzogiorno, la democrazia si è seduta. La fiamma si è spenta e il regime di oggi continua  l’andazzo di ieri, le tradizioni del fascismo o dello Stato liberale. Si continueranno a gettare centinaia di miliardi dell’iniziativa privata o dell’iniziativa pubblica in investimenti voluttuari o del tutto superflui o non commisurati alle necessità elementari del Paese. Ma all’orizzonte di Cutro non apparirà nulla di nuovo, come dieci anni, come cinquant’anni, come un secolo fa. È evidente che la nostra non è una civiltà degna di questo nome, se per civiltà s’intende una condizione di vita dignitosa ed omogenea. E’ evidente che senza un grande sforzo di disciplina, di austerità, di solidarietà, l’Italia non sarà mai un Paese occidentale e moderno. È evidente che solo lo Stato, affiancato dalle regioni, dai comuni, dall’iniziativa pubblica e privata, può portare a compimento un grandioso processo di redenzione di tutta la società nazionale. Ma vi è forse una qualsiasi indicazione politica che questo possa essere fatto nei prossimi anni? Vi è un impegno, una battaglia, un programma che dia qualche speranza? Dieci anni fa la democrazia aveva più sensibilità ai problemi della condizione storica e sociale del nostro Paese di quanta non ne abbia oggi. È questa la causa vera del generale malessere e di indubbia decadenza. Troveremo l’energia morale e le forze politiche necessarie ad un compito che sistematicamente una certa Italia ufficiale, sia di destra o di sinistra, statalista o antistatalista, democratica o totalitaria, trascura, occupandosi di ben più solidi interessi e di meno crude realtà? E quando governo e parlamento a Roma, ma alcuni liberi iniziativisti a Milano o a Torino, si accorgeranno che Cutro è in Italia e non nel centro dell’Africa?” (Ugo La Malfa)

 

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