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Il frutto sacro della Calabria

Sono i viaggiatori stranieri del Grand Tour a darci notizie certe di come la cedricoltura fosse fiorente e florida in Calabria a partire da tardo cinquecento (XVI -XVIII sec.). Questi autori riferiscono della presenza di “citroni, aranci e limoni di più sorti”. Di questi frutti si apprezzavano il sapore e la succosità della polpa ma anche l’aspetto ornamentale. Gli agrumi erano molto usati, anche, per l’estrazione di essenze da cui si ricavavano polveri “da mescolare ai vini per ammazzare i vermi e preservare dalla peste”, ma anche per “ dare gusto alle bevande e ai cibi”. Una vera e propria manna dal cielo! Prima però di capire il perché il comparto perì nel '700 bisogna spiegare che quella del cedro fu la prima coltivazione agrumicola nelle Calabrie. Considerato  un frutto sacro viene utilizzato dagli ebrei per la cerimonia del sukkot. Le cedriere facevano bella vista in molte zone della Calabria. Spargendo il profumo tipico dovuto alle foglie coriacee ricche di oli essenziali..  Oggi la coltivazione del cedro in Calabria presenta una marcata concentrazione territoriale. E’, infatti, localizzata nella “Riviera dei Cedri”, la fascia costiera dell’Alto Tirreno cosentino tra i comuni di Tortora e Sangineto.  L’economia dell’area, che ha il fulcro nel comune di Santa Maria del Cedro, ruota intorno all’agrume, alla sua coltivazione, alla sua trasformazione, affidata alle piccole imprese, alla commercializzazione e valorizzazione dei prodotti ed a tutta una serie di attività connesse quali ristorazione, artigianato, turismo ed agriturismo.  La fortuna della cedricoltura è stata senza ombra di dubbio la presenza degli ebrei (ca. il 10% della popolazione residente) ma l’intolleranza religiosa dei dominatori spagnoli indusse la progressiva scomparsa delle colonie e, conseguentemente, delle coltivazioni. Oggi come un tempo viene impiegato in cucina per preparare le carni ed i dolci. Il prodotto alimentare tradizionale a base di cedro è rappresentato, in Calabria, dai panicelli, di cui fu grande estimatore  D’Annunzio e prima di lui Giacomo Casanova che, ospite a Martirano del vescovo De Bernardis, ebbe occasione di apprezzarli definendoli “nettare di Cirella”. I panicelli sono fagottini di foglia di cedro, contenenti uva passita di zibibbo aromatizzata con pezzi di cedro candito legati con vermene di ginestra e quindi infornati. Otre a questo tipo di antica delizia c’è poi il cedro candito di cui la Calabria è leader nel settore. La fantasia degli artigiani locali ha nel tempo, creato una vasta gamma di prodotti e ricette: il liquore ottenuto da macerati di scorze di frutti a diversi stadi di maturazione, che conferiscono al prodotto finito aromi differenti e colorazioni variabili nelle tonalità dal verde fino al giallo dorato. Numerose sono le preparazioni dolciarie e liquoristiche tradizionali e di nuova invenzione nati dall’evoluzione della tradizione attraverso la contaminazione creativa: dai canditi alle confetture, dalle caramelle, agli sciroppi, liquori, rosoli, ratafià e grappe e ancora crostate e pastiere, cannoli e sfogliate fino allo yoghurt. E poi il gelato artigianale, la granita, la dissetante cedrata e il digestivo Zafarà, a base di cedro e peperoncino piccante. Le tradizionali crucette di fichi secchi di Cosenza sono aromatizzate con la scorza del cedro, così come torte e cannoli, cassate e mostaccioli. Negli ultimi decenni il cedro è stato riscoperto quale ingrediente per ricette salate, per preparazioni aromatizzate con carni bianche e pesce, polpette alle foglie di cedro e fegato di vitello con salsa al cedro e prezzemolo, fusilli in salsa di capra aromatizzata al cedro il tutto condito con olio extravergine di oliva aromatizzato al cedro, l’apoteosi della dieta mediterranea. In realtà non esiste una vera e propria industria estrattiva dell’olio essenziale di cedro, anche perché le rese sono assolutamente basse. Sono frequenti sul mercato, invece, molti prodotti adulterati con olio essenziale di limone e/o arancia. Studi recenti confermano, anche per il cedro, così come per gli altri agrumi, una interessante azione biologica degli estratti che hanno dato vita ad ulteriori ricerca mirate alla messa a punto di tecnologie di estrazione con le quali è possibile ottenere intermedi arricchiti in sostanze biologicamente attive da impiegare quali basi per integratori alimentari ad azione antiossidante, antinvecchiamento, chemioprotettiva o ingredienti per fortificare alcuni alimenti.

Folletti di Calabria, il "Fajettu"

Che la Calabria sia la terra del mito e della leggenda oltre che della storia questo è risaputo. Esistono così tanti miti tramandati da generazioni in generazioni da poter riempire pagine e pagine di libri. Alcuni sono davvero singolari. Tra le tante leggende che hanno popolato i racconti fatti dai calabresi davanti al focolare, quella più incredibile riguarda il “Fajettu”, ovvero un simpatico e burlone omino che abitava le nostre montagne e che durante le notti di pioggia s’introduceva furtivamente nelle stalle, dove si dilettava a intrecciare le chiome ai muli e ai cavalli. Si dice però che l'esserino non facesse solo questo, che viveva in nutrite comunità difficili da vedere perché attive esclusivamente durante le ore notturne. Uomini e “fajetti” vivevano, quindi, in un mondo separato da una sottile barriera diacronica. Una barriera che delimitava non solo il giorno dalla notte ma il mondo della realtà da quello della fantasia. A parlarci di loro sono sempre stati i carbonari ed pastori. Si tratta di due categorie di uomini abituati a vivere all’aria aperta ed a lavorare nelle ore notturne. Alcuni, raccontavano addirittura di averli incontrati e di aver chiacchierato con loro durante le fredde notti d’inverno. Altri narravano di aver trascorso serate davanti alla luce di un focolare rurale ad arrostire castagne, bere vino e raccontarsi gli uni i mondi e le abitudini degli altri; con l’impegno, naturalmente da parte di entrambi, di non rivelare ciò di cui erano venuti a conoscenza. Mentre noi comuni mortali li immaginiamo come esserini vestiti variopinti e col cappello a punta, sono stati, invece, descritti come goffe creature dal colore della pelle olivastra, per alcuni paragonabili ad umani di piccole dimensioni, per altri ad un gatto, ad uno scoiattolo o addirittura ad un grosso gufo. Quello che invece sembra certo è che questi curiosi esserini amavano le burle. Nei motteti aspromontati rappresentavano una figura molto importante. Una leggenda narra di un “Fajettu” che in segno di gratitudine rivela al pastore un importante segreto. Gli svelava, infatti, il punto esatto (nel tratto un tempo conosciuto come la Via dell’argento, precisamente tra Samo e Ferruzzano) dove giace sotterrato un forziere colmo di monete d’oro. La leggenda vuole che in una fredda notte di febbraio – l’Aspromonte sonnecchiasse adagiato sopra una fitta coltre di neve  quando, un folletto di ritorno da una fattoria, dove aveva perpetrato le sue burle a danno di alcuni animali domestici, venne assalito da un branco di lupi. Ridotto in fin di vita riuscì a salvarsi arrampicandosi sopra un albero. Ma sarebbe morto comunque, forse assiderato o per le ferite riportate, se non fosse stato che un pastore, avvertendo la presenza dei lupi, temendo che stessero per assalire il gregge, li cacciò via a fucilate. Fu dopo quel trambusto che il folletto si lasciò cadere dall’albero e che il pastore si accorse di lui. Il povero mandriano, benché non avesse idea di cosa si trattasse, portò il folletto dentro il suo capanno per sottoporlo alle relative cure. Ci mise una decina di giorni  il folletto per riprendersi; ed altrettanti per arrivare ad essere nelle condizioni di lasciare lo spiazzo. Ma prima di farlo volle riparare il disturbo causato al pastore. E lo fece in maniera brillante, e cioè rivelandogli il luogo dove era seppellito un forziere contenente una cospicua somma in monete d’oro. Forziere che, in seguito, fu realmente recuperato dal pastore, e che nell’arco di poco tempo fece di lui uno degli uomini più ricchi dell’entroterra aspromontano. Benché abbiamo la quasi certezza che si tratti di una fiaba, ci piace lasciare uno spiraglio aperto all’altra realtà, quella che fino ad oggi ci ha visto accostati a un mondo che sin dai tempi d’Omero, e forse anche prima, ha costellato di fascino e magia le nostre misere esistenze.

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La Calabria, il cinema e la zappa sui piedi

 Un bel servizio tv c’informa che a Recanati sono cresciuti tantissimo i turisti, dopo il film “Il giovane favoloso” su Giacomo Leopardi. Lo stesso è accaduto a Castellabate dopo “Benvenuti a Sud”. Ora sarei curioso di conoscere se almeno uno (01), un turista contato, sia andato a vedere Africo dopo “Anime nere”, o le scale mobili di Reggio dopo “Il giudice meschino”, e roba del genere. Non sto giudicando i prodotti artistici, che magari sono fatti bene e pigliano un mare di premi; e nemmeno nego che sulla Calabria si possano girare film negativi: Hollywood insegna, con film di denunzia eccetera che colpiscono duramente gli stessi Stati Uniti. Ma quando tutti i film e tutti i libri di successo (successo, non allargatevi!), sono il chiodo fisso della stessa lagna della mafia, e per di più con un’ingenua e poco poetica ideologia dei buoni e dei cattivi, con il corollario iellatorio che i buoni vengono sempre ammazzati; quando la Calabria è solo mafia, e nemmeno una mafia avventurosa, conflittuale, bensì solo noiosa e attaccata ai soldi come le cozze agli scogli. Chi volete che venga a vedere roba del genere, pesante come una tonnellata di granito sullo stomaco? Infatti, effetto zero: altro che Recanati. Dite voi, ma noi non abbiamo un Leopardi. Beh, a voler scavare, s se ne troverebbero di temi curiosi, con storie avvincenti, con sfondi affascinanti… anche per far piacere questa terra, che in fondo può anche piacere. Volete degli esempi? Ma no, se qualcuno ha capito e vuol fare sul serio, mi chieda dei soggetti, e me li paghi. Solo quando si passa dai soldi le cose vengono apprezzate, in Calabria. Intanto, complimenti alle Marche. Mica sono come la Calabria, che ci piglia un gusto matto a darsi la zappa sui piedi!

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Canale dell’Istmo: precedenti e futuro

Vogliono scavare un canale tra lo Ionio e il Tirreno, al modico prezzo di otto (8) miliardi di dollari; dollari, dicono, che sarebbero un sette miliardi di euro, poco meno di quattordicimila (14.000) miliardi di lire. E vai! Rinuncio a commentare, e nella più totale certezza che da molti non verrà colta l’ironia, ma ci provo, vi racconto i precedenti remoti, assai remoti. Sentite cosa racconta Strabone, geografo del I secolo dC, a proposito delle grandi idee di Dionisio il Vecchio dopo che, nel 386, concluse la distruzione di Caulonia, Ipponio e Reggio; e assegnò a Locri il territorio di Scillezio: “voleva anche tracciare una cinta muraria lungo l’Istmo, con il pretesto di garantire la sicurezza dai barbari agli abitanti, di fatto per impedire un’intesa tra quelli e i Greci: lo impedirono a lui con un’incursione quelli di fuori”. Calza meglio alla nostra fantasiosa estate una notizia di Plinio il Vecchio: “Dionisio il Vecchio volle tagliare la penisola e aggiungerla alla Sicilia”, dunque scavare un canale, e magari lanciare anche un ponte sullo Stretto. Racconta Plutarco che 71 a.C. Crasso contro Spartaco scavò un fossato da mare a mare, e vi pose sopra un muro, per un totale di 300 stadi, quasi 56 km; ma i ribelli, in una notte di tempesta, colmarono “parte non grande” dell’ostacolo con legname e detriti; e passarono, per essere sconfitti in Campania. Che fine fecero, il fossato e il muro? Ci aiuta, in mancanza di tracce archeologiche, la toponomastica: Settingiano è un “praedium Septiminanum”, Gimigliano un “praedium Geminianum” o “Gemilianum”, e assieme a Gagliano (“Gallianum”) e toponimi come Miglierina e Migliuso, e forse Marcellinara, attestano una via romana tra Ionio e Tirreno, quel tratto di cui Plinio scrive “nusquam angustiore Italia”, in nessun luogo l’Italia è più stretta. Questi sono gli antichissimi precedenti dei progetti circa l’Istmo. Quanto al futuro, esso è sulle ginocchia degli dei.

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Calabria, ovvero la grande malata d'Italia

E’ la grande malata d’Italia. Una malata al cui capezzale si alternano medici le cui ricette, miracolose, prima di assumere l’incarico, diventano inutili palliativi all’atto pratico. La Calabria assomiglia, sempre più, ad un moribondo i cui rantoli vengono percepiti soltanto attraverso i dati e gli indicatori divulgati da qualche istituto di ricerca. Numeri che inesorabilmente inchiodano l’estremità meridionale dello Stivale agli ultimi posti di qualunque graduatoria. Prima della pausa agostana a fotografare la condizione di estrema arretratezza della regione era stato lo Svimez. A distanza di poco meno di un mese, ad offrire la dimensione di una terra che arranca, ci hanno pensato Unioncamere e Ref che, attraverso un’indagine sulla qualità dei servizi pubblici erogati nelle città italiane, hanno dimostrato la scarsa attrattività economica dei centri calabresi. La classifica, pubblicata ieri dal Corriere della Sera, incrocia le valutazioni sulla qualità ed il costo dei servizi con le esigenze di otto categorie di attività economiche. Al termine dell’indagine è stata stilata una classifica che, neppure a dirlo, relega all’ultimo posto un capoluogo di provincia calabrese, Cosenza. La città dei Bruzi, però, non rappresenta l’eccezione, bensì la regola. Sulle 101 aree urbane esaminate, Reggio Calabria occupa il 98° posto e Catanzaro il 96°. In altre parole, le maggiori città calabresi non riescono ad esercitare alcuna capacità attrattiva nei confronti di eventuali investitori. Sia che si tratti di impianti industriali che di attività commerciali, chi vuole fare impresa si guarda bene dal farlo in Calabria. I motivi, questa volta, non sono legati alla vetustà della rete infrastrutturale, alla presenza della ‘ndrangheta o alla distanza dei mercati. Si tratta di ragioni molto più semplici, ovvero la scarsa qualità ed il costo elevato dei servizi, alcuni dei quali, erogati dagli enti locali. Difficile, quindi, attribuire la responsabilità alla mala sorte, a Garibaldi o al disinteresse della politica romana. Chi governa Regione, Province e Comuni, sono calabresi, scelti da calabresi. Non si tratta di marziani piovuti dal cielo. Con chi prendersela, dunque, se le città calabresi spiccano per l’esiguità della raccolta differenziata? Se negli ultimi dieci posti della graduatoria relativa alla gestione della rete idrica figurano tutti e cinque capoluoghi di provincia calabresi, la colpa non può certo essere attribuita al destino cinico e baro. Si tratta di due esempi che offrono la plastica dimostrazione di come buona parte dell’arretratezza della Calabria dipenda proprio da noi. Quanto la situazione generale sia compromessa lo testimonia, la cronica incapacità di gestire ciò che altrove non rappresenta altro che l’ordinaria amministrazione. In un contesto del genere è difficile immaginare un futuro meno grigio del presente, a meno che non vengano compiute scelte rivoluzionarie, anche se, in Calabria la vera rivoluzione è trovare la normalità

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Ma la Calabria può aspettare l'alta velocità?

E’ diventato l’argomento principale di questo scorcio d’estate calabrese. Da quando il Presidente del consiglio Matteo Renzi, nel corso della recente direzione nazionale del Pd, ha dato prova di aver scoperto che l’alta velocità ferroviaria non arriva a Reggio Calabria non si parla d'altro. Durante il suo intervento, Renzi ha sottolineato la necessità di far arrivare i treni veloci anche in Calabria. Ad offrire ulteriore impulso al dibattito, ci ha pensato il Ministro delle infrastrutture Graziano Delrio che, in un’intervista concessa a Repubblica, ha annunciato che non ci sarà alcuna estensione della rete sulla quale viaggiano i treni super veloci. Al limite ci potrà essere una linea meno lenta dell’attuale, ma niente di più. Ovviamente le reazioni non si sono fatte attendere. Tasversalmente si è alzato il coro dei politici calabresi che hanno reclamato la necessità di far arrivare, anche, a Reggio Calabria i treni capaci di sfrecciare a 300 all’ora. L'indignazione manifestata dalla classe politica calabrese, per il niet del Ministro, potrebbe essere apprezzabile qualora non somigliasse ad una pessima rappresentazione da teatro delle ombre. Le reazioni di questi giorni, infatti, mal si conciliano con il silenzio dei mesi scorsi, quando il Governo presentò il Def, ed in particolare l’allegato "Programma delle infrastrutture strategiche" nel quale non è stato inserito nessun progetto destinato ad ammodernare la rete ferroviaria calabrese. In altre parole, il dibattito di questi giorni è un semplice gioco delle parti. Non essendo previsto nel Documento economico finanziario del Governo alcun intervento in merito, per il prossimo futuro, in Calabria non ci sarà né alta né media velocità. Il dibattito in corso, quindi, in assenza di conseguenti misure, è poco meno di un passatempo estivo con il quale prendersi gioco dei calabresi. In ogni caso, la discussione potrebbe essere apprezzata in ragione del fatto che rappresenta un corollario al dibattito innescato dal rapporto Svimez che ha fotografato la condizione di estremo ritardo nella quale versa la Calabria. L’alta velocità rischia però di diventare un feticcio, un’effimera speranza destinata a trasformarsi in cocente delusione. Un riedizione, in chiave moderna, di quegli interventi “salvifici” più volte propagandati nel corso della Prima repubblica e la cui unica funzione era di prendere tempo. Il rischio, quindi, è che l’alta velocità diventi qualcosa di analogo alla Trasversale delle Serre, alla Salerno - Reggio Calabria o, peggio ancora, al V centro siderurgico di Gioia Tauro. Per molti, poi, la realizzazione dell’alta velocità sembra essere improvvisamente diventata la misura indispensabile per far uscire dal pantano la Calabria. Si tratta, con tutta evidenza, di una valutazione che non tiene conto del tempo necessario alla sua realizzazione. Giusto per fare un esempio, la costruzione della rete Tav tra Milano e Bologna ha richiesto 15 anni. Ad essere ottimisti quindi, tra progettazione, iter per l’aggiudicazione dei lavori e realizzazione dell'opera servirebbero almeno 20 anni. Siamo sicuri che i calabresi possano attendere tutto questo tempo?

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I calabresi si "rimbocchino le maniche". Ma per fare cosa?

La vera sorpresa è la sorpresa. I tanti, troppi, osservatori rimasti sbigottiti davanti ai dati emersi dal rapporto Svimez sullo stato della Meridione in generale e della Calabria in particolare, forse hanno vissuto su un altro pianeta. Cosa ci si poteva aspettare dai dati se non la fotografia di una realtà sempre più precaria e miserabile? La sorpresa manifestata, poi, da taluni protagonisti della vita politica rappresenta l’indicatore di quanto i partiti  siano ormai alieni rispetto alla società che pretendono di rappresentare. Per conoscere gli affanni delle famiglie calabresi, non serviva, certo il rapporto Svimez. Sarebbe stato sufficiente stare in mezzo alla gente, frequentare le piazza vuote dei paesi e le stazioni ferroviarie affollate, per constatare l’esodo in atto. Bastava sostare davanti ad un supermercato per vedere i sacchetti semivuoti con i quali i clienti ritornato a casa dopo aver comprato il minimo indispensabile. Sarebbe stato sufficiente fare la fila in un ufficio postale ed ascoltare i discorsi degli anziani, ormai, costretti a spartire le magre pensioni con i figli disoccupati. Bastava leggere sui volti di giovani e meno giovani la rassegnazione di chi ha rinunciato a cercare un lavoro che sa di non trovare. Ma loro, i marziani della politica, avevano bisogno dei dati compulsati dallo Svimez per conoscere le condizioni in cui versa la Calabria. Che dire poi, di un Presidente del Consiglio che, di fronte agli indicatori che inchiodano il Mezzogiorno al suo atavico sottosviluppo, non ha saputo dire altro che bisogna smetterla con il “piagnisteo” e che è necessario “rimboccarsi le maniche”. Gli slogan, però, possono creare suggestioni ma non risolvono i problemi. In molti hanno aspettato con ansia la direzione nazionale del Partito democratico, svoltasi venerdì scorso, per conoscere quali sarebbero state le proposte destinata a far invertire la rotta. Ma come se il Sud non avesse aspettato abbastanza, si è deciso di rinviare tutto a settembre, magari nella speranza che per quella data il rapporto Svimez sia già finito nell’orwelliano “buco della memoria”. Nel corso della direzione del partito di cui è segretario, Renzi avrebbe potuto illustrare almeno la sua idea di Sud, avrebbe potuto spiegare meglio il significato di quel “bisogna rimboccarsi le maniche” ripetuto, alla vigilia, come un mantra.  “Rimboccarsi le maniche”, ma per fare cosa? Prendiamo ad esempio la Calabria. Nel corso della Prima repubblica i partiti che componevano l’arco costituzionale si sono prodigati nell’arte della clientela che ha trasformato gli artigiani in uscieri, i commercianti in bidelli, i piccoli imprenditori in portantini. In cambio di consensi a buon mercato, è stato distrutto, per sempre, quel poco di tessuto economico che la Calabria ancora deteneva. Così, mentre, nelle regioni più dinamiche del paese lo Stato ha investito in infrastrutture con le quali sono state create le condizioni per una duratura crescita della produzione, in Calabria le risorse sono state dilapidate per generare stipendifici. Il risultato è che, oggi, la quota di prodotti esportati dalla Calabria è tre volte inferiore a quella della Basilicata, che ha un terzo degli abitanti. Come se non bastasse, la percentuale di valore aggiunto prodotto dall’industria non va oltre il 7,6%. Dati che non lasciano alcun dubbio, da un punto di vista produttivo la Calabria è un deserto. Ridotte al minimo le possibilità di sistemazione nel pubblico impiego e senza un tessuto economico capace di generare ricchezza ed occupazione, il dilemma che i giovani hanno davanti è semplice “che fare?”. “Rimboccarsi le maniche”, ma per fare cosa? La soluzione meno fantasiosa, quella a più a buon mercato, vuole che la Calabria possa vivere di turismo. Ma andiamo a spiegare ad un turista che per arrivare da Roma a Reggio Calabria in treno, si impiega più tempo che per andare in aereo ad Ibiza o nelle isole dell’Egeo. Che l’alta velocità in Italia esiste, ma non va oltre Salerno. Sì certo, in Calabria si può arrivare anche in aereo, peccato che chi esce, ad esempio, dall’aeroporto di Lamezia Terme non sa più dove andare. La rete di trasporto pubblico calabrese è, infatti, soltanto un buco nero, l’ennesimo carrozzone, in cui far sparire risorse. Cercare un autobus, una fermata, o una palina con gli orari e le destinazioni delle corse non è difficile, è inutile.  Un’altra soluzione che viene proposta con una certa regolarità, è lo sviluppo del settore agroalimentare, peccato che in molte realtà calabresi non esistono neppure le strade sulle quali far viaggiare le merci. In un conteso del genere, la politica deve riappropriarsi del proprio ruolo. Se ne è capace deve costruire un progetto, immaginare un futuro e lavorare per realizzarlo. Si tratta di un sfida ardua che non può essere vinta con gli slogan, tantomeno con le ricette già viste. Non servono, infatti, interventi a pioggia che, tanto, finirebbero nelle tasche dei soliti “prenditori”. Quel che occorre, in via prioritaria, è un piano di infrastrutturazione generale ed un intervento finalizzato a portare su livelli europei i tassi d’interesse praticati dalle banche che operano in Calabria. Infine, sarebbe, forse, il caso d’iniziare ad immaginare l’istituzione di un’area regionale dotata di una fiscalità di vantaggio, in maniera tale da attrarre gli investimenti necessari per creare le condizioni generali affinché i calabresi possano, finalmente, avere una ragione per “rimboccarsi le maniche”.

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Calabria: l'azzardo di restare, la lucidità di fuggire

Sconcerto, sorpresa, dichiarazioni a mezzo fra l'incredulo e la stigmatizzazione nei confronti del destino cinico  e baro: sono state queste le reazioni più comuni in Calabria, e non solo, dopo la pubblicazione, avvenuta giovedì, dei dati annuali forniti da Svimez sullo stato di salute dell'economia meridionale, e calabrese nel caso specifico che ci interessa da vicino. Ma, forse, è arrivato il momento di cogliere l'occasione al volo e sollevare, una volta per tutte, i veli abilmente, ma neanche tanto, trasformati nei comodi panni degli alibi perfetti per giustificare qualcosa che non lo è, a maggior ragione nel pieno di una crisi che, al netto della propaganda renziana, è assai distante dal terminare la sua parabola ascendente. A fare specie, in tutta onestà, non è la dichiarazione di questo o quel politico, che nulla avrebbero potuto nella circostanza se non prodigarsi nella redditizia attività della vendita di fumo, quanto le considerazioni allarmistiche della stampa. E' ben più grave questo atteggiamento perché ruolo dell'informazione dovrebbe essere quello di "educare" l'opinione pubblica provando, nei limiti delle capacità di ciascuno, a raccontare la realtà, evitando di falsificarla per pigrizia ed autocensura. E, diciamolo in tutta franchezza: c'era forse la necessità che fossero gli impietosi numeri spiattellati da Svimez a renderci edotti sul sottosviluppo che sommerge la Calabria, oggi come ieri? Dov'è la notizia? Dov'è la novità? Probabilmente, la vera anomalia rispetto alla rassegnata quotidianità che segna questo angolo di pianeta è la consapevolezza, celata, ma pur sempre presente, che il Mezzogiorno sia ormai irrecuperabile. Troppi i danni procurati dal venefico assistenzialismo risalente all'epoca delle "vacche grasse" e che, adesso, non può più reggere perché privo delle risorse finanziarie risucchiate dalla recessione globale. Una stagnazione che, insieme ai parametri europei, ha imposto vincoli stringenti ai conti nazionali. Era chiaro fin dal principio che le conseguenze più devastanti per le regioni meridionali sarebbero arrivate anni dopo rispetto ai drammi, relativi, vissuti da Roma in su. E, certamente, non sarà questo il punto apicale delle difficoltà e dei disagi in cui si dibatte,  e sempre più, si dibatterà, il Sud. Un'area che ha sempre dormito sotto il morbido guanciale della Pubblica Amministrazione (zona franca per eccellenza davanti a concetti alieni come produttività, efficacia, meritocrazia, laboriosità), in futuro resterà intrappolata nell'impossibilità per lo Stato di pompare i denari finiti nei decenni ad alimentare il culto del "minimo sindacale". Un dramma che deve essere affiancato a quello rappresentato dalla passività di una schiatta di imprenditori, fatte le debite eccezioni, che senza l'abituale caffè a braccetto con il capobastone della politica locale, nulla sarebbe stata in grado di produrre. Sono troppi, infatti, per essere considerati marginali, i casi di titolari di aziende incapaci di saper stare sul mercato, pianeta a gran parte di loro del tutto sconosciuto. Se, invece, di coltivare l'infinito lamento recriminando contro avvenimenti accaduti un secolo e mezzo addietro, imputando alle modalità di unificazione dell'Italia la storica arretratezza, culturale, sociale ed economica del Mezzogiorno, avessimo colto, tutti insieme, la sfida lanciata un paio di decenni addietro dalla Lega Nord, il corso degli eventi sarebbe cambiato. Volevano la secessione perché stanchi di essere vessati da "Roma ladrona" che sperperava denaro pubblico per alimentare le clientele meridionali? Bene, anzi, benissimo: una classe dirigente seria, consapevole della propria forza, sicura delle proprie potenzialità, avrebbe risposto: "Presente, noi ci siamo, e che federalismo fiscale sia, ma quello vero, non quella versione infernale che ha ingigantito la voracità dei "lupi famelici" seduti nei Palazzi della politica. Effettivamente, a ben pensarci, immaginare che si ergesse a paladino degli interessi strategici dei cittadini calabresi uno dei tanti mediocri imbonitori che infestano in lungo ed in largo le nostre lande, sarebbe stato un sogno impossibile da realizzare. Sebbene, anche nel ristretto perimetro dei depositari delle chiavi amministrative degli enti calabresi non siano mancati lodevoli esempi di pragmatismo e buona amministrazione. Si tratta, però, di una infima minoranza a fronte dei tanti, tantissimi, inutili collettori del consenso la cui unica preoccupazione è brigare, lecitamente ed illecitamente, per ampliare il proprio rispettivo parco buoi. E, in assenza del coraggio di cui avrebbero dovuto essere portatori gli amministratori locali, sarebbe stato quanto mai opportuno che ad alzare la testa prendendo in mano il proprio destino, fosse l'opinione pubblica. Come noto, nulla di tutto ciò si è verificato, tutt'altro. Prenderebbe troppo spazio elencare qui l'infinito rosario di indicatori che certificano, da tempo immemorabile, la presenza di due Italie, ma guai a dirlo, guai ad ammetterlo davanti allo specchio delle nostre sconfitte, perché c'è sempre un responsabile altro, c'è sempre un colpevole da additare per autoassolverci da colpe ataviche. La verità, solida come roccia di granito, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti, senza che ci sia bisogno di affondare le radici delle riflessioni in altre ere geologiche: la testimonianza, lampante e recente, ci è regalata dall'ignavia con cui non riusciamo nemmeno a spendere i fondi provenienti dalla tanto vituperata Europa. La causa è da ricercare nella superficialità, nell'indifferenza alla custodia del bene comune, anche se preferiamo continuare a crogiolarci nelle "imperdonabili atrocità" che sarebbero state commesse dai "governanti" che avrebbero saccheggiato le regioni meridionali a vantaggio di quelle settentrionali. Indipendentemente dal fatto che questa è una versione di comodo che fior di storici ed economisti hanno contestato, carte e numeri alla mano, le domande razionali da porci vanno in tutt'altra direzione: se anche così fosse stato? Dov'era e dov'è tuttora il tanto decantato orgoglio meridionalista? Perché non ci siamo prodigati nel dare vita ad un tessuto imprenditoriale di successo, valorizzando nei fatti e non con il chiacchiericcio tipico dei perdenti, le "meraviglie naturali" di cui tanto ci riempiamo la bocca? Siamo pronti ad inalberarci solo quando ci sentiamo feriti nel nostro insulso egoismo protezionista, e allora sì, ci mobilitiamo per impedire che i Bronzi di Riace possano essere finalmente ammirati dal mondo durante l'Expo di Milano. Cosa importa se poi, terminata la bufera mediatica, restano nascosti perché custoditi nel Museo di una città dove i turisti sono una razza protetta, tanto esiguo è il loro numero? Diventiamo intransigenti se qualche esperto fa sommessamente notare che l'aeroporto di Reggio Calabria, la cui pista si allunga  in mezzo agli edifici abusivi della periferia sud della città, merita di essere chiuso perché antieconomico ed in perdita costante di voli e passeggeri. Un carrozzone famelico che inghiottisce soldi dei contribuenti, ma abulico nell'essere attrattivo per il bacino di utenti, sempre potenziale per carità, elevato a totem dai politici nostrani al momento dell'innalzamento di inutili e ridicoli pennacchi. Ma sì, stracciamoci le vesti per ogni singolo centesimo di euro che riteniamo ci sia stato "rubato" e, contemporaneamente, assistiamo silenti all'impegno straordinario profuso dai veneti recentemente tormentati da un tornado. Rimboccatisi le maniche e, armati della loro proverbiale abnegazione e buona volontà, si sono immediatamente messi all'opera senza aspettare il preliminare "aiutino romano". Ovviamente hanno anche loro fatto la conta dei danni: 100 milioni di euro. Peccato che, nelle stesse ore in cui nella Capitale i detentori del "potere" si calavano le braghe davanti alla rivolta di lsu e lpu che isolavano la Calabria con sit-in organizzati sull'A3 ed all'accesso agli imbarcaderi di Villa San Giovanni, gli stessi "padroni del vapore" si voltavano dall'altra parte di fronte alle richieste provenienti dall'attiva e laboriosa provincia veneta. Perché chiunque abbia un minimo di familiarità con quelle zone sa bene che la vera differenza fra "noi" e "loro" sta tutta qui: nell'approccio imprenditoriale che chiunque, tra Rovigo e Belluno, è in grado di padroneggiare con intelligente perizia, sia esso il cameriere di un locale, la commessa di un negozio o un imprenditore che esporta in tutto il mondo. Ed è una caratteristica che si respira nell'aria girando per il Trevigiano, quasi si fosse negli Stati Uniti dove leggenda vuole che un'opportunità per mettere a frutto il proprio talento sia riservata a chiunque in omaggio al celebre "American Dream". Senza fare demagogia d'accatto, ma è un fatto oggettivo ed incontrovertibile che se a Conegliano Veneto ci imbattessimo in un mozzicone di sigaretta per terra avremmo a disposizione materiale buono per scrivere un articolo. In Calabria, Sicilia, Campania, quantità infinite di rifiuti fanno parte del panorama urbano. Cosa c'entri questa radicale differenza nel tasso di civiltà tra due popoli assoggettati alle medesime regole statuali, con i presunti soprusi commessi dagli "unificatori nazionali" non è dato capire, ma, come scritto in precedenza, aiuta parecchio per consolare le nostre piaghe, senza capire che è proprio questo immobile vittimismo ad averci fatto piombare nel baratro del nulla da cui fuggire a gambe levate. Ma, si dirà, possiamo pur sempre godere degli spettacoli offertici dalla Natura, panorami mozzafiato che estasiano: esatto, ma sono gli unici capolavori divini su cui il calabrese non ha potuto mettere mano, perché, se avesse potuto, avrebbe devastato anche quelli. 

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