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Davide Serra, la possibile ripresa dell’Italia in Europa

L'esperto di finanza della City delinea la strada per la ripresa italiana e analizza gli effetti della Brexit sugli investimenti. Davide Serra è l'amministratore di Algebris, uno dei fondi di investimento più redditizi della capitale inglese e vive a Londra da 24 anni, dove si è fatto strada gestendo i capitali degli altri e facendoli crescere. La sua esperienza nel settore e all'estero gli permettono di esprimere giudizi e soprattutto di dare consigli in ambito economico. Dopo aver conseguito un Master Cems alla Université Catholique Louvain la Neuve si è trasferito nella capitale britannica nel settembre del 1995. Nella City ha iniziato a lavorare come Graduate per la società SG Warburg, operando con investimenti e ottenendo risultati strabilianti. La sua ascesa è stata abbastanza veloce ed è stato capace di fare investimenti che hanno fatto ottenere ai suoi clienti i migliori rendimenti in Europa.

Questi brillanti esiti nel suo lavoro lo hanno portato a fondare Algebris nel 2006. In poco tempo è stato acclamato come re di Londra, un re Mida moderno capace di dare alla City e soprattutto agli investitori un modo per far crescere i loro capitali. Chi lo conosce sostiene, i numeri gli danno ragione, che riesca a trasformare in oro tutto ciò che tocca. Davide Serra gestisce un patrimonio di 12 miliardi di dollari operando sui mercati finanziari globali con 5 differenti strategie. Per promuovere il fondo e raccogliere i capitali non usa parole, ma dati. Fa promozione attraverso i giornali evidenziando come il rendimento medio annuo si attesti al 5% con punte del 15%. Algebris oggi conta 100 dipendenti, di cui il 40% è rappresentato da donne. L'età media è di 34 anni, mentre le nazionalità di provenienza sono 18. Il fondo conta 6 uffici in 3 continenti.

In Inghilterra la Brexit ha già prodotto i primi effetti negativi sulla finanza, mentre l'Italia arranca e trasmette segnali di declino economico. Davide Serra fa una propria analisi e delinea gli scenari futuri, non solo per i due Paese, ma per il mondo. Per il Bel Paese l'esperto di finanza fornisce una ricetta, l'unica che può rilanciare l'economia e far crescere la nazione. Sostiene che vi sia la necessità di riportare in patria i cervelli fuggiti per cercare opportunità di lavoro e condizioni migliori. Se si creano in Italia le condizioni per farli lavorare sfruttando la loro esperienza all'estero e valorizzando le loro capacità si può ottenere una nuova energia che porterà il Paese fuori dalla crisi. Questa è la strada per crescere e affrontare le sfide. Parallelamente, secondo Serra, si deve investire su istruzione e ricerca per innovare e formare lavoratori e dirigenti. Con la globalizzazione e la rivoluzione digitale, nonché con l'introduzione dell’intelligenza artificiale bisogna sempre essere al passo con i tempi per non restare indietro. L'esperto suggerisce di fare un "Piano Marshall" per il rientro dei giovani laureati in gamba, puntando poi sul fornire loro gli strumenti, i fondi e l'autonomia di cui necessitano per lavorare alla ricerca applicata nei vari settori. Possono nascere nuove imprese utili a dare impulsi importanti.

La strada è delineata per l'Italia, mentre il Regno Unito sembra essere destinato a un cambiamento radicale. L'uscita dall'UE sta allontanando sempre di più i capitali dalla capitale inglese. Gli investitori non vedono un futuro favorevole e per questo lasciano Londra, che perde il proprio ruolo, per dirigersi verso piazze più effervescenti dal punto di vista economico e finanziario. Il rischio si è tramutato in realtà e ci guadagnano mercati come Parigi, Francoforte, New York, Hong Kong, Tokyo e Shanghai.

Serra ritiene che la finanza abbia regole ben strutturate e funzionanti, soprattutto perché le norme sono abbinate a un sistema caratterizzato dalla stabilità e dalla trasparenza. Naturalmente questo vale per gli Stati democratici. Bisogna inoltre prestare molta attenzione al continente asiatico e in particolare alla Cina. Oggi, come è accaduto sempre nella storia del mondo, la nazione è tornata a occupare una posizione dominante dopo una pausa di due secoli dovuta a scelte politiche interne. Non preoccupa quindi questo ''ritorno al potere'' della Cina, ma resta un interrogativo importante. La Cina farà corrispondere alla crescita economica un maggiore rispetto dei diritti civili e della libertà di pensiero?

Intanto Serra osserva con tranquillità le evoluzioni. Infatti Algebris è strutturata in modo da non dover subire la Brexit e i suoi effetti. Grazie ai suoi 5 regolatori per il mondo può operare senza dover trasferire la sede. I referenti sono a Tokyo, Singapore, Londra, Lussemburgo e Boston, pronti a seguire l'andamento del mercato e a precorrere i tempi. Intanto ha trasferito a Milano la famiglia in modo che i figli possano crescere con due culture, parlare due lingue e usare due passaporti: britannico e italiano. La capitale britannica rappresenta per lui un punto di riferimento capace di abbinare la globalità con le caratteristiche di un piccolo quartiere, anche se negli ultimi anni è aumentata la violenza. Prevede intanto di continuare con il proprio lavoro fino a tarda età, ora ha 48 anni, sfruttando la conoscenza e l'esperienza acquisita.

Ego International e le referenze su export Germania

Ego International fa il punto sulla situazione economica e dell’export della Germania in questo periodo di difficoltà economica.

Ego International e le referenze: il punto sull’economia e l’export tedeschi

Ego International, società che supporta le imprese italiane nel processo d’internazionalizzazione, riporta le proprie referenze relative ad un mercato cardine dell’Europa: la Germania.

Ego International ha raccolto delle referenze sullo stato dell’economia e dell’export tedeschi di natura controversa ed è, quindi, indispensabile soffermarsi sui diversi aspetti. Non solo le referenze rilasciate da Ego International, ma anche quelle dell’autorevole Istituto Economico Tedesco (IFO), sottolineano come le stime di crescita non siano più così rosee come nell’ultimo decennio. Ego International, consultati diversi studi riguardanti il crollo della produttività tedesca, riporta inoltre che le previsioni per la crescita del PIL 2019 s’attestano a poco meno dell’1%, un risultato mai visto per la “locomotiva d’Europa”.

Ego International e l’economia e l’export della Germania: le incertezze

Le referenze che Ego International da sempre riporta hanno visto la Germania in una corsia preferenziale, porto sicuro per la maggior parte del nostro export. Dunque, se ciò che sta succedendo al mercato interno dovesse proseguire, le nostre certezze e le nostre percentuali economiche e d’export potrebbero essere a rischio. Il contesto europeo non aiuta, ricorda Ego International, in quanto tanti eventi avversi si sono concentrati nell’eurozona ed il benessere economico al momento è a rischio. I dazi, ad esempio, toccano le auto europee, l’acciaio e l’alluminio. Il caso Brexit, avvolto nell’incertezza, sembra non portare a nulla di conveniente né per l’Europa né per il Regno Unito. L’accordo tra i due grandi attori, UK e UE, è lontano e ciò porterebbe solo a nuove barriere economiche e burocratiche alla libera circolazione di merci.

Ego International e le referenze sugli investimenti commerciali verso la Germania

Le referenze di Ego International relativamente ai mercati esteri non possono non tener conto delle previsioni riguardanti il PIL tedesco.  Il rischio recessione ed il fatto che l’economia più forte d’Europa versi in queste condizioni impensierisce. Ego International, grazie al suo continuo monitoraggio dei mercati esteri, riesce a portare alla luce eventuali rischi che nessuno sottolinea e che si devono conoscere, soprattutto se questi riguardano il paese che maggiormente contribuisce al benessere dell’export italiano.

Ego International e le conseguenze di una crisi economica in Europa

Ego International sottolinea che, qualora vi sia recessione, non ci potrebbe essere un sostituto nell’area in grado di coprire ciò che la Germania ha fatto nell’ultimo decennio. Francoforte non dispone di grossi margini di manovra di politica monetaria, perciò quello che potrebbe prospettarsi, secondo Ego International, è una politica protezionistica che privilegia l’economia interna a discapito delle importazioni.

Quindi, ricorda Ego International che per tutta l’eurozona sarà fondamentale tenere a mente cosa voglia dire Europa, ovvero proteggere quello che è un accordo economico vantaggioso per tutti i paesi che ne fanno parte in egual misura.

Ferro (FdI) su rapporto Bankitalia: "La Regione è incapace di valorizzare le risorse della Calabria"

Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto Bankitalia sull’economia della Calabria è tutt’altro che incoraggiante: la leggera ripresa congiunturale non basta ad invertire i dati preoccupanti, come quelli del tasso di povertà che è tra i più alti in Italia, l’elevato tasso di disoccupazione giovanile e femminile, oltre che la forte incidenza di disoccupazione tra i laureati, un dato doppio rispetto a quello nazionale. La Calabria vede così fuggire via il suo patrimonio più importante, ovvero il capitale umano: il dato dei 26mila laureati che in dieci anni sono stati costretti a lasciare la regione è emblematico dell’incapacità di offrire opportunità e prospettive ai giovani calabresi”.

È quanto afferma il deputato di Fratelli d’Italia Wanda Ferro, che prosegue: “Tra i mali della Calabria Bankitalia evidenzia la corruzione e la presenza della criminalità organizzata, che imbrigliano la possibilità di sviluppo della regione, ridotta ad essere il Sud del Sud. Ma ci sono anche forti responsabilità della politica, che emergono soprattutto nella parte del dossier dedicata alla finanza decentrata: l’esecuzione finanziaria del Por 2014-2020 rimane bassa, soprattutto rispetto agli obiettivi relativi a mercato del lavoro e ricerca e innovazione, peggiora il disavanzo nella sanità, resta allarmante il problema dei lunghi tempi di pagamento nei confronti dei fornitori, poi c’è la difficile situazione finanziaria degli enti locali che costringe alla riduzione degli investimenti e soprattutto permane il divario infrastrutturale con le altre realtà.  Anche nei settori in cui la Calabria cresce, agganciandosi al trend nazionale, come nel caso del turismo, lo fa in maniera meno significativa rispetto alle altre realtà nazionali, tanto che la provincia di Catanzaro risulta fanalino di coda nel Paese. La Calabria infatti continua a puntare sul turismo balneare - come ha evidenziato Bankitalia - ma non è stata capace di sfruttare i suoi grandi giacimenti culturali ed archeologici, mentre in tutte le altre regioni il turismo culturale è un settore in crescita,  né quel tesoro naturalistico costituito dai nostri Parchi, che rappresentano il 17 per cento della superficie regionale, ma il cui utilizzo economico è tra i più bassi d’Italia. Ormai è davvero tardi per chiedere al governo regionale un cambio di passo. Finalmente esaurita la disastrosa avventura del centrosinistra, sarà la volta di un governo che sappia riportare entusiasmo e idee innovative, capace di fare esplodere le grandi potenzialità di cui la Calabria è ricca per dare una reale possibilità ai giovani di realizzare il proprio futuro nella propria terra”.

  • Pubblicato in Politica

Gli italiani diventano più poveri, il Governo pensa a nuove tasse

Come nella migliore tradizione italica, i nodi stanno venendo al pettine. Il tappeto non riesce più a contenere la tanta polvere che la politica ha cercato di nascondere. Dopo sei anni di democrazia bloccata, governi non eletti da nessuno e misure lacrime e sangue, gli italiani sono sempre più poveri.

Mentre il rovello del Governo è come raccattare i soldi necessari ad evitare le clausole di salvaguardia, aumenta il numero dei cittadini indigenti.

Ad evidenziare il livello di povertà presente in Italia, è stata l’Istat con il dossier sul Def. Il documento, presentato alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha fotografato una realtà sconcertante.

Una realtà che si cerca di nascondere con banali espedienti linguistici. Il ricorso all’espressione “grave deprivazione materiale”, non alleggerisce affatto lo stato di miseria in cui versa quasi il 12 per cento della popolazione italiana.

Nonostante la reiterata narrazione che vuole il Paese, ciclicamente, fuori dalla crisi, negli ultimi tre lustri, è cresciuto il numero delle famiglie che vivono di stenti.

Secondo il rapporto Istat, i nuclei familiari indigenti superano i 3 milioni. Complessivamente, gli italiani sotto la soglia di povertà sono 7 milioni  209 mila.

La crisi economica ha colpito pesantemente gli over 65 che, tra il 2015 ed il 2016, hanno subito un vistoso processo d’impoverimento. In poco meno di un anno, gli anziani indigenti sono passati dall’8,4  all’11, 1 per cento. Un dato sul quale pesa anche l’assenza di opportunità occupazionali. Sono sempre più numerosi, infatti, i genitori costretti a dividere la magra pensione con i figli senza lavoro.

La situazione peggiore, ovviamene, riguarda il Mezzogiorno dove la povertà è tre volte superiore a quella registrata nell’Italia Settentrionale.

I dati dimostrano come (per continuare la lettura clicca qui)

     

]Articolo pubblicato su: mirkotassone.it

La finzione è finita, l’Italia va peggio della Grecia

Si chiama movimento indotto. E’ l’illusione che si ha, ad esempio, quando ci si trova su un treno fermo e a muoversi è quello sul binario accanto. Pur rimanendo immobili, si ha la percezione di essere in movimento. E’ ciò che è capitato all’Italia di Renzi.

Sul Paese è stata proiettata l’idea che ci si stesse muovendo a ritmo forsennato, salvo ritrovarsi, alla fine del viaggio, al punto di partenza. Dopo il fatale 4 dicembre, tutti i nodi sono arrivati al pettine.

Gli italiani hanno scoperto che le riforme, vere o presunte, non hanno cambiato un bel nulla. A ricordare a tutti la condizione dell’Italia, ci ha pensato l’Europa. Proprio l’Ue ha, infatti, ammonito il Governo a trovare 3,5 miliardi di euro. Una manovra correttiva necessaria ad aggiustare i conti pubblici. La presa di posizione di Bruxelles ci dà la misura di come, dopo 6 anni di democrazia commissariata, i problemi siano rimasti tutti sul tavolo.

Sul fronte del miglioramento del rapporto deficit/Pil, la situazione, non solo non è migliorata, ma si è addirittura incancrenita. Prova ne sia l’aumento del debito pubblico nel corso dell’ultimo lustro (ne avevamo parlato qui). La situazione non è migliorata neppure sul versante occupazionale. Se si eccettuano le trasformazioni, drogate dagli incentivi, dei rapporti a termine, in contratti a tempo indeterminato, la percentuale dei disoccupati è rimasta a due cifre.

La narrazione che ci voleva fuori dalla crisi, alla fine, si è schiantata contro il muro della realtà.

La nuda realtà evidenzia un’economia ferma, asfittica, stagnante. I dati diffusi della Commissione europea sono impietosi. Il prodotto interno lordo italiano, nel 2017, crescerà di un misero 0,9 %. Nel 2018, non supererà l’1,1. Se l’economia non cresce, aumenta il rapporto deficit/Pil destinato, nell’anno in corso, ad attestarsi al 133,3 %.

In altri termini, le previsioni relegano l’Italia all’ultimo posto in Europa.

Nel 2017 – 2018 , i Paesi dell’Ue cresceranno in media dell’1,6 e dell’ 1,8%. Numeri, quasi doppi, rispetto a quelli italiani.

Il raffronto diventa ancor più impietoso se si compara la crescita italiana con quella della Grecia e della Bulgaria. Nei due Paesi più squinternati d’Europa, nel 2017, il Pil crescerà rispettivamente del 2,7 e del 2,9%. Percentuali, tre volte superiori a quelle italiane.

Archiviate le favole, i numeri restituiscono, quindi, la fotografia di un Paese che, in questi anni, è rimasto a guardarsi i piedi seduto su una montagna di bugie.

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Governo: l'orgoglio di Renzi, la continuità di Gentiloni e le lacrime degli italiani

Orgoglio e Continuità. L’orgoglio è quello di Matteo Renzi che si è detto soddisfatto del lavoro svolto nei 1024 giorni trascorsi al governo. La continuità, invece, è la parola d’ordine di Paolo Gentiloni. Ad ogni piè sospinto, il nuovo presidente del Consiglio manifesta l’intenzione di seguire la scia tracciata dal suo predecessore.

Non si comprende, però, da cosa nasca tale l’entusiasmo.  L’orgoglio fa a pugni con i numeri. I dati fotografano, infatti, una realtà della quale c’è poco d’andar fieri. La declamata continuità fa pensare, invece, che il nuovo inquilino di Palazzo Chigi non abbia letto i dati pubblicati da Eurostat. Diversamente cercherebbe d’intraprendere un sentiero diverso.

Secondo l’ufficio statistico dell’Unione europea, tra il 2014 ed il primo trimestre del 2016 il Pil italiano è cresciuto di 1,8 punti.  Un dato positivo, se non rapportato con quanto accaduto in Europa nello stesso periodo.

Negli anni presi in esame, il Pil dell’Eurozona è, infatti, cresciuto di 4,1 punti.

La crescita italiana non è, quindi  lontanamente comparabile con quella registrata nei maggiori paesi europei. Nel periodo considerato, in Spagna il Pil ha fatto segnare un + 7,5 punti, in Gran Bretagna + 5,9 ed in Germania +3,6.

La situazione non migliora se si prendono in considerazione le politiche di risanamento.  Negli anni del governo Renzi, il rapporto debito pubblico/Pil è cresciuto del 3,9 per cento.

Quando l’ex sindaco di Firenze arrivò a Palazzo Chigi, il rapporto debito pubblico/Pil era al 131,6 per cento. A fine settembre scorso, il rapporto era salito al 135,5 per cento. Quanto la performance italiana sia negativa lo si evince comparando il dato con la media europea. Nello stesso periodo nella Ue il rapporto è diminutito in media del 2 per cento.

A ciò si aggiunga la crescita del debito in valore assoluto. Secondo Bankitalia, tra marzo 2014 e settembre 2016, il debito pubblico è passato da 2.121 miliardi a 2.212 miliardi. Un dato negativo, a fronte della drastica diminuzione della spesa per interessi. Tra il  2013 ed il 2015 il minor costo del denaro ha fatto risparmare alle casse italiane ben 9 miliardi di euro. Una cifra, con tutta evidenza, non impiegata per ridurre il debito.

La situazione non migliora sul fronte della giustizia fiscale. Durante il governo Renzi, le entrate derivanti dalle imposte indirette, ovvero quelle che colpiscono soprattutto i ceti più deboli, sono passate da 238 a 249 miliardi.

Se i dati macroenomici non sono esaltanti, quelli che riguardano l’economia reale sono anche peggiori.

In un  contesto del genere non si comprende quali possano essere i motivi d’orgoglio. Ancor meno, poi, si capisce su cosa poggi il desiderio di Gentiloni di percorre lo stesso sentiero seguito finora. Un sentiero che, con tutta evidenza, sta conducendo il Paese diritto in un baratro.

Articolo pubblicato su: mirkotassone.it

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Serra. Primi passi per Cartusia: idee per dare impulso all’economia locale

Prendono gradualmente forma le proposte di Cartusia, l’associazione degli operatori economici serresi. Presso i locali dell’ex cinema “Aurora”, il Consiglio direttivo ha illustrato ad una vasta rappresentanza di associati le iniziative intraprese. Dopo una breve introduzione descrittiva sulle finalità dell'associazione - il cui scopo fondamentale rimane l'incremento dell'economia locale - si è passati alla presentazione del sito internet - www.associazionecartusia.it - e della proposta di sviluppo dello stesso.

L'ingegner Daniele Alessandro (che ha realizzato gratuitamente il sito) ha proposto l'iniziativa, ad esclusivo scopo pubblicitario, denominata "Vetrine Cartusia",  riservata esclusivamente agli associati: in sostanza, dal sito dell'associazione, cliccando sul nominativo dell'associato, si aprirà un'intera pagina dedicata alla sua attività. La pagina verrà suddivisa in 3 macro-sezioni: informazioni basiche dell'attività (intestazione, indirizzo, contatti, ecc.); georeferenziazione (servizio Google Maps) e linkaggio a URL esterni (sito personale, e-commerce- pagina Facebook ecc.); sezione dedicata alle inserzioni (che consentirà di pubblicizzare agevolmente i propri prodotti e/o servizi).

L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo da tutti i presenti i quali, a costi contenuti, avrebbero la possibilità di far conoscere all'esterno le loro attività.

Sono state inoltre comunicate le proposte commerciali offerte da parte degli istituti bancari a tutti gli associati (Banca Carime, Banco di Napoli, Bper Banca- filiale di Fabrizia; CPP City Poste Payment).

Altro progetto in cantiere è quello relativo alla "Cartusia Card", una carta da distribuire non solo nella cittadina della Certosa, ma anche nelle zone limitrofe, che “garantirà ai possessori una scontistica (ogni associato sarà libero di proporre una sua vetrina di sconti) da usufruire nelle attività associate a Cartusia”. Gli sconti saranno applicati nel periodo prenatalizio al fine di incentivare anche gli acquisti dei regali natalizi.

E alla festa della Natività è stata riservata particolare attenzione. Nello specifico, è stata chiesta la collaborazione per una buona riuscita di questo evento, a partire dall’allestimento delle vetrine dei negozi. A spese dell'associazione sarà invece allestito tutto il corso principale (tutto Corso Umberto I° da Spinetto a Terravecchia) e sono state elaborate altre idee volte a creare l'atmosfera giusta e coinvolgente per far rivivere il Natale all'intera comunità così come avveniva nei tempi passati.

Interessante l’intervento del rappresentante della Pro loco, che ha esposto quanto è stato organizzato dall’associazione per il Natale ed ha chiesto la partecipazione ed il supporto degli operatori economici. Numerosi sono stati gli interventi e le proposte dei partecipanti, che hanno incoraggiato il progetto sottolineandone la validità. “Viva soddisfazione” per “il positivo andamento della riunione” è stata espressa dal Consiglio direttivo.

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La Calabria è la regione più “evitata” dagli imprenditori: i dati Svimez per Provincia

Sempre più giù in ogni classifica relativa a crescita economica, dinamicità, progresso. Sembra proprio notte fonda per la Calabria che, addirittura - secondo i dati illustrati nello studio “L’attrattività percepita di regioni e province del Mezzogiorno per gli investimenti produttivi” di Dario Musolino, pubblicato sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez diretto da Riccardo Padovani ed edito da Il Mulino – viene percepita dagli industriali come territorio più arretrato di quanto non lo sia veramente. Lo studio – teso a verificare i motivi in base ai quali gli imprenditori scelgano le aree su cui investire – è stato effettuato su un campione di 225 imprese con sede in Italia, di diversi settori merceologici e almeno 20 addetti. La regione più “desiderabile” risulta essere la Lombardia (punteggio di 4,07 su 5), poi ci sono Emilia Romagna (3,92), Veneto (3,86) e Piemonte (3,58). Nel Mezzogiorno, relativamente bene Abruzzo (2,59) e Puglia (2,47). In fondo al tunnel c’è la Calabria (1,73), che fa peggio anche di Sicilia (1,99), Campania (1,98) e Sardegna (1,88). In particolare, nella nostra regione i valori oscillano fra l’1,74 di Reggio Calabria e l’1,72 di Vibo Valentia e Crotone. La Provincia preferita risulta essere quella di Milano (4,07). L’analisi non cambia passando da un settore all’altro, mentre è interessante notare che, secondo i formulari depositati, gli imprenditori meridionali attribuiscono al Mezzogiorno punteggi generalmente più alti rispetto ai loro omologhi settentrionali, forse perchè vivendo al Sud ne conoscono ogni dettaglio. Lo spunto su cui riflettere è offerto da un coefficiente che confronta “il divario percepito dagli imprenditori a livello soggettivo con quello reale certificato ad esempio dal livello del Pil pro-capite nelle varie regioni”. Il divario reale è di 2, quello percepito è di 2,34: questo significa che il Mezzogiorno viene ritenuto più arretrato di quello che è. I motivi della scarsa capacità di attrarre emergono dalle risposte degli imprenditori: sul banco degli imputati ci sono la carenza di infrastrutture (26,4%), la povertà del tessuto produttivo (21,3%) e la criminalità (13%). Sembra incidere meno l’inefficienza della Pubblica Amministrazione (3,5%). Il Sud viene inoltre inteso come una realtà omogenea e, infatti, nello studio viene rilevato che “l’esistenza di tanti, molteplici, Sud, differentemente attrattivi, non è contemplata. In altre parole, per le imprese del Paese gli svantaggi localizzativi nel Mezzogiorno non presentano differenziazioni, diverse gradazioni, territoriali”. “Questa macroregione – viene sottolineato - non è conosciuta a sufficienza nelle sue varie e diverse realtà territoriali”. Le soluzioni prospettate riguardano la messa in campo di azioni “nel trasporto ferroviario, nella portualità, nell’intermodalità e nelle piattaforme logistiche” per rendere l’area più accessibile, oltre che interventi in tema di legalità. Opportune sarebbero infine “strategie di comunicazione e promozione, a livello centrale e locale, che consentano di scardinare la cappa mediatica che oggi tende a mettere tutto il Sud sotto un unico cappello”.

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