I meridionali sono contro l’autonomia altrui, perché sono terrorizzati dall’autonomia del Meridione

Molti cadono dal pero, quando piangono alla notizia che il Veneto chiede, e otterrà, una qualche forma di autonomia regionale. E sì che cadono dal pero, fingendo di ignorare, se non ignorano davvero, che sono a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Val d’Aosta; e due sono le province autonome: Bolzano e Trento: un buon quarto dell’Italia! Ma gli scandalizzati precipitano dal pero.

A proposito, non sanno che la Sicilia ha uno statuto speciale dal 1946, firmato da Umberto di Savoia nella veste di luogotenente del Regno; quindi da un paio d’anni prima dell’attuale costituzione. Per fortuna della Patria, i Siciliani hanno usato l’autonomia solo per piluccare e sperperare soldi e assumere mari di passacarte; o, a ben leggerlo, quel fogliettino di carta consentirebbe alla Sicilia persino una sua politica estera.

Non ho dunque capito come mai dovremmo meravigliarci del Veneto, o di qualsiasi altra parte d’Italia che propugnasse una sua autonomia.
Lezioncina di storia: quasi tutti quelli che, nel XIX secolo, pensavano a un’Italia unita, la pensavano confederale o federale, e non certo centralista unitaria.
Al Congresso di Vienna del 1815, l’Austria propose una Confederazione Italiana sul modello della Confederazione Germanica; i Savoia e i Borbone respinsero la proposta per non aggiungere a Vienna altro potere; e la Chiesa non aderì alla Santa Alleanza.

Negli anni 1840 e seguenti, però, si diffusero due tesi federaliste: quella del Gioberti, che auspicava la presidenza del papa, e fu detta neoguelfa; e quella del Balbo, detta neoghibellina, e che proponeva il re di Sardegna.

Nel 1848 sembrò, per un momento, che la federazione (detta lega!) avesse vita, con la guerra all’Austria. Ferdinando II di Borbone per primo aveva concesso la costituzione, seguito da Carlo Alberto, Pio IX e Leopoldo II di Toscana. Ferdinando inviò Guglielmo Pepe con buona mano di truppe, e la flotta a proteggere Venezia contro l’Austria; il papa inviò truppe ai confini; dalla Toscana partirono volontari. Breve momento: la Sicilia si era ribellata; il 15 maggio a Napoli scoppiarono disordini; Ferdinando II ritirò le truppe e sospese la costituzione. A Roma i repubblicani uccisero il ministro costituzionale e costrinsero Pio IX a riparare a Gaeta sotto la protezione di Napoli; e a chiedere aiuto militare alla Francia.

Fallì così senza speranza il progetto federale, e non se ne riparlò più. Nel 1860-61, l’unificazione procedette per annessioni, cioè Milano, Parma, Modena, Bologna, Firenze; poi Marche e Umbria; poi l’intero Regno delle Due Sicilie; e, nel 1866, il Veneto divennero parte del Regno di Sardegna, dal 17 marzo 1861, Regno d’Italia; ma in maniera rigorosamente unitaria e centralista, con la sola eccezione, fino al 1890, del Codice Penale toscano.

Tutto il Regno veniva retto da un parlamento e un governo, ed era diviso in province con prefetti di nomina governativa. Le province attuavano sul territorio le disposizioni centrali. Le amministrazioni provinciali e comunali, elettive, erano strettamente controllate dai prefetti.

Tale situazione, a parte le suddette Regioni a Statuto speciale, rimase nella Repubblica fino al 1970, quando vennero istituite di fatto le Regioni a Statuto ordinario. Queste hanno, sulla carta, ampie autonomie; nei fatti, sono una copia locale dello Stato, con tutti i suoi difetti. Alcune sono pessime, come la Calabria, non a caso terzultima tra 360 regioni d’Europa! Altre sono state amministrate bene, e ora richiedono maggiori e più elastiche autonomie. Ne hanno le forze economiche, è palese; ma sarebbe ben poco, se non avessero, come hanno, una classe dirigente e una consapevolezza culturale e politica.

E il Meridione? Semplicemente, non ha consapevolezza e non ha classe dirigente. Non ne ebbe più una almeno dal 1850, quando i nipoti dei combattenti e pensatori degli anni 1798-1849 si ripiegarono in un misto di edonismo e depressione. Nel 1861, la maggioranza numerica della Camera era meridionale: ma quasi nessuno dei deputati prese mai seriamente la parola, anche per scarsezza di parole in lingua italiana! Avrebbero potuto discutere l’annessione, e invece sorrisero e basta. Quei mesi da maggio 1860 a marzo 1861 videro dunque due fallimenti: quello dei borbonici e quello degli antiborbonici!

Si può pensare, nel 2019 imminente, a un’autonomia del Meridione come del Veneto?

Ragazzi, scherziamo? Immaginateli, a dover governare davvero, ad assumere decisioni coraggiose e intelligenti, a comandare e farsi obbedire, immaginateli, uno di questi signori: A. Guarasci, A. Ferrara, P. Perugini, A. Ferrara di nuovo, B. Dominijanni, F. Principe, R. Olivo, G., Rhodio, D. Veraldi, L. Meduri, A. Loiero, M. Oliverio di centrosinistra, e G. Nisticò, B. Caligiuri, G. Chiaravalloti, G. Scopelliti e Stasi di centro(destra).

E immaginate gli intellettuali calabresi, i neofricoti, a proporre seriamente politiche del territorio, economiche, sociali… o, e qui lasciatemi ridere (ahahahahah) culturali!
Ecco perché tantissimi meridionali sono contro l’autonomia altrui: perché sono terrorizzati dall’autonomia del Meridione.

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L'Unità d'Italia e la confederazione mancata

 Un conato pietoso della cultura risorgimentalista fu quello di far credere che l’Italia sia stata “divisa nel Congresso di Vienna del 1815”, quando essa perse la sua unità nel 568, cioè 1247 anni prima, con la mancata conquista totale da parte dei Longobardi. Da allora, un turbinio di entità più o meno statali, e mutamenti di assetti e di confini. Più stabile il Meridione, ma dal 1282 si separò la Sicilia; infine, nel XVI secolo, parvero compatti alcuni Stati come Venezia, Milano, Firenze, la Chiesa e Napoli; ma presto molti finirono connessi a vario titolo alla Spagna, poi all’Austria. Nel XVIII secolo si può parlare di un recupero dell’indipendenza politica con Stati notevoli quali Regno di Sardegna, Granducato di Toscana e i due Regni di Napoli e di Sicilia, distinti ma almeno uniti sotto lo stesso sovrano; mentre Venezia decade. Si diffonde dovunque l’uso ufficiale della lingua italiana (“toscano”), per quanto debba di fatto convivere con latino, volgari regionali e francese illuministico poi giacobino e napoleonico. Con queste premesse, era palesemente un errore logico pretendere di unificare questi territori dalla così variegata storia, applicando all’Italia il modello della “Nation une et indivisible” della Francia che era da secoli effettivamente unita per la forza di una monarchia centralista. Andava piuttosto pensata una confederazione che evolvesse, in tempi ragionevoli, in federazione.  La propose l’Austria nel 1815, ma declinarono l’invito i re di Sardegna e delle Due Sicilie, timorosi di perdere anche formalmente un’indipendenza già precaria: gli Asburgo infatti possedevano direttamente o indirettamente Lombardia, Veneto, Trentino, Istria, Dalmazia; e influivano su Parma, Modena e Firenze; il papa Pio VII già si era rifiutato anche di entrare in una presunta Santa Alleanza di cattolici, luterani, ortodossi, turchi e massoni. Tornò a parlarne Vincenzo Gioberti con un’ipotesi neoguelfa: confederazione italiana sotto la presidenza del papa; non teneva conto della presenza austriaca, ed era perciò politicamente debole. Gli si oppose Cesare Balbo con un’ipotesi neoghibellina, che sperava nel ritiro dell’Austria in cambio di espansione nei Balcani ancora turchi, e assegnava la presidenza al re di Sardegna. Anche nel fronte repubblicano il Cattaneo e il Pisacane s’interrogavano su unità e regioni. L’elezione di Pio IX sembrò far trionfare i neoguelfi, e la guerra del 1848 fu combattuta, inizialmente, in nome di una non precisata ma dichiarata “Lega”. Tuttavia solo la Sardegna dichiarò guerra all’Austria, mentre la Toscana e la stessa Chiesa mantennero un atteggiamento ambiguo; e Ferdinando II inviò la flotta a difendere Venezia e Guglielmo Pepe a combattere assieme a Carlo Alberto, ma senza un’alleanza definita e nemmeno una guerra dichiarata all’Austria: inizio di una continua incertezza politica che condurrà il Regno all’isolamento e alla fine del 1860. Gli avvenimenti interni delle Due Sicilie (guerra alla Sicilia ribelle, giornata del 15 maggio, riconquista della Sicilia l’anno dopo), la sconfitta di Carlo Alberto la prima e la seconda volta, l’intervento francese a Roma fecero cadere ogni ipotesi di confederazione, anzi gli Stati italiani parvero ridurre ogni rapporti politico e diplomatico tra loro. Nemmeno nacque un fronte conservatore (non dico “reazionario”, che è una parola nobile e tragica, e lontanissima dai paciosi Ferdinando e Leopoldo eccetera) tra Stati che dovevano capire essere minacciati dalla politica di Cavour e Napoleone III; né un fronte rivoluzionario, perché Cavour seppe imporsi non solo sugli inoffensivi ideologi democratici ma anche su Garibaldi, l’unico che poteva esercitare un’azione concreta e mettere assieme persino delle cospicue forze armate. Così l’Italia fu non unita ma unificata, e a colpi di annessioni al Regno di Sardegna e alle sue istituzioni e alla sua legislazione. Ma persino questo si poteva in qualche modo non dico evitare, almeno mitigare, se la Toscana ottenne di mantenere il suo Codice Leopoldino, e, dal punto di vista giuridico, fu una specie di regione federata fino al Codice Zanardelli del 1890.  Il Regno delle Due Sicilie rimase estraneo a tutti gli eventi europei e italiani dal 1854, mentre avrebbe dovuto schierarsi o pro o contro l’Austria eccetera; né provò un’intesa con Torino o qualsiasi cosa del genere. Non rispondetemi con aneddoti: quando tentò, Garibaldi era già quasi a Napoli, e il Regno non aveva più carte da giocare. Anche i liberali siciliani e napoletani avrebbero potuto trattare con Garibaldi e Cavour, e ottenere condizioni opportune per il cambio della moneta, la conservazione del nobilissimo sistema giudiziario napoletano, eccetera. Da bravi meridionalotti si sbracarono di fronte allo straniero, come faranno nel 1943 con gli Americani e farebbero anche con gli sbarcati da Marte. Chissà se una confederazione italiana avrebbe fatto meno danni dell’unificazione frettolosa e forzata? Sarebbe bello aprire una discussione, e mica solo sul passato, anche sull’avvenire.

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