Vaccino Covid: oltre 2 milioni di furbetti hanno saltato la fila

Draghi, con riferimento al vaccino Covid, si è chiesto: "Con che coscienza la gente salta la fila?". La domanda da porsi, però, dovrebbe essere un’altra: chi gli fa saltare la fila?

Dai dati sulla campagna vaccinale pubblicati sulla piattaforma del governo, emerge che i furbetti rappresentano la regola, non l’eccezione. Allo stato, infatti, ben 2.334.495 dosi sono state somministrate a persone classificate nella categoria ”Altro”, ovvero gente che non rientra in nessuna delle casistiche ritenute a rischio dal piano vaccinale.

L’ultima resa della Seconda guerra mondiale. Nel 1951 un gruppo di soldati giapponesi depone le armi sull'isola di Anatahan

Li hanno chiamati Zanryū nipponhei, Japanese holdouts, Stragglers, Ritardatari, Soldati fantasma o semplicemente Resistenti. Tanti nomi per indicare un unico fenomeno: quello dei militari nipponici che rifiutarono di deporre le armi alla fine del Secondo conflitto mondiale.

L’esponente più noto di una schiatta tutt’altro che sparuta, è stato indubbiamente Hiro Onoda, il tenente arresosi il 5 marzo  1974 nell’isola filippina di Lubang. Quella dell’ufficiale rimasto “in servizio”, a dispetto della fine della guerra, non è una storia isolata. I precedenti sono molteplici, ma uno, in particolare, merita di essere raccontato per almeno tre ragioni. La prima, perché non ha per protagonista un singolo soldato, ma un gruppo; la seconda, poiché si tratta dell’unica circostanza in cui tra gli Zanryū nipponhei figura anche una donna; la terza, perché rappresenta l’ultima resa della Seconda guerra mondiale.

Teatro della storia che ci accingiamo e narrare è Anatahan, un’isola dell’arcipelago delle Marianne passata sotto controllo giapponese al termine della Prima guerra mondiale. E’ in questo lembo di terra sperduto nella vastità dell’oceano, che nel giugno del 1944 trova scampo un gruppo di soldati del Sol Levante sopravvissuti all’affondamento di tre navi dirette a Truk, in Micronesia, dove aveva sede la principale base navale dell'impero del Tenno nel sud Pacifico. Toccata terra, con i vestiti laceri e l’animo in subbuglio, il manipolo di sopravvissuti si rende conto di essere approdato in un luogo piuttosto inospitale.

Posizionata a 75 miglia nautiche a nord di Saipan, a causa dell’elevata attività vulcanica, Anatahan era ed è tuttora disabitata. Poco più piccola di Ischia, caratterizzata da spiagge scoscese e ripidi pendii solcati da profonde gole coperte da vegetazione, l’isola presenta una piccola spiaggia solo nella parte meridionale. Al loro arrivo, i naufraghi trovano una donna, Hika Kazuko, originaria di Okinawa ed un connazionale al servizio di un’azienda attiva nella raccolta della copra destinata alla produzione del burro di cocco. La donna, da pochi giorni, era prigioniera dell’isola insieme al collega del marito, il quale, con l’avanzare delle truppe americane, non era riuscito a ritornare da Saipan, dove era andato nella speranza di mettere in salvo la sorella. Una volta approdati su quel fazzoletto di terra, i naufraghi fanno una ricognizione e si radunano non lontani dall’unica spiaggia, fiduciosi di poter essere recuperati nel volgere di qualche giorno. Un desiderio destinato a rimanere deluso in seguito alla sconfitta subita dai loro connazionali nella battaglia delle Marianne.

Tuttavia, la piccola comunità non si perde d’animo e non vedendo arrivare alcun soccorso, inizia ad organizzarsi come può: tira su capanne con fronde di palma e si nutre di noci di cocco, taro, canna da zucchero selvatica, pesci e lucertole. Acquisita la consapevolezza che la permanenza sull’isola non sarà breve, i militari giapponesi decidono di regalarsi qualche genere di conforto. Iniziano, così, a produrre il tuba, un distillato di cocco tipico delle Marianne, simile al Lambanóg filippino.

Tutto è necessariamente autarchico, almeno fino al 3 gennaio 1945, quando sull’isola precipita un B29 americano di ritorno da una bombardamento su Nagoya, in Giappone. Lo schianto, non lascia scampo agli 11 membri dell’equipaggio, ma si rivela una vera fortuna per i giapponesi. Il relitto diventa, infatti, un’insperata miniera: le lamiere vengono modellate per ricavare utensili o coperture per le capanne, i paracadute sono trasformati in indumenti, i fili dell’impianto elettrico diventano lenze per la pesca. Recuperate le armi in dotazione all’equipaggio e smontate dall’aereo le mitragliatrici ed il cannone, i giapponesi, guidati dal loro ufficiale, costruiscono rudimentali postazioni difensive.

L’esistenza di quei novelli Robinson Crusoe sarebbe rimasta ignota se, nel febbraio del 1945, sull’isola non fosse arrivata una spedizione di chamorros (indigeni delle Marianne) inviata dal comando americano di stanza a Saipan per recuperare i corpi degli avieri precipitati con il B-29. Rientrati alla base, i chamorros fanno un dettagliato rapporto e comunicano di aver avvistato un gruppo di soldati nemici. I comandi statunitensi che, con la tattica del “salto della rana”, sono impegnati, isola dopo isola, ad avvicinarsi al territorio metropolitano dell’antica Yamato, non danno molta importanza a quel manipolo di uomini rimasti, come tanti altri, intrappolati su un’isola sperduta.

Nel frattempo, la vita della comunità procede tra non poche vicissitudini. Ai comprensibili disagi determinati da una situazione limite, si aggiunge un elemento eccezionale: la presenza di Hika. Quell’unica donna, su un’isola abitata da soli uomini, peraltro spesso preda dell’euforia provocata dal tuba, genera inevitabili attriti; tanto che cinque degli undici morti registrati durante i sette anni di permanenza dei naufraghi ad Anatahan, erano mariti di Hika, quattro dei quali ufficialmente deceduti in seguito ad incidenti di pesca. La circostanza, ovviamente, non sfuggirà ai giornali che al ritorno della donna in patria non si limiteranno a tratteggiare la "Robinson" femminile intenta a modellare abiti con i paracadute, mentre gli uomini procurano il cibo. La gran parte della stampa, si concentrerà, infatti, su quelle morti avvenute in "circostanze misteriose". Per alcuni rotocalchi, poi, l'isola sarebbe stata addirittura un “focolaio di passione ed assassinio”. Tuttavia, la versione dei fatti fornita dalla protagonista è piuttosto differente. Hika, infatti, nel sostenere di essere stata costretta a sposarsi dall'ufficiale superiore del gruppo, preoccupato sia per lei che per la disciplina degli uomini, ha sempre affermato con forza che i suoi mariti non sono stati assassinati, ma morti per malattie o incidenti. In ogni caso, mentre nell’isola si riproducono dinamiche che per la stampa scandalistica coniugano eroismo ed erotismo, il tempo passa e con una certa regolarità, le autorità americane inviano navi per cercare di convincere i giapponesi a lasciare l’isola.

Fedeli al precetto del Bushido che considera la resa un disonore, i soldati nipponici rifiutano di deporre le armi, nella convinzione che la guerra non sia ancora finita. La situazione si trascina fino al luglio 1950, quando ad aprire una breccia nell’ostinato muro eretto dai suoi connazionali è proprio Hika la quale, avvistata una nave americana - la Miss Susie - chiede di essere portata via dall’isola. All’arrivo a Saipan, la donna fa sapere ai comandanti statunitensi che ad Anatahan tutti credono che Giappone e Stati Uniti stiano ancora combattendo. Gli americani segnalano, quindi, la vicenda alle autorità di Tokyo che rintracciano i familiari degli Zanryū nipponhei, invitandoli a scrivere ai loro congiunti per convincerli ad arrendersi. Le lettere vengono lanciate sull’isola, ma i naufraghi credono sia un inganno orchestrato dalla propaganda dello zio Sam.

Così, nel gennaio del 1951, a rivolgersi ai sopravvissuti è il governatore della prefettura di Kanagawa il quale, con un ennesimo messaggio, li informa della sconfitta del Giappone e dei buoni rapporti nel frattempo instaurati con gli Stati Uniti. Il governatore scrive, inoltre, che tutti i soldati sono stati rimpatriati e conclude: “Ora non ci sono altri militari giapponesi nel Pacifico, tranne voi”. Ovviamente, non tutte le lettere arrivano ai destinatari, pertanto il recapito viene ripetuto più volte, fino al 26 giugno 1951, quando i naufraghi di Anatahan decidono di arrendersi. Pochi giorni dopo, il 30 giugno prende il via l’operazione “Rimozione". Da Saipan salpa il rimorchiatore oceanico Uss Cocopa. Una volta a destinazione, dalla nave viene calato in mare un gommone che porta sull’isola l’interprete Ken Akatani ed il tenente comandante James B. Johnson, al cospetto del quale i 19 soldati superstiti depongono le armi. Saliti a bordo della nave, con i loro pochi averi sistemati in un pandano intrecciato, vengono condotti a Guam da dove, nel giro di una settimana, un aereo della Marina degli Stati Uniti li condurrà a Tokyo. E’singolare che l’ultima guarnigione giapponese lasci le Marianne lo stesso giorno in cui la gestione dell’Amministrazione americana del Territorio delle isole del Pacifico passa dai militari ai civili.

Segno che la Seconda guerra mondiale è definitivamente finita, anche se Zanryū nipponhei isolati, continueranno la pugna fino alle soglie degli anni Ottanta.

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"Il vecchio delle castagne" del serrese Mirko Tassone tra i migliori racconti italiani inediti

Si intitola "Il vecchio delle castagne" ed è ispirato ai ricordi di un canuto vegliardo che, ogni anno, accompagnato da un somaro, arrivava a Serra San Bruno per vendere castagne, il racconto con il quale il giornalista Mirko Tassone ha trionfato nella sesta edizione del “Premio letterario Cultora” e che oggi è stato inserito nell’antologia “I racconti di Cultora” che racchiude i migliori racconti italiani inediti.

La storia del racconto, il cui filo conduttore è il tempo, nelle sue diverse declinazioni, si dipana in un universo che si affanna a conservare se stesso, a dispetto di una modernità molesta e irriverente.

Nel racconto affiora, quindi, la vita di un paese di montagna di cui il giornalista è originario, con le massaie impegnate ad allestire la dispensa in vista dell'inverno ed i bambini, il cui caotico scorrazzare sull'acciottolato, è momentaneamente interrotto dal passaggio del somaro con in groppa le gerle cariche di castagne.

Non manca, infine, la ricostruzione dell'atmosfera di una vecchia osteria, o meglio in una delle tante "cantina" serresi spazzate via dall'inesorabile incedere del tempo che, con una enormità di dettagli, con i suoi gusti, odori e sensazioni, fissa nero su bianco quegli straordinari elementi della memoria che si chiamano ricordi.

La Sesta edizione del Concorso Letterario Cultora ha confermato – qualora ce ne fosse stato bisogno - uno straordinario Mirko Tassone, capace di scandagliare nel passato attraverso le immagini, scolpire nel presente con i ricordi e preservare il tutto per il futuro con preziose informazioni. Il merito del concorso è quello di essere un grande mezzo di aggregazione culturale capace di unire centinaia di scrittori, esordienti e non, di tutta Italia. Un appuntamento importante, grazie al quale gli autori esprimono il loro spirito e attraverso racconti inediti, offrono al lettore storie, sensazioni, esperienze che, ora, grazie al supporto cartaceo diventano eterne e condivisibili.

Cultora è un portale di informazione culturale indipendente aggiornato quotidianamente con news e approfondimenti di letteratura, cinema, media, tecnologie e arte. Il sito nasce dalle case editrici Historica e Giubilei Regnani. Ad oggi collaborano una sessantina di giornalisti e scrittori ed il sito si sta affermando come uno dei più importanti nel panorama letterario degli ultimi anni. Bruno Vellone

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L’età post ideologica e la dittatura del pensiero unico

L’ età post ideologica è un imbroglio.

La pretesa fine dei grandi sistemi ideali che hanno caratterizzato il Novecento, è una colossale bufala.

Con la caduta del muro di Berlino, non sono finite le ideologie, solo una di esse: quella comunista.

A rimanere in piedi ed a prendere il sopravvento è stata, quindi, l’ideologia liberale, in assoluto la più vecchia.

Come un novello Dorian Gray, il liberalismo è riuscito a cambiare volto ed a dissimulare tutte le sue rughe.

A partire dagli anni Novanta, il modello liberale ha rotto gli argini. Si è prepotentemente insinuato nella vita delle persone ed ha plasmato l’epoca in cui viviamo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Stipendi da fame, contrazione dello stato sociale e polarizzazione della ricchezza, sono solo alcune delle conseguenze prodotte da politiche economiche partorite da un’ideologia che pretende di far ordinare il mondo ad una mano invisibile. Una mano, talmente invisibile, che nessuno ne percepisce la presenza.

Ad arginare l’ascesa delle politiche liberali e liberiste, in questi anni, non c’è stato nessuno.

Una situazione paradossale, ma non casuale.

La retorica post-ideologica e la spersonalizzazione dell’ideologia al potere, hanno creato, infatti, l’idea che all’attuale sistema non ci siano alternative.

Complice l’imponente apparato propagandistico di cui dispone, il potere è riuscito a perpetuare se stesso.

La subdola tirannia del pensiero unico è stata, ulteriormente, rafforzata con  lo smantellamento delle sovrastrutture e la creazione di una società liquida.

Il mondo dominato dal relativismo e dall’assenza di valori condivisi è stato, infatti, funzionale alla nascita dell’homo oeconomicus, ovvero il migliore alleato dell’oligarchia dominate.

Passando per la post ideologia si è approdati, quindi, alla post politica. La nostra epoca è  segnata, infatti, dall’idea che i partiti politici debbano essere dei semplici contenitori la cui funzione non è realizzare  programmi, ma conquistare e mantenere il potere. 

Di post in post, si è arrivati, infine, alla post verità, con l’ovvio corollario che ciò che conta non è la verità, ma solo la sua percezione.

L’importante, benintéso, è che sia espressa in un post, ovvero nel modo più efficace per mortificare l’intelligenza umana.

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Caserma del Comando provinciale dei Carabinieri di Crotone: un'incompiuta, compiuta, ma mai consegnata

Il giornalista Mirko Tassone scrive che: “peggio di un’opera pubblica mai completata, c’è solo un’opera pubblica completata ma mai consegnata alla comunità, con il rischio di essere condannata a subire i segni del tempo che passa.”

È il caso dell’immobile, nuovo di zecca, edificato a Crotone, nella zona di nuova espansione, la Crotone 2, sulla via Gioacchino da Fiore, di fronte alla sede provinciale della Croce Rossa e a quella dei Vigili del Fuoco. Sto dicendo dell’imponente ed elegante fabbricato destinato, almeno così si è sempre detto da più parti, a Caserma del Comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Crotone, ma ancora non consegnato.

Sono già almeno tre anni che l’edificio è bello e completato in tutte le sue parti, in quella esclusivamente militare ed amministrativa ed in quella residenziale con un bel numero di edifici destinati agli alloggi dei militari single e a quelli con famiglia. Vogliamo che anche questa gigantesca infrastruttura diventi altra cattedrale nel deserto con tanto di enorme spreco di risorse pubbliche? Ricordiamo che negli anni passarti e per molti anni la sede del Comando provinciale dei Carabinieri è stata allocata tra via IV Novembre e largo I Maggio in edifici presi in fitto, insomma l’unica Caserma di livello provinciale allocata in edifici di proprietà privata e sistemati a piano interrato e 1° piano. Per la cronaca ricordiamo che solo da pochi anni la detta Caserma ha trovato sede nei vecchi edifici delle Ferrovie dello Stato adiacenti alla stazione ferroviaria e dove, fin quando i treni viaggiavano con regolarità dalle nostre parti, funzionava una mensa per i ferrovieri.

Orbene, la sede, o presunta tale, di via Gioacchino da Fiore, la lasceremo in pasto a vandali o similari, l’abbandoneremo come la Caserma dell’Esercito di Cutro? Si chiederà un cambio di destinazione d’uso o cos’altro.?Altrimenti altro enorme spreco di risorse pubbliche!

 

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Gli italiani diventano più poveri, il Governo pensa a nuove tasse

Come nella migliore tradizione italica, i nodi stanno venendo al pettine. Il tappeto non riesce più a contenere la tanta polvere che la politica ha cercato di nascondere. Dopo sei anni di democrazia bloccata, governi non eletti da nessuno e misure lacrime e sangue, gli italiani sono sempre più poveri.

Mentre il rovello del Governo è come raccattare i soldi necessari ad evitare le clausole di salvaguardia, aumenta il numero dei cittadini indigenti.

Ad evidenziare il livello di povertà presente in Italia, è stata l’Istat con il dossier sul Def. Il documento, presentato alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha fotografato una realtà sconcertante.

Una realtà che si cerca di nascondere con banali espedienti linguistici. Il ricorso all’espressione “grave deprivazione materiale”, non alleggerisce affatto lo stato di miseria in cui versa quasi il 12 per cento della popolazione italiana.

Nonostante la reiterata narrazione che vuole il Paese, ciclicamente, fuori dalla crisi, negli ultimi tre lustri, è cresciuto il numero delle famiglie che vivono di stenti.

Secondo il rapporto Istat, i nuclei familiari indigenti superano i 3 milioni. Complessivamente, gli italiani sotto la soglia di povertà sono 7 milioni  209 mila.

La crisi economica ha colpito pesantemente gli over 65 che, tra il 2015 ed il 2016, hanno subito un vistoso processo d’impoverimento. In poco meno di un anno, gli anziani indigenti sono passati dall’8,4  all’11, 1 per cento. Un dato sul quale pesa anche l’assenza di opportunità occupazionali. Sono sempre più numerosi, infatti, i genitori costretti a dividere la magra pensione con i figli senza lavoro.

La situazione peggiore, ovviamene, riguarda il Mezzogiorno dove la povertà è tre volte superiore a quella registrata nell’Italia Settentrionale.

I dati dimostrano come (per continuare la lettura clicca qui)

     

]Articolo pubblicato su: mirkotassone.it

Le fake news e le false verità

Il vero pericolo sono le fake news. E’ colpa loro, se i popoli  mostrano riluttanza rispetto alle devastanti politiche liberiste praticate in Occidente. Per circoscriverne le conseguenze, i campioni della libertà a fasi alterne, si stanno prodigando per istituire un organismo censorio. Un comitato cui affidare il compito di stabilire, ciò che può essere pubblicato e ciò che deve essere taciuto.

Niente di originale, ovviamente.

Il modello ispiratore potrebbe essere ricercato in  1984, il romanzop distopico in cui George Orwell parla del “ministero della Verità”. Un organismo, cui il potere  ha assegnato il compito di selezionare le notizie. Quelle pericolose vengono scaricate nel “buco della memoria”, le altre, invece, vengono riscritte per adattarle alle esigenza del momento.

Sul primo fronte, si sta cercando di affinare il meccanismo, proprio a partire dalle fake news. Sul secondo, invece, i pupari dell’informazione  si sono decisamente portati avanti. Grazie a tv e giornali di servizio, le notizie sono sottoposte ad un costante trattamento manipolatorio.

Un esempio particolarmente efficace, è rappresentato dall’azione propagandistica messa in campo in occasione della celebrazione del Trattato di Roma. Paginate intere di giornali scritte per declamare le virtù dell’Unione europea. Servizi confezionati per cercare di rendere appetibile un’istituzione che si occupa di tutto, fuorché del benessere dei cittadini.

Nel misero repertorio mandato in scena, gli agit prop di Bruxelles hanno cercato di presentare il volto buono dell’Europa. Per farlo hanno seguito le direttive del “ministero della verità”.

Non potendo dichiarare, infatti, che l’Ue, lungi dall’essere la casa comune dei popoli europei, è diventata un enorme centro commerciale con annesso circo destinato agli apprendisti stregoni della finanza, l’informazione di servizio si è dovuta inventare qualcosa.

In assenza di argomentazioni concrete, la macchina della propaganda ha puntato tutto su un tema astratto: la pace. “Dopo mille anni di guerre – è stato scritto  – grazie all’Unione, per la prima volta l’Europa non ha conosciuto la guerra”.

Si tratta del classico esempio, in cui la realtà viene modellata, plasmata ad uso e consumo della tesi da sostenere. La formula, ripetuta come un mantra, diventa quindi una verità ufficiale.

Una verità fallace, fuorviante, in contrasto con la realtà. La storia d’Europa,  è vero, è costellata d’ innumerevoli guerre, ma è altrettanto vero che gli europei non si sono sempre scannati. Lunghi periodi di pace ci sono stati, anche quando l’Ue non era nata. Giusto per non andare troppo in là nel passato, basti ricordare gli oltre trent’anni senza guerra seguiti al Congresso di Vienna ed il mezzo secolo di pace, trascorso dalla battaglia di Sedan allo scoppio della Grande Guerra.

A ciò si aggiunga che se, in Europa, il cannone tace dal 1945, il merito non va certo ascritto all’Ue. Non va dimenticato, infatti, che per oltre cinquant’anni il mondo è rimasto congelato. Il lungo periodo di pace è stato determinato da fattori del tutto estranei alle istituzioni europee. Sono stati gli effetti devastanti della Seconda guerra mondiale, la logica di Yalta, la cortina di ferro e gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti ad impedire l’esplosione di nuovi conflitti.

L’Europa ha giocato il ruolo della semplice spettatrice, anche quando la guerra ne ha lambito i confini con la mattanza nei Balcani.

Articolo pubblicato su: http://www.mirkotassone.it/

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Il caso Minzolini e la sfiducia nei partiti

La vicenda che, nei giorni scorsi, in Senato ha visto protagonista Augusto Minzolini è solo l’ultimo di una lunga serie di esempi in cui la “casta” interviene per preservare se stessa. Nel caso dell’ ex direttore del Tg1 condannato, a due anni e sei mesi, per aver speso 65 mila euro con la carta di credito della Rai, la macchina del trasversale soccorso parlamentare ha dimostrato la sua proverbiale efficienza.

Un’efficienza sconosciuta in altri ambiti.

Ma quando c’è da salvare la cadrega, deputati e senatori si distinguono per la generosa solidarietà.  Una generosità determinata dall’assenza di diaframma tra la gran parte dei partiti presenti in Parlamento. In molti casi, sono l’uno la fotocopia dell’altro. Comitati il cui centro di gravità è rappresentato da interessi, spesso in conflitto con quelli dei cittadini.

Episodi sui quali, in altri tempi, i partiti avrebbero alzato barricate, oggi vengono affrontati all’insegna del “volemose bene”.

Capita, quindi che, un giorno, i senatori di Forza Italia non votino la sfiducia al ministro Lotti e il giorno successivo, quelli del Partito democratico si sentano in dovere di soccorrere il collega azzurro.

La volontà democrat d’inviare un manipolo di truppe cammellate a difendere il ridotto Minzolini, lo si deduce da una circostanza. Nell’occasione, al Largo del Nazareno è stata lasciata libertà di coscienza. Cosa c’entri con la coscienza un voto in cui si delibera l’applicazione di una legge (Severino) che stabilisce la decadenza del parlamentare condannato a più di due anni, è un mistero piuttosto buffo.

La vicenda rappresenta, piuttosto, il paradigma di quanto la politica sia arroccata nella propria torre d’avorio. I partiti sono sempre più alieni rispetto al Paese che pretendono di rappresentare.  Deputati e senatori, come i passeggeri del treno senza macchinista lanciato a folle velocità, descritto da Zola nella “Bestia umana”, continuano a fare tranquillamente i loro comodi.

Il treno, però, prima o poi si schianterà.

Tanto più che il “teatrino della politica” risulta sempre più indigesto. Gli italiani ne hanno le tasche piene di cacicchi,  incapaci, non solo di risolvere i problemi, ma anche di capirli.

Nulla di più normale, quindi, se i cittadini non hanno alcuna fiducia nei partiti.

La cifra di quanto la diffidenza sia radicata, è stata fotografata da un sondaggio condotto dall’Istituto Demopolis.

L’indagine, effettuata dal 5 al 7 marzo, ha rilevato che solo cinque persone su cento nutrono fiducia nei partiti.

Un dato dovrebbe far suonare, non uno, ma mille campanelli d’allarme:

la percentuale di chi si fida dei partiti è scesa di  20 punti rispetto al 1992, l’anno di Mani Pulite.

*articolo pubblicato su mirkotassone.it

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