Mongiana ed i suoi "Luoghi del cuore"

C’è, anche, Mongiana nell’elenco dei “Luoghi del cuore” del Fai, il progetto con il quale il Fondo ambiente italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, ogni anno cataloga le località da “non dimenticare”.  L’iniziativa, nell’edizione del 2014, ha coinvolto “un milione e seicentomila persone” che hanno indicato quelli che considerano i loro “luoghi del cuore”.  Tra le oltre ventimila segnalazioni, distribuite in più di quattromila comuni, figurano ben quattro siti ubicati nel comune di Mongiana. Le località entrate nella classifica dei “tesori più o meno noti, che rivestono un significato importante per il loro valore emozionale e identitario, e non solamente storico, artistico e paesaggistico”, ci sono, anche,: la Fabbrica d’armi borbonica, le Reali ferriere, Villa Vittoria ed il parco cittadino. A darne comunicazione, il sindaco Bruno Iorfida che, nei giorni, scorsi ha ricevuto la comunicazione ufficiale del presidente del Fai Andrea Carandini. Nelle comunicazione inviata al primo cittadino del borgo delle ferriere, il rappresentante del sodalizio ha evidenziato come l’iniziativa non abbia soltanto un valore simbolico. “Grazie al censimento – infatti – in questi dodici anni il Fai è intervenuto a favore di 45 beni in 15 regioni, spesso con il concorso degli Enti pubblici, creando circuiti virtuosi”.  Intervento di cui, anche quest’anno, potranno beneficiare  i “Luoghi del cuore che hanno ottenuto almeno 1.000 voti”, previa presentazione di una candidatura al Fai da proporre entro il 9 giugno. Grande la soddisfazione del sindaco Iorfida il quale ha commentato: "sono veramente soddisfatto nell'apprendere la notizia. Vuol dire che il lavoro di promozione e valorizzazione del territorio sta funzionando nel migliore dei modi. Questo piccolo ma importantissimo traguardo ci dà la spinta per continuare a promuovere un territorio dalle peculiarita e potenzialità enormi. Questo è stato anche possibile grazie anche al Corpo Forestale dello Stato UTB Mongiana avendo contribuito a far venire visitatori e a far conoscere il nostro territorio. Mongiana è un luogo dove storia e natura si intrecciano dando al visitatore diversi spunti di riflessione e scorci incantevoli. Facendo rivivere per un attimo ciò che eravamo".

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A Mongiana, si parlerà della seta in Calabria

Appuntamento domani alle 17,30 con la seconda serata dell’Anno letterario MoMò. La rassegna, organizzata dall’associazione culturale per la promozione sociale “MoMò” si svolgerà nella cornice di Villa Trozzo Scrive, a Mongiana. Protagonista dell'iniziativa sarà “La seta a Catanzaro e Lione” (Rubbettino), della giornalista catanzarese Angela Rubino. All’incontro, patrocinato da Confimpresa (Confederazione della Piccola Media Impresa e dell'Artigianato) e dell’Associazione Nazionale “Briganti”, prenderanno parte, oltre all’autrice del libro, Diego Giovinazzo, segretario nazionale di Confimpresa, lo storico Mario Saccà e Francesco Lo Giudice, Dott. Ric. In Sociologia Politica – UNICAL e Giuseppe Bartiromo (tra i fondatori dell’Associazione Briganti Nazionale). I temi che saranno affronteranno nel corso del dibattito andranno al di là dell’aspetto storico, legato all’illustre passato che vide il capoluogo calabrese distinguersi in tutta Europa, per la straordinaria qualità dei tessuti serici prodotti nelle sue filande. La serata, infatti, sarà arricchita dal racconto delle esperienze di imprenditori che illustreranno uno spaccato della Calabria contemporanea. Veranno, infatti, narrate le storie del Lanificio Leo, la più antica fabbrica tessile attiva in Calabria e della Cooperativa “Nido di Seta”, che a San Floro pratica la gelsi bachicoltura a scopo didattico. All’incontro seguirà un “Aperitivo Sociale”. La serata sarà suggellata dalle note dei The clack's bat (jazz/blues/oldies), la cui esibizione avrà inizio intorno alle 19 circa (ingresso libero).

Mongiana ed il misterioso “delitto dell’amuleto"/ PARTE II

Il pezzo che segue è la prosecuzione un articolo pubblicato ieri al quale è possibile accedere cliccando qui:

Le indagini si muovono in tutte le direzioni. Gli inquirenti iniziano a scavare nel passato della vittima e scoprono che vent’anni prima Demasi era stato condannato ad otto anni di galera per aver ucciso con un colpo di fucile una donna, Carmela Gallace. La pista, però, si rivela piuttosto inconsistente. Demasi, infatti, aveva sempre sostenuto di aver sparato alla cieca tra gli alberi per intimorire quelli che pensava fossero ladri. Oltre ai giudici che comminano una pena piuttosto mite, credono alla tesi anche i parenti della donna che “riallacciarono con lui buoni rapporti”.

Si cerca, quindi, di capire se l’omicidio possa essere nato nell’ambiente familiare, ma “un contadino, Antonio Nesci - che era stato il primo ad accorrere udendo il pianto del figlio della vittima - testimoniò sul sincero dolore dell’Antonio”.

Non emerge nulla, neppure dalle indagini che riguardano “due altri fittavoli, Angelo Belcastro e Domenico Caré, pure vicini, [che] non avrebbero avuto ragione alcune per commettere quel delitto”.

Scartate tutte le altre ipotesi, le attenzioni si appuntano su un uomo, “tale Ilario Cavallaro”. A spingere le indagini in quella direzione, sono soprattutto le dichiarazioni rilasciate dai “congiunti dell’ucciso” che indicano il movente in dissapori di carattere familiare. Cavallaro, infatti, nel 1942, “aveva sposato con il solo rito civile una figlia del Demasi, Rosina, allora di diciassette anni, senza vivere neanche un solo giorno con lei. Gli sposi si sarebbero stabiliti insieme al ritorno del giovane. Le cose, però, andarono per le lunghe. L’Ilario, partito per la Libia, fu fatto prigioniero dagli inglesi e solo nel ’46 rivide l’Italia”.

Rientrato dalla prigionia, “la cerimonia religiosa fu rinviata” perché lo sposo “chiedeva al suocero che assegnasse in dote alla moglie una certa somma di denaro e, in più il terreno, sostenendo che quei beni, in fondo, erano solo un indennizzo per tutti gli assegni familiari che Demasi aveva percepito, attraverso la figlia sposata ad un militare, durante quattro anni”.

Il rifiuto era stato accompagnato dalla ferma decisione di “Rosina”, la quale “pentita delle nozze, non aveva alcuna voglia di vivere con il marito e fu solidale con il padre”. L’intera vicenda aveva avuto delle conseguenze di carattere giudiziario, tali da indurre i carabinieri ad arrestare Cavallaro con l’accusa di essere l’autore dell’omicidio. Insieme a lui vengono mandati in galera, “il padre, Bruno, e i fratelli Salvatore e Rocco, poi tutti rilasciati avendo potuto essi provare che quella notte si trovavano a Serra San Bruno, loro paese di residenza”.

Anche Ilario dichiara, inutilmente, di aver trascorso la notte dell’omicidio nel paese della Certosa. Nonostante l’assenza di prove contro di lui, sulla base di un “processo tipicamente indiziario”,  viene “condannato, oltre alle pene accessorie, a venticinque anni”.

Nel 1955, però, in occasione del “giudizio di secondo grado” i magistrati vogliono approfondire la questione e decidono d’indagare tutti i punti oscuri delle vicenda. Cercano, quindi, di capire per quale motivo il cadavere sia stato appeso ad una trave, ma soprattutto che cosa possa rappresentare quello strano amuleto lasciato dall'assassino. Si rivolgono, quindi, a Raffaele Corso il quale nella sua perizia scrive: “ La testuggine non è riprodotta integralmente, ma nel guscio soltanto, cioè senza la testa, la coda e le zampe. Evidentemente, l’artefice non ha voluto ritrarre il rettile vivo, come si vede in un quadro del secolo XVI, dove esso figura come emblema dell’amore felice. […] Pertanto bisogna indirizzare le indagini verso pratiche magiche locali, tenendo presente che in Calabria, come in altre regioni i superstiziosi, per ricondurre all’amore i riottosi, ricorrono alle arti della strega, la quale mette in pratica, secondo l’occasione, filtri non comuni. Qualche abile strega locale, informata degli antichi usi, avrà suggerito al delinquente l’amuleto della gioia amorosa nella forma priva di vita e cioè del solo guscio”. Lo studioso aggiunge: “ La testuggine, che viva simboleggia la fecondità, morta starebbe la sterilità. Tanto e vero che la testuggine viva si mantiene tuttora nelle case delle popolane come simbolo della feconda pace e si ritiene segno di prossima disgrazia la sua scomparsa o la sua morte”. In altre parole, la conclusione dell’etnografo è che  “l’uccisore voleva indicare, anzi gridare di fronte a tutti che, colpito come uomo perché privato della sua donna, si era vendicato. Questo il filo sottile fra il delitto e l’amuleto”.

La spiegazione però, non convince “la Corte” che, in assenza di “prove precise”, assolve l’imputato.

Scarcerato il maggiore indiziato, l’omicidio resta, quindi, impunito con il risultato che la testuggine “rimarrà fra la gente di queste campagne come il simbolo del mistero che avvolge il fosco delitto dell’amuleto”.

 

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Mongiana ed il misterioso “delitto dell’amuleto"/ PARTE I

“In questa provincia v’è un Comune, Mongiana, il cui nome rimarrà negli annali della criminologia per uno strano delitto – rimasto finora impunito – che per la prima volta nella storia delle istruttorie giudiziarie, ha chiesto l’intervento di un perito non medico né chimico né psichiatra, ma studioso, e insigne etnografo: il professor Raffaello Corso, titolare di quella materia nell’istituto Superiore Orientale di Napoli. E a lui, infatti, che i giudici dell’Assise d’Appello di Catanzaro hanno chiesto di spiegare qual è il significato del misterioso amuleto appeso al collo di un contadino, Francesco Demasi, di settanta anni, trovato morto e legato ad una trave del suo casolare, in contrada S. Maria di Cropani”.

Inizia con queste parole, un dettagliato resoconto giornalistico, pubblicato nel maggio del 1956 sulla “Stampa “ di Torino.

Vergato da Crescenzo Guarino, l’articolo descrive l’ultima fase processuale di un omicidio perpetrato a Mongiana, il 27 luglio 1950.

Non si tratta del solito omicidio, di un assassinio come gli altri. Oltre alle modalità con le quali è stato consumato il crimine, di anomalo c’è un particolare: al collo della vittima, l’omicida ha appeso un ciondolo raffigurante una tartaruga.

Un simbolo che induce i magistrati della Corte d’Appello di Catanzaro a rivolgersi ad un illustre studioso per cercare di venire a capo del mistero. I giudici sperano, infatti, di capire quale possa essere stata la ragione per la quale l’assassino abbia lasciato quello strano oggetto.

La relazione presentata da Raffaele Corso rappresenta, però, solo l’epilogo di una vicenda iniziata qualche anno prima.

Siamo negli ultimi giorni nel luglio del 1950, fa caldo, è tempo di raccolto e le attività agricole fervono. Un contadino, Francesco Demasi, come ogni anno, con l’arrivo dell’estate si stabilisce nel suo fondo agricolo situato nella contrada Santa Maria di Cropani di Mongiana e vi trascorre tutto il tempo. La mattina bisogna iniziare i lavori prima che il sole sia alto. Per non perdere tempo, anziché fare ritorno nella sua casa di Mongiana, a fine giornata l’anziano si sdraia su un pagliericcio, fatto da una “coperta di lana grigia ed una giacca”, che ha allestito in una capanna senza porta. Accanto alla bicocca c’è un casolare nel quale l’uomo custodisce gli attrezzi ed altre povere cose. Trascorsa la notte, all’alba si sveglia, si alza e riprende le sue attività. Ogni giorno è uguale al precedente, fino al 27 luglio, quando “una guardia campestre, Bruno Monteleone, si recò alla stazione dei Carabinieri di Serra San Bruno per denunciare che, trovandosi a passare lungo la carrozzabile per Fabrizia, presso un fondo di Santa Maria di Cropani,  aveva udito delle grida di dolore e d’aiuto. Dalla voce riconobbe subito un suo amico, Antonio Demasi. Accorso nell’abitazione, si era trovato innanzi ad un fatto atroce: il corpo di Francesco, padre di Antonio, stava sollevato da terra, legato ad una fune che, girandogli sotto le ascelle, era sospesa al soffitto. Il vecchio, a piedi nudi, indossava dei pantaloni di tela blu ed una camicia di cotonina Kaki. Nell’interno del casolare, composto di una sola stanza, le poche cose alcuni recipienti di terracotta, due ceste del pane) tutte al loro posto dimostravano che non vi era stata lotta”.

La scena, macabra, si arricchisce di nuovi particolari quando le risultanze della “perizia necroscopica” evidenziano che l’uomo è stato soffocato nel sonno.

Qualcuno, quindi, nel cuore della notte, dopo averlo strangolato si è preso la briga di “trasportare” il cadavere nel “casolare”, di appenderlo con una fune ad una trave e di lasciargli addosso un misterioso amuleto.

Fosse stato consumato ai giorni nostri, il delitto avrebbe animato sicuramente una delle tante trasmissioni in cui si spettacolarizza, anche, la morte più violenta. Ma nell’Italia degli anni Cinquanta la vita, come la morte ha una sua sacralità.

CONTINUA

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Le ferriere calabresi: ascesa e declino di Mongiana /PARTE III

Il pezzo che segue è la prosecuzione di due articoli pubblicati ieri e l'altro ieri ed ai quali è possibile accedere cliccando sui link che seguono:

 http://www.ilredattore.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1916:la-calabria-e-le-ferriere-itineranti&Itemid=953

http://www.ilredattore.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1933:dalle-ferriere-itineranti-alle-attivita-protoindustriali&Itemid=953

 Alla fine del Settecento la situazione generale dell’attività siderurgica calabrese è tutt’altro che entusiasmante. Per cercare di risollevarne le sorti il governo, oltre ai tecnici stranieri, invia nelle Serre, Giovanni Conty. La condizione è talmente critica che appena giunto sul posto manda a Napoli una relazione nella quale chiede di essere messo nella condizione di ristrutturare l’intero complesso o, in alternativa, di essere avvicendato. Con l’ultimatum, Conty trasmette la proposta di varare una norma a tutela del bosco ed un dettagliato piano di sviluppo. Il piano contiene la proposta di trasferire l’attività in località Cima, alla confluenza dei fiumi Ninfo e Allaro, al centro di fitti boschi equidistanti dalle due coste. Il Ministero accoglie il piano, avallato da Alessando Persico, diretto superiore di Conty e dà il via libera alla realizzazione della nuova manifattura che, secondo quanto riportato dal quarto e quinto direttore della ferriera, Vincenzo Ritucci e Michele Carascona, sorge a partire dall’8 marzo 1771. Il nucleo intorno al quale nasce l’insediamento che assume il toponimo di Mongiana, un anonimo ruscello tributario del Ninfo, inizialmente è composto da due altiforni, coperti da una rudimentale tettoia e quattro baraccamenti. Nel 1789, Ferdiando IV, che nel 1759 aveva preso il posto di Carlo divenuto re di Spagna, fa bandire un concorso per un viaggio di studio da effettuarsi in Sassonia, Baviera, Austria, Francia ed Inghilterra. “Scopo del viaggio è studiare la composizione chimico fisica dei minerali, conoscere le nuove tecniche estrattive, avvicinarsi al mondo produttivo e, non ultimo, impadronirsi delle nuove tecniche adottate dall’industria europea”. Il viaggio dei sei vincitori, Carmine Lippi, Giovanni Faicchio, Giuseppe Melograni, Vincenzo Raimondi, Andrea Savaresi e Matteo Tondi si concluderà, nel 1797. Ritornati in patria il Governo, determinato a far fruttare le conoscenza acquisite dai suoi tecnici, spedisce in Calabria, Tondi, Melograni, Faicchio e Savaresi che stravolgono tutti i metodi di lavorazione. Le vicende del neonato “stabilimento” s’intrecciano con quelli della Rivoluzione francese. I lavori per la realizzazione della ferriere non erano stati rapidissimi, tanto che solo nel 1778 erano stati portati a compimento i lavori di livellamento dei fiumi, con creazione di cadute adatte ad alimentare il sistema di trombe usate per insufflare aria nei forni. Fino al 1790, anno della sua morte, Giovanni Conty annota solamente le produzione delle ferriere di Paino della Chiesa. Con tutta probabilità, complice il terremoto del 1783, la ferriera di Mongiana non era ancora entrata a regime. Alla morte di Giovanni Conty, l’amministrazione passa nelle mani del figlio, Massimiliano. Le prime produzioni di un certo rilievo risalgo agli ultimi anni del Settecento quando la ferriera produce 3.750 cantaia di ghisa, 1.870  cantaia di ferro fucinato, ovvero 337 tonnellate di ghisa e 168 di ferro. Alla lunga gestazione ed alla esigua produzione si aggiunge, nel 1796, il dato che l’artiglieria lamenta la pessima qualità del ferro, i difettosi calibri dei cannoni e l’approssimativa fattura dei proiettili prodotti in Calabria. Al termine della riconquista ad opera del Cardinal Ruffo, nel 1799 Massimiliano Conty, che si era schierato con la Repubblica, viene estromesso dall’amministrazione della ferriera che viene affidata a Vincenzo Squillace, capomassa delle bande di Cardinale. Ristabilita la situazione a Mongiana rimarranno solamente Faccio e Savarese, mentre Tondi e Melograni vengono allontanati dal Regno per aver sostenuto la repubblica. Nel 1800 il Re sancisce il passaggio delle ferriere dal Ministero delle Finanze a quello della Guerra e Marina. La direzione d’artiglieria invia i suoi ufficiali a sorvegliare. Nel 1801 arriva il capitano Ribas che abolisce il sistema del getto detto a conchiglia e lo sostituisce con lo staffaggio in sabbia. Sotto l’amministrazione di Squillace, vengono perfezionati gli altiforni ed alle quattro ferriere (san Carlo, san Bruno, san Ferdinando, e Real Principe) sono assegnati compiti diversificati e complementari. Aumenta il prodotto annuale lordo che sale a 4.100 cantaia di ghisa e 2.293 di ferro. L’amministrazione Squillace va avanti fino al 1807 quando, sul trono di Napoli, arriva Giuseppe Bonaparte. Dal 1 gennaio 1808 lo stabilimento passa interamente nelle mani dei militari e rimarrà sotto il Ministero della guerra e marina per i successivi cinquant’anni. Viene nominato direttore Ritucci, mentre Squillace diventa cassiere. In pochi anni Ritucci ingrandisce e riorganizza lo stabilimento e pianifica la produzione. Intorno agli edifici di produzione sorgono le prime abitazioni destinate ai tecnici ed ai soldati. Vincenzo Ritucci rimane in carica fino al 1811, al suo posto viene inviato il capitano Michele Carascosa. La gestione Ritucci aveva sfornato prodotti buoni ma non sempre a buon mercato, Carascosa deve cercare, quindi, di abbassare i costi di produzione. Incarico che riesce a svolgere egregiamente. Nel 1814 Carascosa assicura che la produzione può superare agevolmente le 16.000 cantaia di ferro in barre. All’inizio del 1814 arriva alla direzione il capo squadrone d’artiglieria a cavallo Nicola Landi. Nel biennio successivo vengono prodotte 25.197 cantaia di ghisa e 5240 di ferro. Il risultato è notevole, raggiunto con 200 uomini in una fonderia di 31 metri per 15 da due malandati altiforni. In seguito alla Restaurazione la produzione scende sotto  4000 cantaia di ghisa, ma la produzione si specializza. Nel 1814 entrata in funzione la Fabbrica delle Canne ribattezzata dai Borbone Real Manifettura e Armeria. A partire dal 1815 le canne di fucile vengono spedite  alla manifattura di Torre Annunziata. Dopo la Restaurazione, oltre alle armi, Mongiana si specializza in produzioni destinate all’industria civile. Il successo dell’impresa induce il ministero ad inviare in Calabria un tecnico salernitano, Domenico Fortunato Savino che, in seguito all’alluvione del 1849 che danneggia pesantemente il complesso, rivoluziona la produzione e progetta, tra le altre cose, la nuova fabbrica d’armi e le fonderie. Savino aumenta e specializza ulteriormente la produzione, introducendo un nuovo metodo di fusione ed installando la “Tiraferri”, un laminatoio acquistato in Inghilterra. Intanto, dalla fabbrica d’armi, inaugurata nel 1852, partono i semilavorati destinati a Torre Annunziata e Poggioreale. Nel contempo, viene avviata la produzione di un fucile interamente costruito in loco, il modello “Mongiana”. In seguito ad un’inaspettata visita di Re Ferdinando II, nel 1852, Mongiana diventerà una colonia militare ed il direttore assumerà i poteri di sindaco. Nasce, così, il comune di Mongiana. A novembre del 1855, una nuova alluvione danneggia la fonderia. Dalla ricostruzione sorgeranno due altiforni gemelli, il san Ferdinando ed il san Francesco, i più grandi attivi in Italia. La rinascita è immediata. Grazie alle nuove infrastrutture ed ai 1550 addetti, nel 1857, la produzione, supera i 25 mila cantaia di ghisa. Il 28 agosto 1860, una colonna garibaldina, guidata dal capitano Antonio Garcea raggiunge Mongiana e ne assume il controllo. Ad appena un anno dall’Unità, la produzione si riduce drasticamente. Nonostante l’ottima qualità dei manufatti che, nel 1861, conquistano una medaglia ed un diploma all’esposizione universale di Firenze e nel 1862 una medaglia d’oro all’esposizione universale di Londra, con la legge n. 793, del 21 agosto 1862, Mongiana viene inserita tra i beni demaniali da alienare. Ad acquistarla, sarà un ex sarto catanzarese, un garibaldino giunto per la prima volta a Mongiana, con la colonna di Garcea, Achille Fazzari. La nuova proprietà riavvierà la produzione nel 1881, ma si tratterà di un fuoco di paglia. Dopo soli tre mesi, infatti, l’altoforno verrà spento. Con esso si spegnerà, anche, la speranza di una terra, ancora oggi, alla ricerca di se stessa.

Fine

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Le ferriere calabresi: dalle attività itineranti alle iniziative protoindustriali/PARTE II

Il pezzo che segue è la prosecuzione di un articolo pubblicato ieri ed al quale è possibile accedere cliccando sul link che segue:

http://www.ilredattore.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1916:la-calabria-e-le-ferriere-itineranti&Itemid=953

 

L’ attività siderurgica calabrese riceve nuovo impulso dopo il 1734, in seguito alla rinascita del Regno di Napoli guidato da Carlo di Borbone e dal suo dinamico primo ministro Bernardo Tanucci. “La produzione nazionale di ferro si attesta intorno alle 10.000 cantaia, quella dell’acciaio intorno a 1.300. In Calabria se ne producono 2.400, di cui la metà a Stilo. […] tuttavia, l’antiquata tecnica di fusione  detta alla “catalana” non è più sostenibile dal momento che comporta un insostenibile dispendio di carbone in rapporto alla quantità di itineranti. “ emblematica in tal senso è la storia della ferriera di Campoli, in territorio del Principe di Roccella, non distante da Pazzano. Distrutti i boschi limitrofi, è stata prima affiancata e poi sostituita da una nuova costruita a Bocca d’Assi da cui prende il nome. Con la ferriera di Assi si prova a dare impulso alle antiche ferriere del Piano della Chiesa. Dette ferriere, poste a nove miglia a ovest di Stilo, sono progenitrici di Mongiana e da esse proverranno i primi artefici dello stabilimento. Poco si sa sulla loro antica conformazione e, pur se di recente sono stati localizzati i ruderi dell’antica chiesetta, sappiamo solo che costituivano un articolato sistema di piccole entità produttive, ognuna a differente specializzazione, di cui le fonti citano tra le tante: fornace vecchia; fornace nuova; ferriera di Arcà; delle armi, della murata; del Maglietto; Acciarena; Molinelle inferiori; Molinelle superiori, ecc.”.  Tra il 1739 ed il 1742 cinque di queste ferriere vengono date in fitto ad un tale Cavallucci che, in cambio di 7.630 ducati annui, si impegna a consegnare alla dogana di Napoli 1.250 proiettili. Dal 1742 al 1750 la gestione viene assunta da un notabile di Stilo, don Giuseppe Lamberti che si obbliga a consegnare, ogni anno, 2.000 cantaia ( circa 180 quintali)  di “carronate da marina”. Nonostante l’assistenza di un ufficiale lorenese, la gestione di Lamberti si rivela disastrosa sia sotto il profilo finanziario che produttivo. Molte delle artiglierie prodotte sono difettose a tal punto da gettare discredito sulle maestranze che operano in Calabria. Reso diffidente dalla infelice prova delle imprese metallurgiche calabresi, constata l’arretratezza dei sistemi in uso, Carlo di Borbone decide di colmare il divario tecnologico e nel 1749, chiama a Napoli “due drappelli di sassoni e Ungheri […]Uffiziali istrutti nella metallurgia sotterranea, minatori, fabbri per costruire macchine, uomini esperti nel preparar metalli avanti la fusione, e quanti altri mai potessero abbisognare alla impresa di investigare e scavare miniere”. La pattuglia sassone è guidata dal consigliere Hermann, professore presso l’Accademia mineraria di Freyberg, mentre a capo degli ungheresi c’è un non meglio identificato Fuchs. Ai tecnici viene affidato il compito, da un parte, di effettuare prospezioni del sottosuolo, dall’altra d’istruire le maestranze, soprattutto quelle calabresi. “A Stilo prende dimora il sassone Bruno M. Schott” che dirige lo scavo di nuovi filoni. Intanto, a capo delle ferriere, viene posto un amministratore che alla dipendenza del Ministero delle Finanze ha l’incarico di riordinare la produzione. In Calabria viene inviato, anche, Giovanni Conty che, a causa delle difficoltà riscontrate, chiede di essere messo nella condizione di ristrutturare l’intero complesso o in alternativa di essere avvicendato. Con l’ultimatum Conty trasmette a Napoli la proposta di varare una norma a tutela del bosco ed un dettagliato piano di sviluppo. Il piano contiene la proposta di trasferire l’attività in località Cima, alla confluenza dei fiumi Ninfo e Allaro, al centro di fitti boschi equidistanti dalle due coste.

Continua/2

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Mongiana: l'associazione "MoMò" presenta l' "Anno letterario"

Si chiama “Anno letterario MoMò” è verrà illustrato domenica 26 aprile, alle 17, presso la sala convegni del museo delle Reali ferriere di Mongiana, il progetto che, nel corso dei prossimi dodici mesi, coinvolgerà numerosi scrittori e saggisti. Tra gli autori che presenteranno le loro opere nel borgo delle Serre, ci saranno Pietro Nardiello, autore di “Guidaci ancora Ago” e Francesco Lo Giudice, che contribuirà all’iniziativa vestendo, anche, i panni del co-organizzatore di alcuni degli eventi in programma. Tra i partner dell’iniziativa, ideata dall’associazione culturale “MoMò”, anche, la casa editrice Falco di Cosenza. L’intero progetto si avvarrà del patrocinio di Cofimpresa Italia che, con il segretario nazionale, Diego Giovinazzo, ha aderito all’iniziativa sottoscrivendo, l’11 aprile scorso, un protocollo con il presidente dell’associazione “MoMò”, Pasquale Raffaele Demasi. La rassegna sarà, inoltre, sostenuta da Welcome to Calabria, il portale che promuove tra i media sponsor le eccellenze calabresi. Per quanto riguarda la manifestazione di domenica prossima, nel corso dell’iniziativa verrà presentato il volume “Sotto il segno del Borbone”, della storica Maria Lombardo. Prossimo appuntamento, a maggio, quando il borgo delle Ferriere ospiterà la scrittrice Angela Rubino, autrice di “La seta a Catanzaro e Lione”.

A Mongiana il reportage organizzato dall'associazione Momò

Grazie a Welcome to Calabria ed all’associazione culturale “MoMò”, domani Mongiana sarà protagonista di un reportage fotografico nel corso del quale professionisti ed appassionati cercheranno di focalizzare attraverso i loro obiettivi gli scorci più suggestivi del paese. La manifestazione, alla quale prenderà parte, anche, il fotografo Luigi Curti, cui il prossimo 23 Maggio il Congressi nazionale Uif conferirà l’attestato M.F.O. (meriti fotografici e organizzativi), ha offerto al borgo delle Ferriere l’opportunità di far parte del gruppo di 40 comuni che rientrano nel progetto “Centri storici di Calabria”. L’iniziativa entrerà nel vivo con “l’escursione fotografica” e la visita guidata alle aree antiche e monumentali del piccolo centro cui prenderanno  parte “appassionati, professionisti e amatori della fotografia”. Per ricevere ulteriori dettagli inerenti lo svolgimento della manifestazione è possibile contattare il 3473143815.

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