L’ultima resa della Seconda guerra mondiale. Nel 1951 un gruppo di soldati giapponesi depone le armi sull'isola di Anatahan

Li hanno chiamati Zanryū nipponhei, Japanese holdouts, Stragglers, Ritardatari, Soldati fantasma o semplicemente Resistenti. Tanti nomi per indicare un unico fenomeno: quello dei militari nipponici che rifiutarono di deporre le armi alla fine del Secondo conflitto mondiale.

L’esponente più noto di una schiatta tutt’altro che sparuta, è stato indubbiamente Hiro Onoda, il tenente arresosi il 5 marzo  1974 nell’isola filippina di Lubang. Quella dell’ufficiale rimasto “in servizio”, a dispetto della fine della guerra, non è una storia isolata. I precedenti sono molteplici, ma uno, in particolare, merita di essere raccontato per almeno tre ragioni. La prima, perché non ha per protagonista un singolo soldato, ma un gruppo; la seconda, poiché si tratta dell’unica circostanza in cui tra gli Zanryū nipponhei figura anche una donna; la terza, perché rappresenta l’ultima resa della Seconda guerra mondiale.

Teatro della storia che ci accingiamo e narrare è Anatahan, un’isola dell’arcipelago delle Marianne passata sotto controllo giapponese al termine della Prima guerra mondiale. E’ in questo lembo di terra sperduto nella vastità dell’oceano, che nel giugno del 1944 trova scampo un gruppo di soldati del Sol Levante sopravvissuti all’affondamento di tre navi dirette a Truk, in Micronesia, dove aveva sede la principale base navale dell'impero del Tenno nel sud Pacifico. Toccata terra, con i vestiti laceri e l’animo in subbuglio, il manipolo di sopravvissuti si rende conto di essere approdato in un luogo piuttosto inospitale.

Posizionata a 75 miglia nautiche a nord di Saipan, a causa dell’elevata attività vulcanica, Anatahan era ed è tuttora disabitata. Poco più piccola di Ischia, caratterizzata da spiagge scoscese e ripidi pendii solcati da profonde gole coperte da vegetazione, l’isola presenta una piccola spiaggia solo nella parte meridionale. Al loro arrivo, i naufraghi trovano una donna, Hika Kazuko, originaria di Okinawa ed un connazionale al servizio di un’azienda attiva nella raccolta della copra destinata alla produzione del burro di cocco. La donna, da pochi giorni, era prigioniera dell’isola insieme al collega del marito, il quale, con l’avanzare delle truppe americane, non era riuscito a ritornare da Saipan, dove era andato nella speranza di mettere in salvo la sorella. Una volta approdati su quel fazzoletto di terra, i naufraghi fanno una ricognizione e si radunano non lontani dall’unica spiaggia, fiduciosi di poter essere recuperati nel volgere di qualche giorno. Un desiderio destinato a rimanere deluso in seguito alla sconfitta subita dai loro connazionali nella battaglia delle Marianne.

Tuttavia, la piccola comunità non si perde d’animo e non vedendo arrivare alcun soccorso, inizia ad organizzarsi come può: tira su capanne con fronde di palma e si nutre di noci di cocco, taro, canna da zucchero selvatica, pesci e lucertole. Acquisita la consapevolezza che la permanenza sull’isola non sarà breve, i militari giapponesi decidono di regalarsi qualche genere di conforto. Iniziano, così, a produrre il tuba, un distillato di cocco tipico delle Marianne, simile al Lambanóg filippino.

Tutto è necessariamente autarchico, almeno fino al 3 gennaio 1945, quando sull’isola precipita un B29 americano di ritorno da una bombardamento su Nagoya, in Giappone. Lo schianto, non lascia scampo agli 11 membri dell’equipaggio, ma si rivela una vera fortuna per i giapponesi. Il relitto diventa, infatti, un’insperata miniera: le lamiere vengono modellate per ricavare utensili o coperture per le capanne, i paracadute sono trasformati in indumenti, i fili dell’impianto elettrico diventano lenze per la pesca. Recuperate le armi in dotazione all’equipaggio e smontate dall’aereo le mitragliatrici ed il cannone, i giapponesi, guidati dal loro ufficiale, costruiscono rudimentali postazioni difensive.

L’esistenza di quei novelli Robinson Crusoe sarebbe rimasta ignota se, nel febbraio del 1945, sull’isola non fosse arrivata una spedizione di chamorros (indigeni delle Marianne) inviata dal comando americano di stanza a Saipan per recuperare i corpi degli avieri precipitati con il B-29. Rientrati alla base, i chamorros fanno un dettagliato rapporto e comunicano di aver avvistato un gruppo di soldati nemici. I comandi statunitensi che, con la tattica del “salto della rana”, sono impegnati, isola dopo isola, ad avvicinarsi al territorio metropolitano dell’antica Yamato, non danno molta importanza a quel manipolo di uomini rimasti, come tanti altri, intrappolati su un’isola sperduta.

Nel frattempo, la vita della comunità procede tra non poche vicissitudini. Ai comprensibili disagi determinati da una situazione limite, si aggiunge un elemento eccezionale: la presenza di Hika. Quell’unica donna, su un’isola abitata da soli uomini, peraltro spesso preda dell’euforia provocata dal tuba, genera inevitabili attriti; tanto che cinque degli undici morti registrati durante i sette anni di permanenza dei naufraghi ad Anatahan, erano mariti di Hika, quattro dei quali ufficialmente deceduti in seguito ad incidenti di pesca. La circostanza, ovviamente, non sfuggirà ai giornali che al ritorno della donna in patria non si limiteranno a tratteggiare la "Robinson" femminile intenta a modellare abiti con i paracadute, mentre gli uomini procurano il cibo. La gran parte della stampa, si concentrerà, infatti, su quelle morti avvenute in "circostanze misteriose". Per alcuni rotocalchi, poi, l'isola sarebbe stata addirittura un “focolaio di passione ed assassinio”. Tuttavia, la versione dei fatti fornita dalla protagonista è piuttosto differente. Hika, infatti, nel sostenere di essere stata costretta a sposarsi dall'ufficiale superiore del gruppo, preoccupato sia per lei che per la disciplina degli uomini, ha sempre affermato con forza che i suoi mariti non sono stati assassinati, ma morti per malattie o incidenti. In ogni caso, mentre nell’isola si riproducono dinamiche che per la stampa scandalistica coniugano eroismo ed erotismo, il tempo passa e con una certa regolarità, le autorità americane inviano navi per cercare di convincere i giapponesi a lasciare l’isola.

Fedeli al precetto del Bushido che considera la resa un disonore, i soldati nipponici rifiutano di deporre le armi, nella convinzione che la guerra non sia ancora finita. La situazione si trascina fino al luglio 1950, quando ad aprire una breccia nell’ostinato muro eretto dai suoi connazionali è proprio Hika la quale, avvistata una nave americana - la Miss Susie - chiede di essere portata via dall’isola. All’arrivo a Saipan, la donna fa sapere ai comandanti statunitensi che ad Anatahan tutti credono che Giappone e Stati Uniti stiano ancora combattendo. Gli americani segnalano, quindi, la vicenda alle autorità di Tokyo che rintracciano i familiari degli Zanryū nipponhei, invitandoli a scrivere ai loro congiunti per convincerli ad arrendersi. Le lettere vengono lanciate sull’isola, ma i naufraghi credono sia un inganno orchestrato dalla propaganda dello zio Sam.

Così, nel gennaio del 1951, a rivolgersi ai sopravvissuti è il governatore della prefettura di Kanagawa il quale, con un ennesimo messaggio, li informa della sconfitta del Giappone e dei buoni rapporti nel frattempo instaurati con gli Stati Uniti. Il governatore scrive, inoltre, che tutti i soldati sono stati rimpatriati e conclude: “Ora non ci sono altri militari giapponesi nel Pacifico, tranne voi”. Ovviamente, non tutte le lettere arrivano ai destinatari, pertanto il recapito viene ripetuto più volte, fino al 26 giugno 1951, quando i naufraghi di Anatahan decidono di arrendersi. Pochi giorni dopo, il 30 giugno prende il via l’operazione “Rimozione". Da Saipan salpa il rimorchiatore oceanico Uss Cocopa. Una volta a destinazione, dalla nave viene calato in mare un gommone che porta sull’isola l’interprete Ken Akatani ed il tenente comandante James B. Johnson, al cospetto del quale i 19 soldati superstiti depongono le armi. Saliti a bordo della nave, con i loro pochi averi sistemati in un pandano intrecciato, vengono condotti a Guam da dove, nel giro di una settimana, un aereo della Marina degli Stati Uniti li condurrà a Tokyo. E’singolare che l’ultima guarnigione giapponese lasci le Marianne lo stesso giorno in cui la gestione dell’Amministrazione americana del Territorio delle isole del Pacifico passa dai militari ai civili.

Segno che la Seconda guerra mondiale è definitivamente finita, anche se Zanryū nipponhei isolati, continueranno la pugna fino alle soglie degli anni Ottanta.

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Soldato a Chiaravalle nel 1943, torna per festeggiare i suoi 98 anni

Durante la seconda guerra mondiale era un fante dell'esercito italiano in servizio a Chiaravalle Centrale.

Da quel 1943 sono passati ben 76 anni, nel corso dei quali ha sempre tenuto nel cuore il ricordo della città delle Preserre. Rosario Leopoldo Calabria, classe 1921, nel giorno del suo novantottesimo compleanno ha coronato il sogno di tornare, finalmente, a Chiaravalle.

Una comunità che, durante il periodo buio del fascismo, lo aveva accolto con amicizia e calore umano. Gli stessi sentimenti espressi oggi dal sindaco, Mimmo Donato, e dall'intera amministrazione comunale. Il “soldato” Calabria è stato ricevuto presso la sede municipale con tutti gli onori del caso.

Il primo cittadino ha voluto donare una pergamena ricordo al proprio ospite, sottolineando l'importanza del momento. Visibilmente emozionato, ma lucidissimo nella memoria di quegli anni lontani, Rosario Leopoldo Calabria ha ricordato, in particolare, la caduta di Mussolini. “Quel giorno ero di guardia proprio al palazzo comunale di Chiaravalle” (l'attuale Palazzo Staglianò ndr) ha raccontato ai presenti.

Non sono mancati accenni ai luoghi, agli amici, alla fidanzatina Barbara “che abitava proprio qui vicino”. Sfogliando foto e fogli matricolari, Rosario Leopoldo Calabria ha ringraziato i familiari e il sindaco per avergli fatto vivere “il più bel compleanno della sua vita”.

Donato, dal canto suo, ha rimarcato le caratteristiche di ospitalità del popolo chiaravallese che restano nel cuore di chiunque.

Dopo l'incontro in comune, Calabria ha percorso a piedi e con passo sicuro alcune strade della città: negli occhi la gioia di quella giovinezza trascorsa per le vie di Chiaravalle Centrale.   

Acquaro, un ordigno della II guerra mondiale rinvenuto in un'abitazione in via di ristrutturazione

Nella mattinata di oggi, lunedì 20 novembre, durante i lavori di ristrutturazione di una casa ad Acquaro, piccolo centro delle preserre vibonesi, è stato riportato alla luce un ordigno bellico risalente alle seconda guerra mondiale.

La bomba, con una lunghezza paria a circa mezzo metro, è rimasta sepolta, per oltre 60 anni, sotto il pavimento della casa, posta al centro del paese. Il suddetto fabbricato, acquistato di recente, era stato abitato fino al lustro scorso.

Sul posto è intervenuta la sezione Artificieri dei Carabinieri di Vibo Valentia che hanno provveduto a far brillare il letale ordigno che era ancora in perfetto stato di conservazione.

 

E' stata fatta brillare la bomba inglese trovata a Maierato

Gli artificieri dell'Esercito, hanno concluso con successo, le operazioni di neutralizzazione della bomba sganciata nel corso della Seconda guerra mondiale da aerei inglesi a Maierato, in provincia di Vibo valentia.

Dopo una lunga fase preparatoria, gli specialisti hanno concluso la loro attività intorno alle 11 di oggi.

L'ordigno bellico è stato fatto detonare in maniera controllata dagli specialisti della 2^ Compagnia genio guastatori dell'11° Reggimento genio di castrovillari (CS), che si sono avvalsi del supporto di una sezione di macchine movimento terra,  proveniente dal'11°Reggimento di Foggia.

I militari hanno iniziato la loro opera al termine delle 144 ore presunte del funzionamento della spoletta.  Gli artificieri sono entrati in azione intorno alle 8 di questa mattina, quando la zona era stata sgomberata e sottoposta a vigilanza dalle forze dell'ordine.

A garantire lo svolgimento delle operazioni, i Vigili del fuoco, l'assistenza sanitaria della Croce rossa militare, oltre ai rappresentanti delle agenzie interessate dal territorio, coordinati dai rappresentanti della Prefettura di Vibo Valentia.

Al termine delle operazioni di verifica, la zona è stata riaperta al traffico ed alle attività produttive e agricole, riportando il luogo di rinvenimento alle condizioni originarie.

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Le bombe angloamericane e le favole raccontate ai bambini

Un noto giornale (17/3/17, p. 35) racconta di una bomba inglese inesplosa, cui stanno provvedendo gli artificieri. Succede spesso, anzi c’è da chiedersi come abbiano fatto, gli Angloamericani, a vincere le guerra, con bombe così difettose!

 Ma come viene raccontata, la faccenda, su quel giornale? In maniera politicamente corretta, e lontana dalla storia. Scrive, infatti, il foglio che gli Angloamericani avrebbero sì lanciato bombe dagli aerei ma contro i Tedeschi in ritirata; il che, se c’è logica, significherebbe che, prima, niente bombe in Calabria, anzi niente bombe in Italia.

  Secondo me, a furia di raccontare favole, anche a scuola, gli Italiani finiscono per crederci. Bisogna dunque raccontare quanto segue:

 -          L’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale il 10 giugno 1940, alleata della Germania, poi del Giappone; e nemica di Francia, poi eliminata, Gran Bretagna, e, nel corso del 1941, Unione Sovietica e Stati Uniti d’America.

 -          Dal 1940 al settembre del 1943, le forze armate italiane combattono, sempre contro gli Angloamericani e Sovietici e altri, in Francia, Africa, Grecia, Balcani, Russia, Mediterraneo e Atlantico. Il nemico attaccò ripetutamente anche il territorio nazionale, con pesanti bombardamenti di Taranto, Napoli e, nel luglio del 1943, Roma.

 -          Volgendo al peggio le sorti militari dell’Italia, gli Angloamericani intensificarono i bombardamenti, con intento che venne definitivo esplicitamente “terroristico”, cioè fiaccare il morale delle popolazioni, oltre a infliggere danni materiali. I bombardamenti devastarono non solo centri strategici come Catanzaro Lido e Crotone, ma spesso anche i piccoli paesi e le campagne. Il bombardamento di Catanzaro, che distrusse il Duomo, fece oltre 150 morti

 -          Per la zona del Vibonese, cui si riferisce l’articolo, si legga la documentata opera del Cutuli, incentrata sugli attacchi all’aeroporto Razza di Vibo, ed estesa a molti altri centri.

 -          Molte bombe restarono inesplose: e si parlò di miracolo per la cattedrale di Gerace e il santuario di Paola. Una leggenda patriottica vorrebbe che gli operai italiani fascisti emigrati in America sabotassero gli ordigni: c’è persino qualche sporadica prova.

 -          Intanto veniva attaccata la Sicilia, difesa soprattutto da truppe germaniche. Queste, con ordinata ritirata per vie interne, si ritirarono lungo la Calabria, venendo colpiti dal cielo. 

 -          Solo l’8 settembre 1943 l’Italia si arrendeva; gli Angloamericani avevano già occupato la Calabria.

  Si vede che a scuola la storia la raccontano per i bimbi buoni o da tenere buoni. Ora i lettori sanno come andarono davvero le cose.

 

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Lago Angitola, rinvenuta bomba inesplosa risalente alla seconda guerra mondiale

Si è tenuto ieri, 14 febbraio, un urgente vertice sulla pubblica sicurezza in Prefettura a Vibo Valentia. Il motivo di tale urgenza è da ricondursi al ritrovamento di un devastante ordigno bellico, risalente al secondo conflitto mondiale.

La bomba, della lunghezza di circa un metro e del peso approssimativo di 120 kg, è stata rinvenuta in un fondo agricolo nei pressi del lago Angitola, nel vibonese. E’ stato il proprietario del fondo ad accorgersi dell’ordigno mentre lavorava il proprio appezzamento di terra.

Allarmato, ha immediatamente allertate le forze dell’ordine che hanno provveduto ad interdire l’intera area, attualmente piantonata da militari.

Durante il vertice di ieri è stata decisa la momentanea sospensione del traffico nella strada provinciale ex SS 110 dal Bivio Angitola e fino all’incrocio Maierato-Monterosso. Il blocco del traffico potrebbe protrarsi fino a domenica 19 febbraio giorno in cui gli artificieri del Genio Guastatori di Castrovillari potrebbero farla brillare.

L’ordigno, di fabbricazione inglese, conserverebbe al suo interno 66 kg di un composto a base di nitroglicerina, altamente instabile e distruttivo.

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Dal terremoto di Reggio e Messina alla Rivoluzione d’Ottobre, la lunga storia dell’incrociatore Aurora

Ci sono simboli che sfidano il tempo, a tal punto da sopravvivere a ciò che li ha resi celebri. Un caso particolare è quello dell’incrociatore Aurora, la nave da cui partì il primo colpo di cannone che diede l’abbrivo alla Rivoluzione d’Ottobre.

Si tratta di un’unità da guerra dal destino particolare, l’unica a fregiarsi del vessillo di Sant’Andrea, prima e dopo quello dei soviet. In questi giorni è ritornata alla ribalta, poiché dopo un restauro, durato due anni, è ritornata al suo posto a San Pietroburgo, dove continuerà ad essere esposta come museo.

La storia dell’incrociatore è legata agli eventi più tragici del Novecento. Un segno particolare lo ha lasciato anche in Italia, dove partecipò attivamente ai soccorsi a Reggio e Messina, dopo il devastante terremoto del 1908.

Nonostante fosse in linea da meno di un lustro, quando giunse nelle acque dello Stretto, l’Aurora vantava uno stato di servizio di tutto rispetto. Progettata dall’ingegnere Ratnik, responsabile dei cantieri navali di San Pietroburgo, era stata impostata nel 1897. Varata l’11 maggio 1900, dopo l’allestimento, era entrata in servizio nel 1903. Lunga 127 metri e larga 17, poteva raggiungere la velocità di circa 20 nodi con un equipaggio formato da 550 marinai agli ordini di 20 ufficiali. Il nome gli era stato dato in onore dell’omonima fregata che, durante la guerra di Crimea (1853 – 1856), aveva difeso con successo la città di Petropavlov. Dopo il varo, era andata a far parte della potente flotta del Baltico. Dalle gelide acque del nord Europa, fu spedita sui tiepidi marosi del Pacifico, dove presa parte attiva al conflitto russo-giapponese (1904-1905). Partecipò anche alla battaglia di Tsushina (27-28 maggio 1905), nel corso della quale la marina nipponica fece strage del naviglio zarista.

L’Aurora fu tra le poche navi a scampare alla falcidia provocata dai siluri del Sol Levante. Colpita da una corazzata e pesantemente danneggiata riuscì a tenersi a galla fino a raggiungere, avventurosamente, il porto di Manila, nelle Filippine. Riparata e riportata in Russia, a partire dal 1907 fu adibita a nave scuola per i cadetti.

In tale veste, il 28 dicembre 1908, si trovava in Sicilia, quando il flagello del terremoto si abbatté su Reggio e Messina. Fu tra le prime unità a portare soccorso alle popolazione delle sue martoriate città. La mattina del 29 dicembre, raggiunse la rada di Augusta dove, secondo i piani emanati dall’Alto Comando di Pietroburgo, avrebbe dovuto incontrare la squadra navale del suo Paese impegnata in un’esercitazione nel Mediterraneo. Trovò ad attenderlo il solo incrociatore Bogatyr, mentre al suo fianco la corazzata Slava, salpate le ancore, si apprestava a partire alla volta di Messina. La sera precedente, ricevuto un cablo contenente la richiesta di portare aiuti immediati, l’ammiraglio Livtinov aveva dato ordine alla corazzata Cesarevic e all’incrociatore Makarov di muovere alla volta della città dello Stretto.

Nelle stesse ore in cui l’Aurora dava fondo alle ancore ad Augusta, le due navi erano già entrate nel porto di Messina ed avevano iniziato a sbarcare uomini e mezzi.

Erano state precedute di poche ore dalle cannoniere Gilijak e Koreek, anch’esse della flotta russa, provenienti da Palermo; il giorno successivo le avrebbero raggiunte la corazzata Slava, due giorni dopo il Bogatyr, mentre l’Aurora si sarebbe diretto su Reggio.

La Cesarevic e il Makarov rimasero stabilmente in porto; la Slava, il Bogatyr e l’Aurora iniziarono a far la spola tra Reggio, Messina e Napoli divenuta retrovia della catastrofe e centro di raccolta dei feriti recuperati dai marinai russi nelle città dello Stretto.

Terminata la missione nel Mediterraneo, a partire dal 1910, iniziò una lunga crociera negli oceani, Pacifico, Atlantico ed Indiano, partecipando, tra l’altro, nel 1911, ai festeggiamenti per l’incoronazione del re del Siam, l’attuale Thailandia. Dopo essere ritornata nella sua base, nel corso della prima guerra mondiale venne impiegata sul Baltico a difesa della città di Riga. Nel 1916 venne fatta rientrare a San Pietroburgo per essere sottoposta a manutenzione straordinaria. Qui, il 25 ottobre del 1917, entrò nella storia facendo partire dal castello di prua il primo colpo di cannone che diede l’avvio alla Rivoluzione d’Ottobre.

Nel 1918, durante la guerra civile, l’incrociatore venne trasferito a Kronstadt e posto in riserva. Le sue bocche da fuoco, una volta smontate vennero, spedite ad Astrakhan dove armarono la batteria della flottiglia rossa del Volga e del Caspio.

Nel 1924 venne schierata nuovamente sul Baltico dove funse da nave scuola. In occasione del decennale della rivoluzione fu insignita dell’Ordine della Bandiera Rossa.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale, la colse nella rada di Oraniembaum. Venne, quindi, impiegata a difesa di Leningrado come batteria antiaerea mentre, nel 1941, le sue batterie furono smontate per ordine di Georgij Zukov e furono mandate al fronte insieme ai cannoni della flotta del Baltico per contrastare l’avanzata delle truppe tedesche. Montati su un treno speciale, i cannoni del vecchio incrociatore furono schierati a difesa di Pietroburgo, la città teatro delle sua antiche gesta, ribattezzata nel frattempo Leningrado. L’unità venne gravemente danneggiata dal fuoco dell’artiglieria tedesca, il 30 settembre 1944.

Recuperata nel 1944, al termine del conflitto venne sottoposta ad un lungo e complicato restaurato. Ritornata in linea come nave scuola, nel 1956 venne trasformata in museo galleggiante e collocata sulla Neva, nel punto esatto da cui sparò il famoso colpo di cannone.

Decorata con l’Ordine della Rivoluzione d’Ottobre nel 1968, continuò a far sventolare la bandiera rossa fino al luglio 1992.

Da allora, sul suo pennone garrisce al vento il vessillo navale di Sant’Andrea, lo stesso che oltre cento anni fa, videro fremere i superstiti di Reggio e Messina.  

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"Julius Evola - Un filosofo in guerra", il nuovo libro di Gianfranco de Turris

E’ un saggio ricco di spunti e contenuti quello che Gianfranco de Turris ha dedicato a Julius Evola. Il volume, edito da Mursia, ripercorre le tappe che hanno scandito la vicenda umana del “Filosofo della Tradizione” nel periodo compreso tra l’agosto del 1943 e la fine della guerra. Negli anni più convulsi e drammatici del Secondo conflitto mondiale, Evola viaggia molto, fa la spola tra Berlino, il Quartier Generale di Hitler nella Prussia orientale e Roma. Dopo l’arrivo degli americani, lascia la città Eterna e si trasferisce temporaneamente a Verona, prima di approdare a Vienna dove, sotto falso nome, si dedica all'esame di materiale massonico e dove viene ferito durante un bombardamento che lo costringerà a trascorrere il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle. Un periodo sconosciuto della vita del filosofo ricostruita con minuzia di particolari e documenti inediti. Il risultato è un saggio in cui, attraverso le vicende biografiche, vengono analizzati e riletti gli scritti di Evola, che in quegli anni convulsi elabora le idee con le quali intende alimentare  un progetto politico destinato al «dopo». Le riflessioni sul fallimento del fascismo e del nazismo, la genesi del Movimento per la Rinascita dell'Italia, l'esoterismo, la visione politica e artistica si intrecciano in una trama che non ha niente da invidiare a una spy story, tra servizi segreti tedeschi, false identità, attività e viaggi misteriosi, ferite del corpo e dell'anima. Ma chi è Julius Evola? Nato a Roma il 19 maggio del 1898 da genitori di origine siciliana, si distingue fin da subito per il suo anticonformismo, inteso come ritorno alla tradizione e rifiuto del positivismo materialista. Ricusato il dogmatico cattolicesimo dell’ambiente familiare, abbraccia lo studio dei miti e della realtà classica che lo porteranno ad approfondire gli studi sui mondi dell'iniziazione e delle pratiche esoteriche. Prende parte alla Grande Guerra, pur senza condividere le ragioni del conflitto contro gli Imperi Centrali. Segue una breve esperienza pittorica nel movimento dadaista. Abbandonata la fase pittorica, Evola passa a quella speculativa e scrive “Imperialismo Pagano”, un’opera che rappresenta una sorta di preambolo ai contenuti che verranno successivamente sviluppati in “Rivolta contro il mondo moderno”. Dopo aver conosciuto l’esoterista  Arturo Reghini che lo inizia alle opere di Renè Guènon, avvia un nuovo percorso filosofico esistenziale che culminerà nella fase “magico pagana”. In adesione ai principi che ne avevano informato tutto il percorso esistenziale, alla sua morte, avvenuta l’11 giugno 1974, Evola, dopo essere stato cremato viene inumato in un crepaccio del ghiacciaio Lys sul Monte Rosa ad oltre 4000 metri di altitudine.

Gianfranco de Turris (Roma 1944) è giornalista e scrittore. Ha lavorato in Rai dove, per la redazione cultura del Giornale Radio, ha ideato e condotto il programma L'Argonauta (Premio St. Vincent 2004). Ha pubblicato una ventina di opere sia sulla letteratura dell'Immaginario (narrativa e saggistica) sia sulla critica culturale e di costume. Tra i massimi studiosi italiani di Julius Evola, è curatore della riedizione critica dell'opera omnia del filosofo per le Edizioni Mediterranee, con cui ha pubblicato Elogio e difesa di Julius Evola. Il Barone e i terroristi (1997).

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