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I “ceravolari”, ovvero gli incantatori di serpenti delle Serre

Erano figure a metà strada tra il santone ed il saltimbanco. La loro, era un’esistenza itinerante, erratica. Personaggi strani, sospesi tra inferno e paradiso, tra dio ed il demonio. Si aggiravano per le fiere con il loro bizzarro bagaglio, un contenitore in legno di forma cilindrica nel quale trasportavano i loro “attrezzi” del mestiere.

CERAVOLARI E SAMPAOLARI

Chi erano, cosa facessero, come vivessero, lo sapevano bene a Simbario dove avevano il loro regno, erano i “ceravolari” o “sampaolari”. Nella gran parte dei casi, erano astuti contadini cui la credenza popolare aveva assegnato una funziona quasi sacrale. Era a loro, infatti, che ci si rivolgeva per trovare sollievo da una malattia o per propiziare un evento positivo, come un raccolto abbondante. La figura del “ceravolaro”, per certi aspetti, rappresentava un elemento caratterizzante del piccolo centro delle Serre, al punto che, il sacerdote Bruno Maria Tedeschi, nella sua relazione contenuta nel Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato – Distretto di Monteleone di Calabria, pubblicato nel 1859, riferendosi a Simbario,  nel paragrafo riservato ai “pregiudizi e false credenze”, così si esprimeva: “Ciò che v’ha di particolare in questa materia, consiste nella credenza ai così detti Ceravolari, o Sampaolari […] Costoro sono dei contadini impostori, i quali per traffico di lucro presso la credula gente, vanno spacciando rimedii misteriosi e sicuri per guarire le più ostinate malattie, e per assicurare la prosperità dei raccolti e degli armenti. Siffatti ciurmadori camminano armati d’una scatola, con dentro alcune vipere vive, alle quali tolgono anticipatamente i denti incisori, e per meglio ingannare, scherzano coi modi più strani con quei rettili, da cui si dicono rispettati in forza di magia. In questo modo fanno la rivista delle mandre, ed esigono dei contributi, che vengono somministrati con massima sollecitudine. Per curare le malattie, praticano alcuni bizzarri riti, e tra gli altri quello da loro detto Messa di S. Paolo, che si fanno pagare senza scrupolo di ledere le tasse, o cadere in reato di simonia. Una tal sorta di Messa si riduce alla recita di alcune preci sacre, guaste e monche, e mescolate di altre formole bizzarre di un linguaggio furfantinesco, fatta da tre persone stranamente vestite di cappuccio, e accoccolate in terra, facendo gesti e smorfie nel più grottesco modo del mondo ora simulando deliquio, ora imitando i moti d’un epilettico … la plebe che viene da essi corbellata si guarda bene di farne oggetto di criminazione presso la giustizia”.

I SERPENTI E LE FIERE

I “sampaolari” erano una sorta di “incantatori” di serpenti, ma non solo. Catturavano i rettili, gli estraevano i denti o il veleno e li portavano in giro per le fiere. Il loro peregrinare iniziava, solitamente, a fine aprile e continuava per tutta l’estate. Il periodo d’attività era, inevitabilmente, legato alla disponibilità della materia prima che, come ricordava un vecchio adagio, “li nimbi di marzu risbigghianu li serpi e ntra aprili cchiù guardi e cchiù ndi vidi”, iniziava a rendersi disponibile in primavera.

Con il primo sole, quindi, prendevano il via “rappresentazioni”. Nelle piazze più frequentate, soprattutto in occasione delle feste, non era insolito imbattersi nella figura del “sampaolaro” che  faceva scorrere sul suo corpo un serpente. Lo metteva nella manica della camicia per farlo uscire da dietro il colletto, un collaudato canovaccio che richiamava un numeroso pubblico che, ogni volta, assisteva con curiosità e diffidenza allo stravagante spettacolo. L’esibizione in piazza, però, costituiva soltanto una parte dell’attività.

Come ricorda Cesare Mulè, in “Catanzaro e le Serre”, “i ceravoli (o sampaolari) vecchi rugosi dagli occhi di fiamma girano per le montagne e le fiere portando in scatole e cassettine vipere e serpi alle quali è stato beninteso sottratto il veleno. In cambio di poche lire sono pronti a dare ricette magiche, rimedi, cataplasmi, suffumigi. Talvolta recitano la cosiddetta “messa di San Paolo”, un misto di preghiere smozzicate e senza senso e di formule magiche”. La scelta di esibirsi con un serpente, non era casuale, poiché richiamava i numerosi santi ritenuti miracolosamente capaci di dominare le serpi, da san Paolo ai santi Cosma e Damiano; da san Foca, fino a san Vito. Che ci fosse un rapporto diretto, tra la religiosità popolare ed i “sampaolari” lo si deduce, inoltre, dal nome che rimanda all’episodio secondo il quale, trovandosi a Malta, “san Paolo, nel gettare nel fuco un fascio di sarmenti, fu assalito dal morso di un serpe velenoso e né uscì immune, dando così prova del suo potere di dominazione sui serpenti”.

I CERAVOLARI

La seconda denominazione, “ceravolari”, molto probabilmente si riferisce alla loro seconda natura. “Ceravolaro”, con una buona dose di certezza, deriva da “cerretano”, ovvero l’abitante della cittadina umbra di Cerreto. Proprio dal centro spoletino potrebbero aver preso uno dei due nomi i “sampaolari”. Come testimoniano gli statuti della cittadina umbra, dopo la “peste nera”  del 1348 – 49, i cerretani erano stati autorizzati a raccogliere la questua a favore dell’ordine del Beato Antonio, impegnato nella cura degl’infermi. Giorgio Cosmacini, nel suo “Ciarlataneria e medicina, cure, maschere, ciarle”, evidenzia che la funzione dei cerretani degenerò ed i pellegrini questuanti lasciarono il posto ai truffatori che approfittando della credulità popolare andavano in giro a vendere unguenti “miracolosi”. Tra i “cerratani”, ricorda Gentilcore in “Malattia e guarigione, ciarlatani, guaritori e seri professionisti”, coloro i quali esercitavano il maggior fascino sulle persone erano gli “ incantatori di serpenti”. In realtà erano molto di più di semplici “incantatori", poiché “davano antidoti contro malattie, contro morsicature di serpente, o di altri animali velenosi”. Si comprende, quindi, il motivo della loro diffusione e della loro popolarità, soprattutto nel mondo contadino dove l’incontro ravvicinato con i serpenti rappresentava una situazione tutt’altro che infrequente. Tuttavia, a dare i natali agli “incantatori” di serpenti sarebbero stati i marsi, l’antica popolazione stanziata in Abruzzo, i cui discendenti vagavano per l’Italia centro meridionale, accompagnati dai rettili che facevano scivolare sul loro corpo. Un’esibizione simile, se non addirittura uguale, a quella dei “sampaolari” i quali, però, potrebbero aver appreso la loro arte in Sicilia dove operavano i “serpari” o “ciaralli”, vere e proprie dinastie familiari che asserivano di discendere direttamente dai Marsi. Tra i dubbi, le ipotesi e le congetture, l’unica certezza e che dei “ceravolari” è rimasto soltanto il ricorso, forse.

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Simbario: Il gruppo teatrale prepara "“Ntra la vita ci vò fortuna”

 "Il Teatro è vita e la vita è Teatro"! Con queste parole di Carlo Goldoni, ha avuto inizio il cammino sulla via delle “arti performative” dei ragazzi della compagnia teatrale “T.N.S.G.C.” di Simbario che, anche quest’ anno,  con grande impegno e dedizione si sono immersi in un duro lavoro che li porterà a rappresentare una bellissima e brillante commedia nell’estate che verrà. Il percorso avviato nel 2010, ha portato eccellenti risultati, a tal punto che oggi la compagnia ha all’attivo ben sei rappresentazioni. I ragazzi stanno portando avanti le loro attività anche in questi mesi, con l’intento di far divertire il numeroso e  affezionato pubblico che ha sempre manifestato grande apprezzamento. La commedia sulla quale il gruppo sta lavorando, è un’opera scritta a quattro mani dal grande Eduardo De Filippo con la collaborazione di  Armando Curcio, “Ntra la vita ci vò fortuna”. La rappresentazione in tre atti, che verrà messa in scena in dialetto, è ambientata nella Napoli post-bellica e racconta la miseria e l'arte di arrangiarsi attraverso uno spaccato di vita familiare intriso di sberleffi, risate ed equivoci. Un’opera bella, ma difficile da rappresentare che non ha scoraggiato i giovani attori per, molti dei quali, il teatro trasporta anima, mente e cuore in una dimensione che permette di riflettere e allo stesso tempo di sognare.

Ovidio Romano: “Fusione? Sì, ma non con Serra”

L’idea è accattivante, la scelta dei partner è da approfondire. Nel dibattito sulla fusione dei Comuni delle Serre s’inserisce Ovidio Romano che effettua una disamina delle prospettive e offre una franca riflessione che non pecca di trasparenza. Il sindaco di Simbario parte da un’analisi storica e giuridica e spiega che “gli anni recenti sono stati caratterizzati da ripetuti interventi legislativi che hanno sancito l’obbligatorietà della gestione associata delle funzioni degli Enti locali, in particolare se di piccole dimensioni. Sono state introdotte nell’ordinamento – afferma - importanti disposizioni in materia, che interessano un numero elevato di Comuni minori e che necessitano di concretizzarsi in scelte operative urgenti. Se, da un lato, la riforma del Titolo V della Costituzione, valorizzando il peso amministrativo dei Comuni, ha ampliato il numero di funzioni delegate agli Enti locali, ha comportato, dall’altro, l’emergere di problemi di natura organizzativa ed economica in capo agli Enti medesimi. Si è quindi verificata, nel corso degli anni, una sempre maggiore difficoltà nell’organizzare efficacemente l’attività amministrativa in relazione ad un contesto sempre più mutevole e complesso e altri problemi simili si sono sommati all’esigenza di contenere la spesa pubblica ed affrontare l’attuale scenario di crisi, provvedendo al risanamento delle finanze pubbliche”. Dopo questo corposo preambolo, Romano cerca di volgere lo sguardo verso orizzonti lontani e ammette che “sarebbe veramente assurdo, in un contesto del genere, non valutare con attenzione la grossa opportunità che viene data agli Enti locali per cercare di rimediare, almeno  in parte, soprattutto ai tagli eccessivi imposti dallo Stato ai trasferimenti ordinari. La possibilità per i Comuni di aggregarsi tra di loro dando origine ad un’unica entità amministrativa – chiarisce - contempla un aumento del 20% dei trasferimenti stessi oltre a dei bonus aggiuntivi. Il legislatore ha colto l’opportunità di rafforzare le esperienze di collaborazione intercomunale, quali strumenti di razionalizzazione e valorizzazione dell’attività amministrativa con il principale obiettivo di ridurre i costi connessi all’erogazione dei servizi, mediante economie di scala e di esperienza, e, dall’altro, di rendere più efficiente la risposta della pubblica amministrazione alla domanda individuale dei cittadini. La gestione associata, in questo senso, rappresenta una valida opportunità per gli Enti di colmare il deficit di risorse necessarie per affrontare le sfide attuali e per erogare ai cittadini servizi in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni individuali e collettivi”. La successiva deduzione sembrerebbe ovvia e, invece, arriva la messa in guardia poiché “l’evidente vantaggio economico e organizzativo non può e non deve indurre a facili illusioni”. Nel ragionamento dell’esponente di Fratelli d’Italia non c’è spazio solo per i numeri, ma anche per i sentimenti e le radici che paiono rivestire un ruolo preponderante. “I presupposti per una fusione – asserisce infatti Romano - non devono essere esclusivamente di natura economica e organizzativa ma devono necessariamente superare il limite finanziario per invadere il campo sociale, quello della cultura e delle tradizioni e tenere nel giusto conto soprattutto la praticabilità dal punto di vista geografico”. Qui il capo dell’esecutivo del centro montano scopre del tutto le carte e puntualizzata che “sarebbe del tutto scontata la nascita di un solo Comune dalla fusione di Simbario, Spadola e Brognaturo per tutti i motivi elencati ma soprattutto in considerazione del fatto che ormai i tre paesi costituiscono un unico agglomerato urbano e gli interscambi tra le comunità sono tali da rendere omogenee le diverse appartenenze”. Il raggio d’azione sarebbe diverso rispetto a quello che legittima “una possibile fusione anche con Serra San Bruno” in quanto, secondo il parere di Romano, vanno vagliati gli “impedimenti” che prendono le sembianze di  “numerosi fattori non trascurabili”. Quali? Bisogna innanzitutto fare i conti con l’orgoglio simbariano e il primo cittadino specifica che “i paesi satelliti per tradizione e cultura hanno sempre mal sopportato la posizione egemonica del paese intorno a cui gravitano e mai accetterebbero di rendere tale egemonia istituzionale. Anche perché – aggiunge - essendo Serra molto più grande degli altri tre Comuni messi assieme appare assai probabile che la scelta della classe amministrativa sarebbe appannaggio esclusivo dei serresi stessi”. Sembrerebbe una motivazione campanilistica ma Romano preferisce utilizzare una terminologia diversa e argomentazioni che mirano a scacciare l’ombra della superficialità. “Ben vengano – sostiene - le fusioni che riescano a migliorare le condizioni generali di diverse popolazioni, purché queste avvengano nel rispetto delle opinioni di tutti i cittadini interessati. Ottenere una diffusa responsabilizzazione sul progetto di cambiamento dovrà essere compito primario degli organismi politici che andranno a costituire la nuova struttura pubblica e che avranno l’arduo compito di assicurarsi che fattori critici come la distribuzione delle risorse, la capacità di leggere tempestivamente i problemi sui diversi fronti e di ridistribuire dinamicamente le forze in campo,  rimangano costantemente sotto controllo. Da essi dipende buona parte del successo o dell’insuccesso dell’intero progetto di sviluppo. La riuscita di ogni buona pietanza si basa sul sapiente abbinamento degli ingredienti che vanno a comporla. Basta sbagliarne uno solo – è l’avviso finale - per rovinarne il gusto”.

Fusione nelle Serre, favorevole il sindaco di Brognaturo

Si levano voci di condivisione rispetto al progetto di fusione dei Comuni di Serra San Bruno, Simbario, Spadola e Brognaturo. Ed è proprio il sindaco di quest’ultimo centro, Pino Iennarella, che spezza una lancia per un’idea innovativa che apre scenari nuovi. “Ben venga questa opportunità – spiega il primo cittadino – perché abbiamo solo da guadagnarci. Sono nettamente favorevole. Diventare un Comune che sfiora i 10 mila abitanti, dalle grandi prospettive e dalle grandi potenzialità, significa stare al passo con i tempi. Aumenterebbe enormemente il nostro potere contrattuale sia dal punto di vista economico che da quello politico”. Si percepisce una certa affinità con il pensiero del collega Bruno Rosi, poiché anche Iennarella guarda con attenzione alla possibilità di “armonizzare il corretto utilizzo del patrimonio boschivo” e ai “vantaggi” di carattere finanziario. Dover gestire “un territorio vastissimo” comporta, però, notevoli responsabilità e richiede una classe dirigente all’altezza. “Chi amministrerà – sottolinea al proposito Iennarella – dovrà capire le esigenze di tutta la popolazione ed ecco perché ritengo di considerevole rilevanza la fase dell’informazione che dovrebbe precedere il referendum”. Su questo aspetto, il sindaco del piccolo paese montano insiste e specifica che “sarebbero necessari diversi seminari per consentire ai cittadini di discutere e per comprendere cosa si aspettano e cosa vorrebbero realizzare. La base di ogni ragionamento deve essere che il territorio appartiene ad ogni cittadino”. Indispensabili diventano dunque la costituzione di “comitati promotori” e le “attività delle associazioni” che dovrebbero accompagnare questo processo. Al momento, anche a causa della distanza, non sembra rientrare nei piani il coinvolgimento di Mongiana, Fabrizia e Nardodipace.

Rosi: “La fusione fra Serra, Spadola, Brognaturo e Simbario è un percorso da attuare”

L’idea di una fusione fra Comuni lanciata dal Redattore è entrata di forza nell’agenda politica di diversi amministratori calabresi. E dopo Giuseppe Pitaro e Gregorio Tino, è Bruno Rosi ad esprimersi in merito, riconoscendo i benefici generati da un’operazione di aggregazione. Il primo cittadino ha intenzione di muoversi subito predisponendo i passaggi necessari per allargare l’area della condivisione e per costruire qualcosa di concreto. Ad essere parte attiva, oltre a quello di Serra San Bruno, sarebbero i Comuni di Spadola, Brognaturo e Simbario. È una prospettiva quasi naturale: un pugno di chilometri separa i loro centri storici; le loro tradizioni e la loro cultura si sovrappongono e si intersecano; la popolazione complessiva è di poco meno di 10 mila abitanti. Gli obiettivi da raggiungere, che sono quelli di “ottimizzare la gestione dei servizi” e di ottenere più congrui “trasferimenti erariali”, paiono poter prevalere sulle rinunce in termini di autonomia, che sono considerate marginali. “Già in precedenti occasioni – afferma il capo dell’esecutivo della cittadina della Certosa – avevo avviato una discussione preliminare su questo argomento con i sindaci di Spadola e Brognaturo, ora quel discorso può essere ripreso”. I tempi sembrano maturi e Rosi sostiene di avere l’intenzione di farsi “promotore di un nuovo incontro, coinvolgendo anche il sindaco di Simbario, per verificare la sussistenza dell’effettiva volontà in questo senso, per adottare idonee iniziative per informare le comunità ricadenti in questo ambito e per approfondire il pensiero dei cittadini”. Nella fattispecie del comprensorio delle Serre vibonesi ci sono poi rilevanti aspetti specifici perché, come spiega Rosi, “la fusione ci consentirebbe di adottare efficaci strumenti per avviare un vero ed armonico sviluppo del territorio e, in particolare, per valorizzare e sfruttare correttamente l’immenso patrimonio boschivo”. Le ricadute, dal punto di vista economico, sarebbero dunque consistenti visto che ai risparmi derivanti dalla riduzione dei costi di amministrazione si sommerebbero potenziali forme di guadagno scaturenti dall’attuazione coordinata di piani di crescita. Maggiori risorse che potrebbero trasformarsi in un migliore funzionamento degli Enti (o meglio, a quel punto, dell’Ente), in più occasioni per il rafforzamento dell’apparato produttivo e per la creazione di posti di lavoro.

Brognaturo: Grande successo per la presentazione del libro di Pino Tassone

BROGNATURO -  Grande successo per la presentazione del libro ”Ragazzi anni ‘50”, scritto dall’imprenditore simbariano Pino Tassone. A prendere parte alla manifestazione, oltre ad un considerevole numero di partecipanti, anche due giornalisti Rai di rilievo, Pietro Melia e Karen Sarlo. La manifestazione ha avuto inizio con i saluti del giornalista Pietro Melia, che, nel ruolo di moderatore,  ha dato la parola al presidente dell’associazione “Brognaturo nel cuore”, Domenico Giordano, promotore, negli ultimi anni, di numerose manifestazioni ed attività culturali. A prendere la parola, successivamente, il sindaco di Brognaturo, Giuseppe Iennarella, il quale si è congratulato con l’autore del libro ed ha espresso gratitudine per l’organizzazione dell’evento. Al termine del breve intervento di Francesco Procopio, la manifestazione è entrata nel vivo con la narrazione delle storie  raccolte nel volume in cui, Pino Tassone, ha ripercorso il suo passato. Il libro narra, infatti, la vita degli anni a cavallo tra il 1950 ed il 1970. Anni segnati da speranza ed amarezza, come quelli, in cui Tassone, racconta come, a malincuore, abbia preso le valigie per iniziare una vita da emigrato giramondo. C’è, poi, la storia di quando, in America, a soli ventisette anni, divenne un imprenditore di successo, turbato dall’ipocrisia e dalla precarietà dei rapporti umani. Una condizione che lo indusse a lasciare l’America e per andare in Germania, dove trovò equilibrio lavorativo e un approccio sociale diverso. Un libro consigliato, in particolare, ai giovani, perché rappresenta un esempio di vita, di chi, con sacrificio, coraggio e volontà, è riuscito a realizzare i propri sogni, anche in una terra povera e difficile come la Calabria.

Simbario, quando a carnevale si festeggiava la nascita del figlio

Ogni popolo ha le sue tradizioni, ogni paese i suoi costumi. Una regola ferrea, soprattutto, in una nazione, come l’Italia, dove, a tratti, la diversità sembra essere l’unico, vero, elemento unificante.

Una millenaria diversità che emerge, con prepotenza, nella rappresentazione delle festività, nel corso delle quali, attorno ad un elemento archetipico unificante, si sono sviluppati modelli celebrativi totalmente diversi.

A questa regola, generale, non fa eccezione, neppure, il carnevale che pur finendo, per tutti, alla mezzanotte del martedì grasso, inizia in giorni e tempi differenti a seconda delle diverse zone.

Una ricorrenza che per molti rimanda ai Saturnalia romani, anche se, in realtà, rappresenta la reinterpretazione cristiana di una festa di passaggio da un anno all’altro, che si ritrova in varie tradizioni, sia orientali, che occidentali.

Sull’origine del nome, poi, c’è una pluralità di ipotesi, alcune delle quali riconducono al latino medievale “carni levatem”, ovvero “sollievo per la carne”, nel senso di temporanea liberazione dagl’istinti più elementari.

Altre, invece, come segnala Alfredo Cattabiani, nel suo “Lunario”, la interpretano come “carnes levare, cioè togliere le carni, o da carni vale!, “carne addio”, perché una volta in questo periodo si esaurivano in orge gastronomiche le ultime scorte di carni prima della primavera”.

In ogni caso, filo conduttore del periodo carnascialesco, erano le follie, gli scherzi e le beffe. Così, attorno al carnevale, ogni comunità ha costruito la sua tradizione ed ogni paese lo celebra alla sua maniera, secondo un canovaccio che, in molti casi, rimanda a qualche, non sempre documentato, episodio storico. Prova ne è, ad esempio, il celebre carnevale d’Ivrea, con la sua tradizionale battaglia delle arance, nel corso della quale viene ricordata la medievale rivolta della popolazione contro i feudatari.

In altri casi, invece, la tradizione ha lasciato il passo ad un nichilistico progresso, che nel volgere di pochi anni, ha portato alla dispersione di un patrimonio che affondava le sue radici in secoli di storia.

Tra le tradizioni, più eccentriche e bizzarre, svanite del nulla, quella che si celebrava a Simbario, dove il carnevale era l’occasione per festeggiare la nascita del primo figlio.

Una “costumanza” riportata da Bruno Maria Tedeschi, in una delle relazione contenute nel “Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato – Distretto di Monteleone di Calabria”, pubblicato nel 1859, nella quale, il sacerdote serrese scrive: “Il genitore […] non può esimersi dalla obbligazione di far festa, che ordinariamente si riserba pei giorni di carnovale. Allora si riuniscono tutti gli amici, che non sono pochi, e assaltano schiamazzando, con le maniere più rozze del mondo, il nuovo padre di famiglia, il quale già preparatosi a quell’attacco, come vuole l’uso, deve abbandonarsi ad una fuga precipitosa, e quelli ad inseguirlo, menando furiosamente le calcagna”.

La folle corsa per le vie del paese aveva un suo scopo preciso, non a caso, finiva sempre allo stesso modo.

Una volta raggiunto, il novello padre “viene coperto di mantelli e di lenzuola in modo da rimanerne schiacciato; poscia posto a cavalcioni sopra pertiche incrociate in guisa di barella, viene trasportato in mezzo ad un baccano di risa”, manco a dirlo, “nella taverna, ov’è nell’obbligo di far gli onori a tutti quei compagnoni”. Iniziata la festa, com’è facilmente intuibile, i rumorosi ospiti “non mancano di alleggerire il commestibile, e dar fondo a un competente numero di barili di vino, alternando le libazioni con canzoni, brindisi e balli grotteschi, che appena la notte interrompe”.

Una festa caratterizzata, quindi, dalla spropositata assunzione di cibo e vino, da parte di uomini che, con il neo padre, festeggiavano il carnevale, ovvero, quel limes oltre il quale iniziavano i rigori della quaresima, con i suoi giorni di “magro”, senza carne e senza stravizi.

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Svaniscono i rischi per gli lsu/lpu degli Enti dissestati

SIMBARIO – Un percorso lungo circa 3 lustri, fatto di lavoro, attese, speranze e talvolta di stenti. Sempre sulla corda, sempre ad inseguire quella tranquillità occupazionale spesso accarezzata, ma mai avuta in pugno. Poi, a squarciare il velo nebuloso attorno ai quasi 5.000 lsu/lpu calabresi, arriva il decreto legge 101/2013 che apre la strada ad un percorso di stabilizzazione. Un’occasione imperdibile che la Calabria coglie per prima approvando la legge 1/2014 recante appunto “Indirizzi volti a favorire il superamento del precariato di cui al decreto legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito in legge 30 ottobre 2013, n. 125”. La volontà, a più livelli, è quella di chiudere positivamente la partita. È il 23 dicembre 2014 quando il dipartimento Lavoro manda agli Enti utilizzatori la missiva con la quale - preso atto del decreto interministeriale del 17 dicembre che ufficializza le ammissioni al contributo per “l’assunzione a tempo determinato dei lavoratori lsu/lpu” e della nota ministeriale del 19 dicembre che estende il periodo di contrattualizzazione oltre i 6 mesi – si impegna a “garantire la copertura finanziaria per la contrattualizzazione a 26 ore settimanali per i mesi restanti non coperti dalle agevolazioni ministeriali per i Comuni ammessi in graduatoria” e “per l’intero anno per tutti quei lavoratori lsu/lpu per i quali i Comuni non hanno prodotto richiesta di agevolazioni o l’hanno richiesta parzialmente o è stata valutata dal Ministero fuori termine”. Sembra il passo decisivo. Eppure qualche nodo viene al pettine. È il caso dei precari operanti nei Comuni che hanno adottato il Piano di riequilibrio finanziario o che hanno dichiarato il dissesto: direttamente coinvolti sono, ad esempio, Simbario e Chiaravalle Centrale. In tali fattispecie ci sono dei dubbi in riferimento alla concreta possibilità di stabilizzare. I lavoratori mostrano preoccupazione, temono per il loro futuro. Qualcuno ipotizza addirittura il peggio: la fuoruscita dal bacino e l’eventuale invalidazione del contratto annuale equivarrebbe allo scenario più tragico. Ma il 27 gennaio arrivano i primi chiarimenti del Ministero dell’Interno: ci sarebbe semplicemente bisogno di dimostrare la copertura finanziaria per poter proseguire il cammino di stabilizzazione. Copertura che effettivamente esiste e, dunque, la produzione dell’apposita documentazione sarebbe (il condizionale è d’obbligo) sufficiente a rimettere a posto le cose. Infatti, il 3 febbraio il dirigente generale del dipartimento Lavoro, Vincenzo Caserta, invia una nota agli Enti dissestati ed in riequilibrio finanziario spiegando che “facendo seguito alla comunicazione prevenutavi da parte del ministero dell'Interno” e “relativamente alla quota finanziaria integrale o parziale a carico della Regione Calabria, è stato predisposto un decreto di impegno, il quale non appena esecutivo, verrà trasmesso al Ministero, per gli adempimenti relativi”. Decreto che ieri ha avuto il disco verde dalla dirigenza del settore Ragioneria. Solo un grande spavento, pertanto, che si aggiunge a quelli che hanno condizionato la storia di questi lavoratori.

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