Soriano ed "Il tesoro della Città"

“ Il modello urbanistico della strada trapezoidale a Soriano Calabro”, con ampia descrizione del rito pasquale che è la “Cunfrunta”, è lo studio del giovane e valente architetto Nazzareno Davolos di origini sorianesi di parte paterna e serresi di materna Mannella. È un resoconto pubblicato nel 2008 in “Il tesoro delle città” dell’Editore Kappa di Roma., a complemento del precedente studio su Il Convento domenicano e l’urbanistica di Soriano Calabro (secoli XVI – XVIII) e pubblicato nella stessa Collana nel 2006. Sono studi, questi del Davolos, che costituiscono una sorta di raggi X degli anni e dei secoli che hanno visto l’incremento urbanistico, economico, sociale e di fede  della cittadina sorianese attorno alla fondazione del primo convento domenicano. Lo studio, oggetto di questa nota, si concentra, nel centro abitato, sulla via Roma realizzata in forma trapezoidale. Realizzazione che, principia Davolos, “ si può ritenere per ragionevole ipotesi conseguenza della volontà progettuale immersa nelle dottrine urbanistiche del XVII – XVIII sec. Il modello urbanistico di Soriano, uno dei caratteri peculiari della cittadina, indubbiamente era finalizzato a privilegiare determinati punti di vista e a creare una percezione dinamica dello spazio dove si svolge la vita collettiva.” Questo perché “nel Sei – Settecento la cultura urbanistica assimila pienamente le deformazioni prospettiche nella definizione degli spazi e difatti nel delinearne il profilo sicuramente il progettista si è avvalso di esempi, tra cui la piazza del Duomo di Pienza e la piazza del Campidoglio a Roma, che hanno contribuito maggiormente alla diffusione di tale modello”. Spiega ancora  Davolos “che il riferimento era il principio connesso alle accortezze per una ingannevole percezione della distanza del fondale e particolari avvenimenti religiosi si sono successivamente inseriti per utilizzare l’illusione di una più grande profondità spaziale.” Insomma “ si è delineato uno stretto legame tra una soluzione urbanistica divenuta comune e il contesto legato al folclore. […] La soluzione conferma la consuetudine in epoca barocca di inserire nel centro abitato uno spazio pubblico simile a un trapezio per valorizzare un fondale monumentale. La quinta architettonica è costituita da un prospetto dell’edificio più importante della cittadina, specificatamente dalla parte settentrionale del complesso conventuale di San Domenico, attualmente adibita a sede municipale”. Poi venne il terremoto e ci furono trasformazioni.  “Il fondale odierno si definisce con la riedificazione del prospetto che sostituisce l’antica facciata, […]: il fronte è completamente intonacato e solamente il portale d’ingresso, che è rimasto nella posizione originaria, permetteva la comunicazione con la strada-piazza. Dopo il crollo del campanile della chiesa, elemento predominante del fondale, nei primi anni  dell’800 il prospetto si arricchisce di paraste abbinate con basi in pietra, capitelli e trabeazione e della torre dell’orologio comunale che inizialmente non era in asse con l’arco del portale.” […]  Lo studioso Gianni Vivenzio nella sua “Istoria e teoria de’ tremuoti in generale e in particolare di quelli della Calabria”, Napoli 1788, ci riporta che per il sisma del 1659 “Soriano restò eguagliato al suolo”; gran parte delle case sono state ricostruite seguendo probabilmente il tessuto preesistente. Quindi la configurazione attuale di via Roma rappresenta la modernizzazione  edilizia del centro abitato di Soriano avviata tra la seconda metà del XVII e la fine del XVIII secolo e ne caratterizza il tessuto urbano regolare e modulare.” […]  Anche dopo il sisma del 1783 nel riedificare le case si è seguito l’intento di mantenere la scenografia della via.” […]  La particolarità del post sisma sta nel fatto che Soriano non è stata delocalizzata ma ricostruita sullo stesso sito “sia per le positive valutazioni degli ingegneri inviati dalla Cassa Sacra, sia per il ruolo centrale di scambio dei mercati e per la presenza del Convento. È documentato l’intervento di architetti romani o operanti a Roma giunti per la ricostruzione del Convento che potrebbero aver elaborato un disegno della strada o contribuito alla definizione dell’effetto dell’allontanamento-ingrandimento”. “Nell’impianto trapezoidale, il crollo della cupola e del campanile ne modificava il fondale [ed] era stata costruita  una torre dell’orologio comunale spostata di quanto basta per dirigere lo sguardo delle persone che percorrevano la strada verso una divergenza. La cultura urbanistica ottocentesca modificava la visione della strada trapezoidale con l’abbellimento realizzato con due filari di alberi per ombreggiare e accompagnare il cammino dei viandanti e pellegrini.”. Certamente una felice comunione tra ambiente urbano, elementi architettonici e natura e ciò “consentiva la visione della facciata monumentale della chiesa nuova di San Domenico costruita nel 1839 sulle rovine di un chiostro”. Poi vennero le automobili e molto è cambiato nel sistema urbano e poi venne anche innalzato il palazzo della Biblioteca Calabrese all’origine sede dell’Ufficio delle Imposte Dirette che “impedisce la visione obliqua che si aveva della facciata della chiesa nuova rivolta verso l’abitato.[…] Attualmente l’impianto della strada mantiene l’apparente avvicinamento del fondale monumentale con la sistemazione prospettica che guida l’occhio dell’osservatore verso la porta d’accesso secondo lo schema a ‘cannocchiale’. I lati divergenti producono un effetto sulla percezione del fondale: la strada trapezoidale stabilisce un rapporto tra monumento e osservatore che tende a modificare la distanza apparente. […] Il perimetro della via probabilmente è stato tracciato nel corso del XVI secolo come ‘strada rettilinea con fondale monumentale’, in seguito mediante la sistemazione a forma di trapezio è stato reso altamente scenografico. L’ordine  dei predicatori oltre a inserire il Convento tra la struttura urbana di Soriano Superiore [oggi Sorianello] e l’insediamento inferiore, ha creato un’estesa piazza per le prediche che prospettava sui due chiostri principali ed ha migliorato la strada per indirizzare i fedeli verso le parti più significative della chiesa, la cupola e la torre campanaria.”  E non solo. Vi era anche la necessità di creare, per i commercianti dei tipici prodotti sorianesi, degli spazi di attrazione, quindi un paesaggio di forte valore artistico e paesaggistico tra il complesso conventuale, Sorianello e le varie chiese del centro abitato. Insomma “le motivazioni che presiedettero alla modellazione della strada trapezoidale rispondevano ad esigenze scenografiche” legate anche alle manifestazioni di religiosità così sentite e radicate nel territorio, particolarmente quelle della Settimana Santa,  a partire dalla fine del XVIII sec., che si concludono, ancora oggi la domenica di Pasqua, con la cosiddetta “cunfrunta o affruntata”, l’incontro, molto vivacizzato dalle corse dei portantini delle statue come in una sorta di gara, tra  la Vergine e il Figlio risorto e che richiama da tutto il circondario delle Pre Serre una vasta partecipazione.  E giacché “la manifestazione della ‘cunfrunta’ presenta dei punti di partenza e di arrivo, la forma trapezoidale che modifica la visione dello spazio reale è un espediente utilizzato per aumentare la vivacità.  Al postutto, si può concludere che la strada trapezoidale di Soriano, oggetto di questo studio, “può considerarsi un modello urbanistico molto riuscito” perché […] “sapientemente integrato nella vita religiosa – sociale” di Soriano.

 

 

 

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Il mostacciolo, storia del biscotto che sbarcherà all'Expo

Anche i “mastazzoli” di Soriano all’Expo di Milano 2015. Assieme a reperti archeologi e testimonianze del Museo della ceramica medievale sorianese, la “città di San Domenico” farà bella mostra di sé all’Esposizione internazionale nei padiglioni Calabria nell’ambito del tema “Il cibo degli Dei”. I mostaccioli di Soriano, detti “mastazzola”, in origine prodotti anche con mosto cotto, da cui prendono il nome ( mustaceum, mustacea, antica focaccia preparata con farina, mosto cotto e anice, condita con grasso cacio e cotta su foglie di lauro), sono dei gustosi biscotti prodotti oggi esclusivamente con farina, miele e tanti aromatici ingredienti, secondo una ricetta che, da secoli, i Sorianesi si tramandano da padre in figlio. Il filologo G. Rohlfs, nel suo “Dizionario dialettale delle tre Calabrie”, definisce i “mostaccioli sorianesi” “specie di dolci di farina impastata con miele o mosto cotto”; mentre, per lo scrittore G.B. Marzano, sono “dolci caserecci fatti con farina, miele cotto, conditi con droghe, di forma romboidale, a pupattoli, panierini e simili.”(Dizionario etimologico del dialetto calabrese). Sono i “mastazzola” di Soriano che negli ultimi anni hanno trovato posto anche in rassegne culturali e mostre prestigiose. Nel 1969 sono stati esposti alla “Mostra-mercato dell’artigianato internazionale” di Pittsburg (USA) e nel 1987 al “Museo nazionale delle Arti e delle tradizioni popolari” di Roma. Qui hanno fatto la loro bella figura per la rassegna de “La cultura della bambola”: insomma accanto alle bambole di stoffa dagli occhi azzurri e dai capelli turchini giunte da ogni regione d’Italia, anche le nostre “pape”, “dame”, “pacchiane” e pure il tradizionale cuore decorato di stagnola policroma con la scritta “amor” che gli “ziti”, i fidanzati, si scambiano in occasione delle feste patronali o nel giorno onomastico e tutto fedelmente prodotto nella terra di San Domenico. Durante quest’anno saranno esposti, anche, a Marsiglia nel Musèe National des Civilisation de l’Europe et de la Mediterranèe. Anche se Soriano è considerata la vera patria di questi tipici dolci calabresi, che da febbraio a settembre sono presenti in tutte le sagre e le feste, per la verità non è l’unico paese produttore. Ma i nostri si distinguono dal tipo di lavorazione, come spesso mi raccontava mio padre sorianese. Qui ogni singolo “pezzo” è lavorato a mano su lunghe tavole di noce, sulle quali i giovani lavoranti, dopo aver manipolato a dovere la farina, il miele e le essenze aromatiche, modellano, con la pasta ottenuta, gli oggetti più strani e bizzarri. Nascono così, oggi un po’ di meno per via della modernità e della sovrabbondanza di altri dolci provenienti dal nord, nascono così, dicevo, cavallucci, agnellini lanuti, torelli bizzosi, grandi cuori con la scritta “ti amo” o “amor” e tanti altri “scherzi” (come in gergo vengono chiamate queste composizioni), in cui elementi decorativi ed un ricercato gusto del particolare, danno vita ad antiche forme, cristallizzate dalla tradizione. La loro origine probabilmente viene da molto lontano nel tempo. I più la fanno risalire al 1510, anno di fondazione del Convento di San Domenico e della venuta dei Domenicani a Soriano, i quali hanno introdotto la lavorazione dei mostaccioli che, a loro volta, avevano appreso dai monaci certosini della vicina Serra San Bruno. Quest’ultimi hanno lasciato ai Serresi la tradizione di un biscotto similare, gli “’nzulli”, la cui lavorazione non è molto differente, è solo l’esito diverso: il dolce è molto duro sotto i denti rispetto ai mostaccioli. Ma secondo una testimonianza di Teocrito nel XV idillio detto delle “siracusane”, che indica i mostaccioli come “ex voto” da offrire alle divinità per grazia ricevuta, quelli di Soriano risalirebbero addirittura a tre secoli prima di Cristo. Beh, dopo oltre duemila anni, i mostaccioli non sono sostanzialmente cambiati, sono sempre “sculture povere ma belle” da meritarsi palcoscenici di grande prestigio come l’Expo di Milano 2015.

Soriano, il convento domenicano ed il quadro dei miracoli

Soriano Calabro “centro di cultura e fede irradiante” come lo ha definito lo storico Gustavo Valente nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria”. Circa le sue origini, taluni studiosi la vogliono fondata da monaci basiliani provenienti dalla Siria o Soria come veniva chiamata a quei tempi questa terra asiatica e da qui il suo toponimo e comunque durante tutto il medioevo e nei secoli successivi fece parte dello Stato di Arena e più avanti feudo dei Carafa di Nocera che l’innalzarono a Contea nel 1505. Ma la grande celebrità, da sempre, a Soriano le deriva dai Domenicani, che nel 1495 comprarono questo feudo e nel 1510 vi edificarono il grande convento dell’Ordine dei Predicatori per volontà di Padre Vincenzo da Catanzaro. Da questa data e dopo il rinvenimento della tela Achiropita di san Domenico, comunque attribuita ad un artista del ‘400, Soriano diventa punto di riferimento per credenti, religiosi ed artisti provenienti da ogni parte del mondo ed addirittura in alcune città dell’America Latina è venerato san Domenico di Soriano come in Perù, Uruguay, Argentina e altri. E non solo, il convento sorianese fu definito la “Santa Casa” per antonomasia ed anche considerato “l’occhio destro dell’Ordine Domenicano”. Attorno al taumaturgico Quadro, al grande Convento, ai miracoli e a tutta la storia domenicana di Soriano e dello stesso paese sono arrivate fino a noi moltissime pubblicazioni. Di queste ci piace ricordare: la Raccolta de’Miracoli e Grazie operati dall’Immagine del P.S. Domenico di Soriano di fra’ Silvestro Frangipane del 1621, le Lodi del Patriarca di fra’ Pio Vandendyek del 1746, le Memorie storiche del Santuario di S. Domenico di Soriano nella Diocesi di Mileto di G.B. Melloni del 1791 ed inoltre la tante volte citata Della Calabria Illustrata di P. Giovanni da Fiore e, ai nostri giorni, gli scritti di P. Antonino Barilaro, Angelo Fatiga, Nicola Provenzano, Tonino Ceravolo, Sharo Gambino, P. Pietro Lippini e P. Giovanni Calcara. Di certo è che i Domenicani di Soriano non si son fermati alla sola preghiera e cultura, anzi. Negli anni difficili e poveri della nostra terra di Calabria rovinata non solo dai tanti dominatori ma anche da carestie, pestilenze e terremoti, il più devastante quello del 1783 che distrusse anche l’antico e imponente Convento sorianese e la Certosa rinascimentale della vicina Serra San Bruno, i frati di san Domenico di Guzman si attivarono per il rifiorire delle terre, dell’artigianato, edificarono fattorie, mulini e frantoi, accrebbero la manifattura della cera, del sapone, del miele e della terracotta. Ecco come si giustifica l’intensa industriosità dei Sorianesi di oggi. Come detto prima Soriano deve la sua fama alla presenza del Convento fondato nel 1510 da fra’ Vincenzo da Catanzaro. Distrutto una prima volta dal sisma del 1659, il monastero fu subito riedificato per volontà del Re di Spagna Filippo IV. L’incarico di progettare il nuovo edificio sacro fu affidato dal Vicere di Napoli il Conte di Pigneranda a P. Bonaventura Presti, architetto certosino, che lo disegnò, fatte le debite proporzioni, a somiglianza dell’Escoriale di Madrid, imponente monastero fatto edificare da Filippo II per perpetuare la vittoria di San Quintino. Così il primo convento sorianese occupava una superficie di 23 mila mq con chiostri attorno alla chiesa a croce latina di cui ancora è viva la facciata dalle sei paraste barocche con voluta ionica ed al centro un imponente portale con quattro grandi nicchie dai timpani semicircolari. All’interno, tra le tante opere d’arte, vi era l’altare maggiore in marmi policromi del maestro Cosimo Fanzago, lo stesso che impreziosì la Certosa serrese e basti vedere, oggi, fra le altre opere, il preziosissimo ciborio sull’altare della chiesa dell’Addolorata in Serra San Bruno. Nella chiesa sorianese, completata la sua costruzione nel 1693, fu collocata la miracolosa tela del Santo portoghese che secondo la tradizione apparve il 15 settembre 1530. Ma il valore artistico impareggiabile del dipinto è stato ampiamente dimostrato, anche per l’insuperabile difficoltà d’imitazione più volte tentata e mai riuscita ad alcuno dei molti talenti che hanno lasciato in convento le loro copie imperfette. Tra i tanti disseminati in ogni dove cito un quadro del Guercino nel duomo di Bolzano, un altro del Mela in San Domenico e Sisto a Roma ed un altro ancora di anonimo nella chiesa parrocchiale di San Domenico in Crotone. Dopo l’altro terremoto, quello del 1783, nel 1838 fu ricostruito ancora il Convento e la chiesa consacrata il 15 dicembre 1860. Per rendere ancor più viva la trama intrecciata di storia, arte e soprattutto spiritualità che da Soriano attraverso il “Quadro” ne derivano, la giovane scrittrice sorianese Graziella Idà ha voluto offrirci una piece storica in forma teatrale. Sto dicendo del lavoro editoriale “il Quadro – il Coraggio di Credere”, edito da Calabria Letteraria (2012), che, come scrive lo storico dell’arte Mario Panarello, in prefazione, “non è solo l’attualizzazione di un evento miracoloso che Graziella Idà inscena, ma è la volontà di ripercorrerne la dimensione spirituale dell’identità di un luogo”. Si tratta di un libro col quale, scrive ancora Panarello, “ si tenta di recuperare con una forza rinnovata l’identità storica di una vicenda miracolosa che ha reso questo luogo sacro, una sacralità mai interrotta tra l’immagine del santo e la gente del luogo”. La gente di Soriano che ha sempre amato san Domenico e che, scrive in presentazione P. Francesco La Vecchia, “pur non avendolo conosciuto di persona lo venera come l’amico della porta accanto”. Così, con questa pubblicazione, si realizza il sogno dell’amica Graziella, “il sogno di chi ama il proprio paese è farlo salire un giorno sul palcoscenico, per narrarne le vicende e presentarne i personaggi” come scrive il vaticanista della Rai Enzo Romeo. Il libro della Idà, che in copertina è corredato dalla suggestiva immagine “La forza di credere” tratta da una tela dello scultore e pittore sorianese Antonio Ranieri, che vive ed opera a Bilbao, lo stesso che ha voluto donare alla comunità di Soriano una grande scultura in bronzo che rappresenta l’allegoria del “Mondo”, ruota, in forma di rappresentazione teatrale, attorno ai personaggi che hanno vissuto e costruito la storia del Quadro e della cittadina sorianese, tra i quali due archeologi dei tempi nostri che “hanno riportato alla luce frammenti di storia, sottratti all’incuria umana”, i frati predicatori, contadini e muratori, e le tre donne protagoniste dell’ “apparizione”: la Vergine Madre di Dio, santa Caterina d’Alessandria e santa Maria Maddalena. È un bel libro che si fa leggere tutto di un fiato, che ti attrae e ti coinvolge dalla prima all’ultima pagina perché miniera di dati, documenti, notevoli richiami bibliografici e ricerche, fatti storici ormai acclarati e momenti di alta spiritualità. È una pagina bella dalle intense sollecitazioni interiori, col recupero di valori mai traditi. È teatralità che si fa storia, racconto – poesia della libertà di un popolo che si affranca solo col “suo” Santo. Insomma con “Il Quadro – il Coraggio di Credere” la scrittrice di Soriano ci regala una nuova prova delle sue qualità narrative, raccontando vicende e comportamenti che non sono frutto di fantasia ma figli della storia e della fede.

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