A vibo la presentazione del "Grande libro del Regno delle Due Sicilie"

Il Regno delle Due Sicilie era veramente retrogrado e i Borbone sovrani oppressori e poco illuminati, come si legge in molti libri di storia? Oppure c'è qualcosa da scoprire su quello che era in realtà il regno del Sud ed il più grande stato italiano prima dell'Unità.

I Borbone, sovrani di Napoli e di Sicilia, furono vittime della “damnatio memoriae”? La storia scritta dai vincitori non sempre è quella vera? Il Grande libro del Regno delle Due Sicilie, scritto da cinquanta grandi firme del meridionalismo, con la prefazione di Pino Aprile, prova a dare una risposta, restituendo al Regno delle Due Sicilie, la giusta dimensione storica, riconoscendo i grandi progressi nei campi dell’azione umana, dai commerci, alle scienze, dall’arte alla cultura.

Dopo Udine e Milano, l'opera, edita ad inizio novembre, sarà presentata in anteprima assoluta per il Sud Italia a Vibo Valentia, da dove inizia il tour che toccherà tutte le regioni meridionali.

A spiegare perché è nato “Il Grande Libro del Regno delle Due Sicilie”, chi l'ha scritto e ad esporne i contenuti, sarà Carlo Capezzuto, uno degli autori e coordinatore dell’opera, nell'incontro in programma giovedì 23 novembre 2017 alle ore 17,00 al Centro di Aggregazione Sociale “Solidarietà ed Amicizia” di Vibo Valentia. Assieme a lui ci sarà il Presidente dei Comitati Due Sicilie Calabria, Rosario Messine, mentre ad introdurre e coordinare l'incontro sarà Michele La Rocca. Seguirà un dibattito. L'evento è organizzato dal Cas, in collaborazione con l'associazione storico culturale ViboInsieme, presieduta da Donatella Fazio, e dai Comitati delle Due Sicilie.

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A Crotone convegno su "Carlo di Borbone e le riforme nel Regno delle Due Sicilie"

Anche la città di Crotone ospiterà i Borbone. Si tratta dell’incontro di studi sul tema “Carlo di Borbone e le riforme nel Regno delle Due Sicilie” voluto e organizzato dal Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e patrocinato dal Comune di Crotone. 

Il convegno, moderato dal giornalista Antonio Oliverio, vedrà gli interventi di rito del vicesindaco e assessore comunale alla Cultura Antonella Cosentino e di Aurelio Badolati, Delegato vicario per la Calabria del Sacro Ordine Costantiniano di San Giorno.

Il tema, come annunciato, sarà ampiamente trattato dalle relazione di Antonio Savaglio, Deputato di Storia Patria per la Calabria e da Mario Caligiuri, docente di Pedagogia della comunicazione presso l’Università della Calabria.

Appuntamento, presso la sala consiliare del Municipio di Crotone in piazza della Resistenza il prossimo 5 novembre alle ore 18

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Museo della fabbrica d'armi di Mongiana, tutto pronto per l'inaugurazione

Uno sogno che sta per diventare realtà. E' tutto pronto, infatti, per l'inaugurazione del "Museo della fabbrica d'armi reali ferriere di Mongiana". La cerimonia inaugurale, cui prenderanno parte numerose autorità, si svolgerà a partire dalle 16,30 di sabato 24 settembre. L'evento, che rappresenta un momento storico per tutto il comprensorio delle Serre, sarà allietato dalla banda della Reale Accademia filarmonica di Gerace.

Storia dei bagni: usanze ed evoluzioni

La buffa storia del burkini mi suggerisce reminiscenze storiche. Evito riflessioni di attualità, perché i miei lettori sanno cosa io pensi di clandestini e immigrati, Dio liberi. Lasciamo stare gli antichi romani e greci e i bagni di Baia e le fanciulle in due pezzi di Piazza Armerina, per andare dritti al Medioevo, epoca in cui l’uso di lavarsi continuò alla grande, e alle usanze classiche si aggiunse quella germanica di immergersi in laghi e fiumi. “Chiare, fresche, dolci acque, dove le belle membra pose colei… ” del Petrarca attesta che nel XIV secolo in Provenza le signore nuotavano nei fiumi e laghi, deposta la gonna: non poté certo nuotare con addosso i sontuosi abiti delle nobildonne del suo tempo. Leggete la canzone. Quanto al mare, racconta il Malaterra che Roberto e Goffredo d’Altavilla assalirono e accecarono un tale Gualtieri, longobardo comandante della rocca di Tezio in Capitanata. A questo punto, ecco una chicca, la quale dimostra che anche studiare la storia può essere un vero spasso: “Egli aveva una sorella, che fu presa prigioniera con lui. Ed era di tanta bellezza, che se si recava al mare per fare il bagno, o per far prova avesse messo le gambe in qualche fiume pescoso, i pesci, attratti dalla sua bianchezza, le nuotavano vicino, tanto da poter essere presi con le mani”. Peccato non sapere il nome di questa meravigliosa fanciulla bagnante nelle acque dell’Adriatico e dei fiumi; e, come appare, in abbigliamento adatto al nuoto, diciamo così essenziale. Eh, Malaterra, che malpensante! Lo storico, con “si aliquando ad mare balneatum venisset”, attesta essere operazione normale, per una donna di quel tempo e quel luogo, di farsi una stagione balneare tra una guerra e l’altra! L’età moderna dimenticò questi costumi, anzi smisero anche di lavarsi, donde lo sviluppo della scienza dei profumi nelle regge dei sovrani Sole e Luna, in difetto di un semicupio! In Calabria, però, le popolazioni usavano scendere dai colli al mare almeno nel giorno dell’Assunta, con festa e pranzo; ma si stava attenti, perché una credenza voleva che uno dovesse morire tra le acque! Si narra che la prima a rifare un bagno di mare in senso moderno sia stata Maria Carolina di Borbone Due Sicilie, figlia di re Francesco I e moglie, dal 1816, di Carlo Ferdinando di Borbone Francia duca del Berry, una donna di grande vivacità anche culturale, e che ebbe peso negli avvenimenti politici francesi: la sola Borbone delle quattro casate veramente reazionaria e che capiva qualcosa di politica (uomini inclusi)! Un giorno ordinò di essere portata sulla spiaggia, e, mentre i soldati facevano a debita distanza un cordone, entrò orgogliosamente nelle acque dell’Atlantico. Si diffuse la regia moda. Ma a Napoli dagli anni 1850 c’erano ben attrezzati stabilimenti balneari. A Soverato, la mia città nel bel mezzo della Calabria, dal 1881, quando ancora a Ostia pascolavano i bufali (bovini, non teorie di storici della domenica) e a Rimini manco quelli si azzardavano, vantava due stabilimenti balneari. L’attività è regolamentata da un’ordinanza municipale, la quale però imponena - udite udite! - che uomini e donne stessero separati: la distanza prescritta era di ben cento, e dico cento metri! Un bell’esempio di legge formale e non sostanziale; nulla del resto si diceva delle acque, che sono notoriamente mobili. In età fascista s’incentivò la pratica dei bagni, con strade e località costiere, e, per bambini e ragazzi, le “colonie”. Soverato era sede di un Centro di cura elioterapica. Gli abiti balneari ottocenteschi erano ingombranti, ma andarono rapidamente riducendosi; negli anni 1930, ampi perizoma per i maschi e costumi interi per le donne, ma le più coraggiose azzardavano un due pezzi, sia pure poco generoso. Le donne senza reggiseno fecero la loro comparsa verso gli anni 1980, come dovunque, anche in Calabria; però l’uso venne respinto, in Calabria come dovunque, dall’evidenza essere molto poche quelle signore e signorine che possano fare a meno di un sostegno! Il resto è cronaca dei giorni nostri.

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I briganti nelle Serre, i nomi dei ricercati di Fabrizia

Divenuto padrone incontrastato dell’Europa continentale, dopo la vittoria conseguita ad Austerlitz  (2 dicembre 1805), Napoleone, decise di portare i vessilli del suo impero sul trono del Regno di Napoli. Per farlo si affidò, come spesso accadeva, ai parenti. Così ai “napoletani”, per poco meno di due anni, toccò in sorte, quale nuovo sovrano, Giuseppe Bonaparte. Ottenuta la corona di Spagna, il fratello di Napoleone, lasciò Napoli al cognato, Gioacchino Murat, marito della sorella Carolina, il cui regno si concluderà, il 2 maggio 1815, con la sconfitta a Tolentino. L’arco temporale compreso tra il 1806 ed il 1815, passato alla storia come decennio francese, è stato caratterizzato da lutti, devastazioni e ribalderie d’ogni genere. Una lunga guerra senza quartiere, animata, da una parte, dai soldati francesi desiderosi di stabilire il loro ordine e dall’altra dai cosiddetti briganti, la cui lotta era sostenuta dalla corte di Ferdinando IV di Borbone, che dalla Sicilia, dove si era ritirato, grazie al sostegno inglese cercava di riprendersi il Regno, fiducioso di riuscire a replicare i fasti del 1799 quando, le armate della Santa Fede, guidate dal Cardinale Fabrizio Ruffo, avevano scacciato i francesi e restaurato la monarchia. Nella guerra senza quartiere la Calabria fu in prima fila. Ad insidiare le truppe francesi i numerosi briganti che, favoriti dall’orografia e dalla fitta vegetazione, si cimentavano in continue azioni di guerriglia. Il sangue dei morti, da una parte e dall’altra, intrise la terra di ogni contrada, le Serre non furono risparmiate. Anzi, come riporta la “Platea”, ovvero la cronistoria redatta dai cappellani della chiesa Matrice di Serra, i paesi situati sull’altopiano serrese diedero un contributo piuttosto significativo alle ragioni della rivolta. Molti, infatti, “iniziarono a battere le campagne assumendo il nome di ‘Briganti’”. Si trattava di “uomini senza legge che fin da subito si dichiararono nemici aperti dei giacobini, ossia dei sostenitori dei francesi”. I boschi delle Serre divennero, quindi, rifugio di bande di briganti provenienti da tutto il circondario. Molti furono uccisi, altri arrestati, di altri ancora non si seppe più nulla. Tra i centri delle Serre dove la presenza brigantesca era piuttosto significativa, figura anche Fabrizia. La schiera dei “fabrizioti” fu particolarmente nutrita tra le fila di coloro i quali, nel maggio 1807, misero a ferro ed a fuoco Serra. Giova ricordare che, all’epoca, Fabrizia comprendeva anche i territori sui quali nasceranno successivamente i comuni di Mongiana e Nardodipace. E’ difficile dire quanti e chi fossero i briganti attivi nel circondario, tuttavia, almeno parzialmente la lacuna può essere colmata grazie alla “Nota de’ briganti in campagna, compilata secondo il Decreto del I Agosto 1806, richiamato in vigore con altra Sovrana disposizione data dal Campo del Piale”. Il documento, firmato dal Regio procuratore generale presso la Corte di Calabria Ultra, Giovanni La Camera, dal comandante la Provincia Battiloro e dall’Intendente Pietro Colletta risale, molto probabilmente, ad un periodo compreso tra il 9 settembre 1809 ed il 26 settembre 1810. A farlo ipotizzare, la firma dell’Intendente Colletta ed il riferimento al “Campo di Piale”. Il primo, infatti, ricevette la nomina il 9 settembre 1809, mentre il secondo cessò d’esistere il 26 settembre 1810. Il “Campo di Piale” era stato allestito da Murat sulle alture dell’attuale Villa San Giovanni con l’intenzione di conquistare la Sicilia. Un’impresa impossibile, abbandonata nel corso degli ultimi giorni del settembre 1810. Ad aprire la “Nota” un preambolo: “Ogni individuo che si troverà inscritto nella nota suddetta, avrà la facoltà tra gli otto giorni dalla pubblicazione di essa, di presentarsi o al Comandante Militare, o all’Intendente, o al Sotto – intendente del suo distretto, per reclamare contro l’inscrizione suddetta, rimanendo in arresto fino alla giustificazione del richiamo. Spirato detto termine, ogni individuo che non avrà reclamato in persona, sarà in caso di arresto trattato conformemente alle disposizioni degli articoli suddetti. I beni dei briganti scritti nelle dette note saranno confiscati, ed i briganti medesimi saranno trattati come fuor giudicati, e condannati a morte”. Grazie alla “Nota” è possibile risalire all’identità dei 16 “fabrizioti”, 12 uomini e 4 donne, che tra il 1809 ed il 1810 si erano dati alla macchia. Questi i nomi: Ilario Jenco Gajaro e sua moglie, Domenico Cirillo, Domenico Gallace, Bruno Ciancio e sua moglie, Fortunato Masi alias Zio Bruno, Deodato Masi alias Petrichia, Stefano Aloe, Pasquale Monteleone Imiso e sua moglie, Pietro Monteleone, Giovanni Franzé alias Rici e sua moglie, Vincenzo Franzé alias Rici, Giuseppe Franzé.

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Il 13 ottobre 1815 a Pizzo veniva fucilato Gioacchino Murat

Il 13 ottobre 1815 Gioacchino Murat venne fucilato a Pizzo, epilogo di una vita dai molti mutamenti. Avventuroso e coraggioso cavalleggero, percorse rapidamente i gradi dell’esercito rivoluzionario, poi napoleonico; sposò Carolina Bonaparte; venne elevato a granduca di Berg, e nel 1808 a re di Napoli. Napoleone, che ben conosceva la geopolitica e la storia, non osò pensare di annettersi il Meridione d’Italia come fece con Torino, Genova, Firenze e la stessa Roma; o di governarlo direttamente come con Milano, Venezia e Bologna; ma ne riconobbe l’identità con un sovrano indipendente. Cosa pensasse Napoleone delle indipendenze altrui, è facile immaginarlo. Altro era il pensiero di Murat, che appuntò le sue ambizioni a rendere davvero suo il Reame che gli era toccato quasi per caso; e tenere a bada l’ingombrante cognato. Per far ciò, sperò di potersi impadronire della Sicilia, dove regnava Ferdinando con l’invincibile sostegno navale britannico; e intanto usò l’appellativo di Due Sicilie, che nel 1816 diverrà effettivo con il Borbone. Deposta quest’ aspettativa, che poteva realizzarsi solo se Napoleone avesse sconfitto e occupato la Gran Bretagna stessa, mirò a rafforzarsi nel dominio effettivo che aveva. Gli occorreva un partito a suo sostegno, e lo cercò nella borghesia e nobiltà pervase di più o meno fondate ideologie illuministiche; e desiderose di mettere le mani sui beni ecclesiastici e demaniali. Creò un ceto di proprietari e latifondisti difesi dal Codice Napoleone, che tutelava soprattutto la proprietà privata. Per favorirli con ogni assetto legale, trasformò in Comuni quelli che prima erano solo casali delle “Universitates” maggiori; con sindaci e decurioni tratti dalla borghesia. Si avvide che il Meridione non aveva una classe dirigente, come non l’ha tuttora, e si diede a formarla, cominciando dall’esercito. Con un atto che irritò molto Napoleone, impose ai generali francesi del suo seguito di prendere la cittadinanza napoletana, o andarsene. In pochi anni, condusse ai gradi più elevati molti e valenti regnicoli, che diedero buona prova di sé e combattendo l’insorgenza borbonica e popolare, e nelle spedizioni in Russia, Germania, Lombardia e nell’ultimo scontro di Tolentino; i Pepe, Carascosa, Filangieri, Colletta... Ad altri si aprì la strada della carriera burocratica. La classe militare murattiana visse e operò fino al 1848-9, ma non fece discepoli, come ben si vide nel 1860; la burocrazia non si rinnovò. Dopo Lipsia, Murat tentò di separare il suo destino da quello di Napoleone, e nelle prime fasi del Congresso di Vienna i suoi rappresentati vennero ammessi alle trattative accanto a quelli di Ferdinando come re di Sicilia; accortosi che gli accordi tra Austria e Gran Bretagna erano per la rinuncia inglese alla Sicilia in cambio di Malta, e quindi per il ritorno del Meridione ai Borbone sotto la protezione austriaca, provò senza successo la guerra. Il colpo di testa che lo condusse alla morte fu forse una trappola delle due Casate borboniche di Parigi e di Napoli, che potevano avvertire entrambe la sua presenza come una minaccia. Fu condannato in maniera del tutto legale; la legge che lo ordinava era stata promulgata da lui e mantenuta, come molte altre, da Ferdinando.

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L'obelisco "Carolino" di Bitonto

 

Esposizione e commento delle iscrizioni di Bitonto sull'obelisco "Carolino":


 

PHILIPPO V / HISPAN INDIAR[UM] SICILIAE / UTRIUSQUE / REGI /

POTENTISSIMO / PIO FELICI / QUOD / AFRIS DOMITIS / NEAPOLITANUM REGNUM / DEVICTIS / IUSTO BELLO / GERMANIS / RECEPERIT / ET CAROLO FILIO OPTIMO / ITALICIS PRIDEM / DITIONIBUS AUCTO /

ASSIGNAVERIT / MONUMENTUM VICTORIAE / PONI LAETANTES /

POPULI VOLUERUNT

 

 A Filippo V potentissimo pio fortunato re delle Spagne[1], delle Indie[2], dell’una e dell’altra Sicilia[3], poiché, sottomessi gli Africani[4], riconquistò, vinti in guerra a forze pari i Tedeschi, il Regno di Napoli[5] e lo assegnò al figlio Carlo già legittimato dalla volontà degli Italiani di darsi a lui[6], i popoli festanti vollero che fosse innalzato questo monumento della vittoria.

 

 GERMANORUM MILITUM / HIC / IUSTO NUMERO / CERTANTIUM / HISPANICA VIRTUS / PARTEM MINIMAM / TRUCIDAVIT / RELIQUOS FORTITER CAPTOS / SERVAVIT / REI GESTAE NUNTIUM / EX CAPTIVIS / AD GERMANIAE REGEM / HUMANITER / ABLEGAVIT / A S MDCCXXXIV

 

 Il valore spagnolo uccise una minima parte dei Tedeschi che in pari numero lo combattevano, e, valorosamente catturati gli altri e salvata loro la vita, con umanità li rimandò al sovrano germanico perché dai prigionieri avesse notizia dell’impresa. Nell’anno della Salute 1734[7].

 

 CAROLO / HISPANIARUM INFANTI / NEAPOLITANORUM / ET SICULORUM / REGI / PARMENSIUM / PLACENTINORUM / CASTRENSIUM / DUCI / MAGNO AETRUSCORUM[8] / PRINCIPI / QUOD / HISPANICI EXERCITUS / IMPERATOR / GERMANOS DELEVERIT / ITALICAM LIBERTATEM / FUNDAVERIT / APPULI CALABRIQUE[9] / SIGNUM / EXTULERUNT

 

 A Carlo, infante di Spagna, re di Napoli e di Sicilia, duca di Parma, Piacenza e Castro[10], gran principe di Toscana, i Pugliesi e i Salentini eressero questa stele poiché, comandante dell’esercito spagnolo, debellò i Tedeschi, pose i fondamenti dell’indipendenza italiana[11].

 

 IOSEPHO CARRILLIO / COMITI MONTEMAR / QUOD / EIUS OPERA / DUCTU CONSILIO / HISPANI / GERMANORUM CUNCTA / SUBEGERINT / VIII KAL IUNII / A S MDCCXXXIV / REGIS IUSSU / HONOS / HABITUS

 

 A Josè Carrillo conte di Montemar, poiché il 25 maggio 1734 per opera, guida, consiglio di lui gli Spagnoli ebbero piena ragione dei Tedeschi, dietro ordine del re si rese questo onore[12].

 


[1] Dei Regni iberici di Castiglia, Leon, Aragona e contea di Barcellona, Valenza, in unione personale.  Ma Filippo V accelerò il processo di unificazione e centralismo.

[2] Occidentali, cioè l’America Meridionale e Centrale. La Spagna possedeva anche le Filippine nelle Indie Orientali.

[3] Citra e Ultra Pharum: Napoli e la Sicilia propriamente detta.

[4] Nel 1720 Filippo V conquisto Ceuta sulla costa del Marocco.

[5] Perduto nel 1708, durante la Guerra di successione spagnola.

[6] La legittimazione qui asserita è l’assunzione al trono ducale di Parma di Carlo in quanto erede di Elisabetta Farnese. Si adombra qui però una prima idea di unità e indipendenza politica dell’Italia, anche ai sensi degli accordi internazionali che vietavano di unire gli Stati borbonici d’Italia a quelli di Spagna.

[7] In una guerra cristiana e cavalleresca il nemico si vince, non si distrugge.

[8] Ipercorrettismo per Etruscorum.

[9] Da intendere i Calabri classici, non gli odierni Calabresi.

[10] Il ducato di Castro era feudo originario dei Farnese. Il titolo di duca di Castro è portato ancora dall’erede dei Borbone Due Sicilie.

[11] La guerra e la conquista dei Regni meridionali trovano giustificazione in un nuovo equilibrio europeo che, attraverso la Guerra di successione polacca, impediva all’Austria un’eccessiva potenza nella Penisola. Intanto l’assunzione al trono di Toscana di Francesco Stefano di Lorena e di quello di Parma, dopo Carlo, di Filippo di Borbone, e la formazione della nuova dinastia Austria – Este di Modena, nonché la crescita territoriale e politica dei Savoia, re dal 1713, assicuravano una rinnovata forza a un’Italia ormai quasi senza domini stranieri. Forse quell’Italia confederata era soluzione migliore della violenta e soffocante piemontesizzazione del 1860.

[12] Con squisita e regale lealtà, Carlo, comandante nominale delle truppe spagnole, riconosce i meriti del comandante effettivo, il Montemar.

L'ultimo viaggio di Ferdinando II nelle Serre

Gli storici locali tacciono su molte situazioni che invece andrebbero chiarite. E' evidente dalle proficue fonti che Ferdinando II Re delle Due Sicilie, viaggiò spesso in Calabria, e lo fece specialmente per visitare i Reali Opifici Metallurgici che la Corona vi possedeva.  Tuttavia dopo questa breve ma significativa premessa, dipanerò una situazione storica datata 1852. Sua Maestà, conscio dei suoi possedimenti e amante della nostra Regione, si portò durante il suo lungo regno ben tre volte nelle nostre contrade visitando  in quel periodo paesi e città della Calabria: il primo viaggio lo compì nel 1833 a pochi anni dall’ascesa al trono, poi nel 1844, ed infine nel 1852. Racconterò qui dell’ultimo dei viaggi calabresi di Ferdinando, puntando l’attenzione solo su quanto accaduto a Mongiana. Nell’autunno del 1852, il Re decide a sorpresa di ispezionare la Fabbrica Statale di Mongiana sita nel cuore delle Serre Monteleonesi (oggi ViboValentia) accompagnato dal Principe Francesco che affettuosamente il Borbone chiamava Ciccillo. Sebbene furono giorni intensi quelli di quell’autunno per il Vibonese, in quanto la piena del fiume Angitola aveva intasato i campi e le uniche strade presenti, come aggiunge Imperio Assisi in una operetta apparsa sul Normanno bimestrale di cultura che porta titolo “Quel disastroso viaggio in calesse di Ferdinando II alla Ferriera di Mongiana”, dove annota: “Il 16 ottobre il Sovrano giunge a Mongiana da Pizzo Calabro, era stato costretto a pernottare a Serra San Bruno in quanto la carrozza reale si impantanò nelle fanghiglie dell’Angitola”, le alluvioni nel Vibonese non guardavano in faccia neanche i reali. I contadini delle Serre furono costretti a scortare Sua Maestà facendo da apripista ed in alcuni tratti, quelli più difficili, costretti a sollevare il reale calesse. Quella spericolata ma affascinante salita in calesse permise al Re di godere delle bellezze paesaggistiche, della calma certosina di Serra e di notare la difficoltà nel viaggio per giungere all’Opificio. Di ciò, però, non può essere ritenuta responsabile la casa reale, soprattutto quando citando ancora le parole dell’Assisi, sempre nella stessa opera, continua dicendo: ”per la cronaca giornalistica annotano che nell’anno domini 2012 il tracciato è lo stesso, curve o non curve repubblicane e non più monarchiche che a parte qualche spruzzata di bitume si scioglie come neve al sole di Calabria”. Tuttavia, è doveroso tornare a quel 16 ottobre del 1852; distrutto dal viaggio, ed avendo ascoltato le lamentele del giovane Principe, il Borbone si accinge a visitare l’industria statale ed a ritemprarsi negli appartamenti di Ferdinandea inaugurata dallo stesso Re nel suo primo viaggio del 1833 assieme al ponte dell’ Angitola i cui lavori di realizzazione erano stati affidati al Palmieri. Giunto in prossimità della Ferdinandea, il Re visitò le Reali Ferriere constatando l’ ingente produzione d’acciaio. Soddisfatto della situazione, Ferdinando II tornò a Napoli non dopo aver accolto e graziato il centro di Mongiana che da tempo chiedeva l’autonomia dall’iniqua Fabrizia, cosa che inquinò per sempre i rapporti con quest’ultima, come apprendiamo dalle parole del colonnello Pacifici che così scrive:”questo villaggio di Mongiana che in sé contiene 3 reali stabilimenti nel quale il più proficuo e prosperante si è quello della novella fabbrica d’armi, ha una popolazione composta da varie famiglie naturali(…) 100 anime, 3 o 400 individui fidati addetti al lavoro nello stabilimento. I naturali sono modestamente urbanizzati sia per buona indole e per come sono stati educati da impiegati e ufficiali d’artiglieria. Esiste un numero di persone istruite (…) il villaggio suddetto ha la disgrazia di essere aggregato al comune di Fabrizia composto da gente rozza e incolta sotto la cui arbitraria amministrazione giaciamo (…)”. Mongiana, a seguito di questa accorata lettera, riceve la grazia di essere eretta a Comune. Senza ombra di dubbio e senza titubanza per la grazia concessa, il Re tornò quindi a Napoli carico di progetti e di osservazioni fatte proprio in groppa al calesse; si adoperò per far sì che le opere mancanti venissero compiute. Si dice che le promesse di un Re a quel tempo fossero come quelle di un marinaio, ma non per Ferdinando, il quale ordinò di portare a termine ciò che aveva assunto l’impegno di far realizzare, ovvero:” aprire una strada per le miniere passando per Ferdinandea, costruire la strada per l’Angitola, sviluppare Ferdinandea senza tralasciare Mongiana, costruisce una caserma militare a Mongiana, ed abbellire la chiesa “. A conti fatti l’impegno fu mantenuto; lo stesso impegno che ebbe nella visita a Monteleone nel 1833 quando promise al popolo un orfanotrofio ed una scuola di agraria, cose che fece costruire. Il periodo aureo di Mongiana crebbe notevolmente sotto Ferdinando, tanto è vero che l’Opificio delle Serre divenne il fiore all’occhiello della siderurgia borbonica, vanto quindi del Re. Questo fu davvero l’ultimo viaggio del Re, purtroppo infatti, a pochi anni di distanza, quando oramai Mongiana aveva raggiunto l’acme del suo successo economico, giunse Garibaldi con la conseguenza che il fiorente comparto venne decapitato. ” Il 21 agosto 1862 con la legge n° 793 il Governo italiano decise di includere Mongiana nei beni demaniali da alienare e con la legge n° 1435 del 23 agosto 1873 sancisì la definitiva caduta del comparto”.

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