Martedì Grasso: il maiale, il vino e l'epitaffio del Carnevale

Il Martedì Grasso, nel rito romano, segna la fine del Carnevale (in quello ambrosiano si conclude il sabato successivo) e l’inizio della Quaresima.

In origine si trattava di una ricorrenza particolare che, come tradisce il suo aggettivo, era dedicato alle laute libagioni che precedevano il Mercoledì delle Ceneri e quindi l’astinenza e le rinunce tipiche del periodo quaresimale. Nonostante i mutamenti che ne hanno stravolto il significato, in molti casi, lu “Marti di lazata”, come viene chiamato a Serra per via dell’usanza di astenersi dalla carne che veniva conservata (lazata) nei quaranta giorni successivi, offre la possibilità di compiere un viaggio nel tempo che inizia e finisce attorno al desco. L’unico protagonista che rinuncerebbe volentieri all’invito è il maiale.

Preparato e servito prevalentemente al sugo, raggiunge la sua apoteosi con le polpette. Mentre altrove la tradizione ha dato centralità ai dolci, soprattutto nella parte interna della Calabria, “li pruppietti” fritte o affogate nel ragù non possono assolutamente mancare. Accanto al suino, nei panni di guardia d’onore, trovano posto i bottiglioni con il pastoso vino rosso cui è affidato il compito di sciogliere la lingua e spezzare le barriere del tempo.

Fino a qualche decennio addietro, la cerimonia non veniva celebrata esclusivamente al riparo da occhi indiscreti. Piuttosto, in aderenza al significato più autentico del Carnevale, gruppi di uomini in maschera si concedevano il “giro” delle cantine. A dare un’icastica descrizione di ciò che accadeva è stato il compianto Vinicio Gambino, il quale nel suo “Racconti Serresi”, nel capitolo “Vecchio Carnevale”, descrive un Martedì Grasso degli anni Quaranta iniziato a “ casa” di un amico dove, "dopo aver bevuto un bicchiere di vino, si improvvisano cantanti lirici”. Scelto il “vestito che più si conf[à] al personaggio” i componenti la comitiva scendono in strada per farsi “ammirare”.

Dopo la tappa obbligata su corso Umberto I, inizia il pellegrinaggio a casa degli amici.

“Finito il giro – continua Gambino – ci addentrammo, poi, nelle strade secondarie. Durante il tragitto incrociavamo altre persone in maschera”. Rimasto immutato, o quasi, nella sua conformazione urbanistica, il centro storico ha cambiato sostanzialmente la sua composizione sociale. Dove oggi c’è una porta sbarrata, ieri c’era una bottega artigiana; dove c’è una casa cadente, ieri c’era una cantina. E proprio quest’ultima era una delle ragioni per le quali si batteva il selciato della vecchia Serra. Giunta davanti alla porta della cantina, la comitiva entra “per bere un bicchiere”. La serata, ovviamente, va avanti fino a quando “stanchi, alticci e assonnati”, lungo via Roma viene incrociato “un breve corteo: quattro robusti giovani, seguiti da un gruppetto di maschere che piangevano con alte grida, portavano in spalla una bara su cui stava accovacciato un ragazzo mascherato che con la mano sinistra reggeva un fiasco di vino e con la sinistra una resta di salsicce: era il funerale di Carnevale”, il cui epitaffio era sempre lo stesso "Niesci tu puorcu mangiuni, ca tras’io sarda salata”. La serata, non poteva essere altrimenti, una volta smessi i vestiti carnascialeschi si concluse con “l’ultimo bicchiere: quello della staffa”.

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