Crisi, Unimpresa: "Famiglie e imprese non spendono"

Sono aumentate di oltre 64 miliardi di euro in un anno le riserve degli italiani. La crisi e la paura di nuove tasse frenano i consumi delle famiglie, bloccano gli investimenti delle imprese e congelano la liquidità delle banche: da ottobre 2014 a ottobre 2015 l'ammontare dei depositi in Italia è passato da 1.494 miliardi a 1.559 miliardi in aumento di oltre 64 miliardi (+5%). Il saldo dei conti correnti è cresciuto di 86 miliardi, da 778 miliardi a 864 miliardi (+8%), mentre si registra un calo di oltre 30 miliardi per i depositi con durata prestabilita. I salvadanai delle famiglie sono saliti di oltre 23 miliardi, quelli delle imprese di oltre 21 miliardi, quelli degli istituti di credito di 14 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale le riserve di assicurazioni e fondi pensione hanno registrato un lieve aumento, salendo di 1 miliardo in 12 mesi (+5%), mentre quelle delle imprese familiari sono salite di 3 miliardi (+7%).. Secondo lo studio dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, il totale delle riserve di famiglie, banche e imprese è passato dai 1.494,9 miliardi di ottobre 2014 ai 1.559,4 miliardi di ottobre 2015 con un incremento di 64,5 miliardi (+4%). Nel dettaglio, la liquidità delle banche è salita da 322,04 miliardi a 336,3 miliardi in salita di 14,3 miliardi (+4,45%). I depositi delle aziende sono cresciuti di 21,7 miliardi (+10,23%) da 212,9 miliardi a 234,7 miliardi. Le imprese familiari hanno accumulato maggiori risorse per 3,4 miliardi (+7,42%) e i loro fondi sono saliti da 46,2 miliardi a 49,6 miliardi. Le onlus hanno visto aumentare i depositi di 659 milioni (+2,71%) da 24,3 miliardi a 24,9 miliardi. I salvadanai delle famiglie sono saliti di 23,1 miliardi (+2,67%) da 867,7 miliardi a 890,8 miliardi. Per quanto riguarda il comparto delle assicurazioni e dei fondi pensione, le riserve sono cresciute di 1,1 miliardi (+5,38%) da 21,6 miliardi a 22,7 miliardi.  Quanto all'analisi per strumento, i conti correnti sono passati da 778,4 miliardi a 864,9 miliardi con una crescita di 86,5 miliardi (+11,11%), i pronti contro termine sono saliti di 7,3 miliardi (+5,60%) da 131,9 miliardi a 139,3 miliardi e i depositi rimborsabili con preavviso sono cresciuti di 292 milioni (+0,10%) da 298,4 miliardi a 298,7 miliardi. Saldo negativo, invece, per i depositi con durata prestabilita: quelli fino a due anni sono scesi di 22,7 miliardi (-16,06%) da 141,7 miliardi a 118,9 miliardi; quelli oltre due anni sono scesi di 9,2 miliardi (-6,12%) da 150,9 miliardi a 141,7 miliardi.  "Anni di austerity e tasse, a cui bisogna porre fine, hanno prodotto anche questo assurdo risultato: le famiglie non spendono più e preferiscono lasciare i soldi in banca, magari per far fronte a nuove stangate fiscali o imprevedibili onde lunghe della recessione. E' un effetto perverso del rigore: anche se i soldi ci sono non circolano, i consumi ristagnano e la ripresa fatica a crescere a doppia cifra. Con una situazione di questo tipo si fa fatica a immaginare un 2016 con grande sprint sui consumi" dichiara il presidente provinciale di Unimpresa- Reggio Calabria, Giuseppe Pratticò, commentando i dati dell'associazione.

Fisco: Unimpresa: "Spread tributario tra Italia ed Europa a 360 punti base"

Nel 2014 lo spread fiscale tra l'Italia ed Europa era di 360 punti base: se la pressione fiscale italiana era al 43,6%, la media Ue si è fermata al 40,0% con 3,6 percentuali di differenza. Fino al 2005 la pressione fiscale in Italia era in linea o inferiore alla media dell'Europa, mentre a partire dal 2006 il peso delle tasse rispetto al pil è progressivamente cresciuto attestandosi sempre oltre il livello medio registrato in sia nell'Unione europea sia nell'area euro). Nel 2005 la pressione fiscale italiana si è attestata al 39,1% mentre la media dei 28 paesi Ue registrava una media del 38,9% e nell'area euro del 39,5%. Dall'anno successivo,  il peso delle tasse in Italia è cresciuto superando le medie europee: 40,2% contro 39,2% e 39,8%. Questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui è nel 2014 la pressione fiscale in Italia era al 43,6%, mentre la media Ue si fermava al 40,0% e la media area euro al 41,5% con una distanza rispettivamente di 360 punti base e 210 punti base.  Secondo l'analisi dell'associazione, basata su dati della Banca d'Italia e di Eurostat, è in particolare a partire dal 2007 che il peso delle tasse rispetto al prodotto interno lordo è costantemente cresciuto in Italia registrando valori sistematicamente superiori a quelli medi dell'Unione europea e alla media dei paesi che adottano la moneta unica del Vecchio continente. Nel 2007 la pressione fiscale italiana era al 41,5% del pil, la media Ue era al 39,3%, la media area euro al 39,9%. Nel 2008 il peso delle tasse in Italia era al 41,3% (Ue 39,1%, area euro 39,5%), nel 2009 il peso in Italia al 41,8% (Ue 38,5%, area euro 39,3%), nel 2010 il peso in Italia al 41,6% (Ue 38,4%, area euro 39,2%), nel 2011 il peso in Italia al 41,6% (Ue 38,9%, area euro 39,7%), nel 2012 il peso in Italia al 43,6% (Ue 39,5%, area euro 40,7%), nel 2013 il peso in Italia al 43,5% (Ue 39,9%, area euro 41,2%), nel 2014 il peso in Italia al 43,6% (Ue 40,0%, area euro 41,5%). "Se l'economia italiana fatica più di altre è colpa anche di un peso eccessivo del fisco sia sulle famiglie sia sulle imprese. Nei prossimi anni purtroppo non ci  saranno inversioni di tendenza significative e la legge di stabilità, pur contenendo alcune misure volte a ridurre qualche balzello, non è in grado di cambiare il quadro i maniera sensibile come sarebbe necessario e come ci aspettavamo. Il governo ha fatto poco con la manovra, nel 2016 impegni e atti concreti contro le tasse", commenta il presidente provinciale di Unimpresa- Reggio Calabria, Giuseppe Pratticò.

 

Banche, Unimpresa Calabria: “Primo calo delle sofferenze dal 2008 a 198 miliardi”

Calano di quasi un miliardo e mezzo di euro le sofferenze bancarie. Per la prima volta dal 2008, si registra una inversione di tendenza dello stock dei prestiti non rimborsati: da settembre a ottobre 2015 le sofferenze degli istituti di credito sono scese da 200,4 miliardi a 198,9 miliardi anche se su base annua c'è un aumento di 19,6 miliardi visto che a ottobre del 2014 i cosiddetti non performing loan erano a quota 179,3 miliardi. Prosegue, invece, il trend negativo dei prestiti, che negli ultimi 12 mesi hanno subito un calo di 3,4 miliardi: il miglioramento sul versante dei finanziamenti alle famiglie, cresciuti di 21,7 miliardi, non ha compensato del tutto il calo dei prestiti alle imprese, scesi di oltre 25 miliardi al ritmo di 2 miliardi al mese. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito del Centro studi di Unimpresa, secondo cui il credito al consumo è salito di 23 miliardi nell'ultimo anno e i mutui tornato a crescere; salgono di quasi 20 miliardi i prestiti a medio periodo perle aziende che tuttavia hanno subito un taglio di quasi 24 miliardi per i prestiti a breve e di oltre 21 miliardi per quelli di lungo periodo. Secondo lo studio dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, in totale le sofferenze delle banche sono passate dai 179,3 miliardi di ottobre 2014 ai 198,9 miliardi di ottobre 2015 (+10,95%) in aumento di 19,6 miliardi. Nel dettaglio, la quota di sofferenze che fa capo alle imprese è salita da 128,4 miliardi a 141,7 (+10,33%) in aumento di 13,2 miliardi. La fetta relativa alle famiglie è cresciuta da 33,6 miliardi a 37,1 miliardi (+10,00%) in salita di 3,3 miliardi. Per le imprese familiari c'è stato un aumento di 1,1 miliardi da 14,6 miliardi a 15,8 miliardi (+7,89%). Le "altre" sofferenze (pa, onlus, assicurazioni, fondi pensione) sono passate invece da 2,5 a 4,3 miliardi (+72,89%) con 1,8 miliardi miliardi in più. A ottobre 2014 le sofferenze corrispondevano al 12,66% dei prestiti bancari (1.416,2 miliardi), percentuale salita al 14,08% a ottobre scorso, quando i finanziamenti degli istituti erano a 1.412,8 miliardi. A dicembre 2008 le sofferenze erano arrivate a 41,1 miliardi e da allora sono progressivamente cresciute fino al record di 200,4 miliardi registrato a settembre scorso. A dicembre 2009 erano a quota 50,1 miliardi. Rispetto alla fine del 2010 le sofferenze sono più che raddoppiate: in quattro anni e mezzo, da dicembre 2010 a ottobre 2015 sono passate da 77,8 miliardi a 198,9 miliardi in salita di 121 miliardi. A fine 2011 erano a 107,1 miliardi; alla fine del 2012 a 124,9 miliardi. Parallelamente c'è la difficile situazione del credito, i cui rubinetti faticano a riaprirsi. Da ottobre 2014 a ottobre 2015, il totale dei finanziamenti al settore privato è diminuito di 3,4 miliardi di euro passando da 1.416,2 miliardi a 1.412,8 miliardi. Una riduzione che interessa soprattutto le imprese che nell'ultimo anno hanno assistito alla riduzione dei finanziamenti di quasi tutti i tipi di durata. Sono calati i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) per 23,9 miliardi (-7,85%) da 304,6 miliardi a 280,6 miliardi e quelli di lungo periodo (oltre a 5 anni) di 21,1 miliardi (-5,44%) da 389,2 miliardi a 368,02 miliardi, mentre quelli di medio periodo (fino a 5 anni), in controtendenza, sono cresciuti di 19,8 miliardi (+15,82%) da 125,6 miliardi a 145,4 miliardi. In totale, lo stock di finanziamenti alle imprese è comunque sceso da 819,4 miliardi a 794,2 miliardi con una diminuzione di 25,2 miliardi (-2,26%). Il quadro per le famiglie migliora grazie all'aumento del credito al consumo e alla lieve ripresa dei mutui: le erogazioni degli istituti di credito sono complessivamente cresciute di 21,7 miliardi (+3,65%) passando da 596,8 miliardi a 618,5 miliardi. Si registrano meno prestiti personali per 2,03 miliardi (-1,13%) da 180,2 miliardi a 178,2 miliardi. Mini scatto in avanti per il comparto mutui casa con le erogazioni degli istituti salite di 734 milioni (+0,20%) da 359,1 miliardi a 359,9 miliardi; in controtendenza il credito al consumo, salito di 23,07 miliardi (+40,19%) da 57,4 miliardi a 80,4 miliardi. "Sulle sofferenze e sui prestiti alle famiglie ci sono segnali positivi, ma non ci illudiamo perché potrebbe tornare a peggiorare la situazione. Registriamo con preoccupazione che per le imprese i rubinetti sono sistematicamente chiusi" commenta il presidente provinciale di Unimpresa- Reggio Calabria, Giuseppe Pratticò. “Negli scorsi mesi - aggiunge Pratticò - i rappresentanti delle banche e quelli delle grandi industrie hanno parlato di un nuovo rapporto tra il mondo del credito e quello delle imprese, ma non se n'è fatto più nulla: Unimpresa è pronta a collaborare e a dare voce a oltre 120mila piccole e micro aziende che quotidianamente si battono per tenere in piedi l'economia del Paese. Ci sono le risorse del quantitative easing della Bce e non vanno sprecate”.

Banche: Unimpresa Calabria: "Con bail in sotto tiro 217 miliardi di bond bancari"

L'entrata in vigore delle nuove regole europee sulla risoluzione delle crisi bancarie è una minaccia soprattutto per le obbligazioni emesse dagli istituti di credito che ammontano a 217 miliardi di euro. E' quanto segnala il Centro studi di Unimpresa, secondo cui le emissioni di bond bancari sono scese nell'ultimo anno, da settembre 2014 a settembre 2015, di 72,7 miliardi (-25,11%) passando da 289,6 miliardi a a 216,9 miliardi. Secondo l'analisi dell'associazione, basata su dati della Banca d'Italia, si tratta di un mercato già in forte contrazione: le obbligazioni degli istituti valevano 381,9 miliardi alla fine del 2012 e 352,4 miliardi alla fine del 2013. In quasi tre anni si è registrata una diminuzione delle emissioni per 165,04 miliardi (-43,21%). Il nuovo impianto sui salvataggi delle banche prevede in ultima istanza l'attivazione del bail in, vale a dire il contributo "interno" al ripianamento delle perdite di titolari di azioni, obbligazioni e conti correnti con saldo superiore a 100.000 euro. La novità più insidiosa è proprio quella relativa alle eventuali perdite per i possessori di bond; gli azionisti comprano capitale a rischio per definizione, mentre per quanto riguarda i depositanti, il loro contributo è previsto solo in ipotesi più estreme. Diverso il ragionamento per i bond, che verrebbero chiamati a dare un contributo, in particolare con la conversione in azioni. Non tutte le categorie di titoli obbligazionari, secondo le nuove norme, verrebbero sottoposti alla procedure di risoluzione: alcuni tipi, tra cui le cosiddette covered, sono equiparate ai depositi fino a 100mila euro e quindi godono di una protezione maggiore. Tuttavia, queste emissioni, nel loro complesso, potrebbero subire un contraccolpo  Le obbligazioni bancarie sono uno strumento fondamentale per la raccolta di denaro da parte degli istituti e quindi per l'attività di prestiti sia alle famiglie sia alle imprese. Negli ultimi anni, le operazioni di rifinanziamento a lungo termine da parte della Banca centrale europea hanno ridotto, in quanto meno necessario, il ricorso alle emissioni obbligazionarie da parte delle banche. In futuro, però, gli istituti potrebbero aver bisogno di mezzi diversi di approvvigionamento rispetto a quelli offerti in questi mesi dalla Bce. Tuttavia, il nuovo assetto regolatorio sulle risoluzioni delle crisi creditizie potrebbe disincentivare l'acquisto di questi strumenti da parte della clientela bancaria, facendo venir meno un importante strumento di raccolta. Tutto ciò con conseguenze pericolose sul versante dei finanziamenti. "Arriviamo impreparati a questo appuntamento con le nuove regole europee e corriamo il rischio, come sistema Paese, di pagare un conto salato: le risoluzioni delle crisi bancarie, che possono essere definiti fallimenti pilotati, hanno un impatto sulla fiducia dei clienti che, in prospettiva, può azzoppare la raccolta di liquidità da parte delle banche con effetti a cascata sui prestiti. Per quanto riguarda i casi delle banche salvate dal governo e dalla Banca d'Italia, è opportuno sottolineare come in futuro non deve migliorare solo il livello di informazione ed educazione finanziaria, ma anche l'etica e i comportamenti di chi maneggia il denaro degli altri", commenta il presidente regionale di Unimpresa Calabria, Giuseppe Pratticò. 

Fisco, Unimpresa Calabria: “Dal 2006 peso tasse sempre sopra media Ue”

Nel 2014 lo spread fiscale tra l'Italia ed Europa era di 360 punti base: se la pressione fiscale italiana era al 43,6%, la media Ue si è fermata al 40,0% con 3,6 percentuali di differenza. Fino al 2005 la pressione fiscale in Italia era in linea o inferiore alla media dell'Europa, mentre a partire dal 2006 il peso delle tasse rispetto al Pil è progressivamente cresciuto attestandosi sempre oltre il livello medio registrato in sia nell'Unione europea sia nell'area euro). Nel 2005 la pressione fiscale italiana si è attestata al 39,1% mentre la media dei 28 paesi Ue registrava una media del 38,9% e nell'area euro del 39,5%. Dall'anno successivo,  il peso delle tasse in Italia è cresciuto superando le medie europee: 40,2% contro 39,2% e 39,8%. Questi i dati principali di una analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui è nel 2014 la pressione fiscale in Italia era al 43,6%, mentre la media Ue si fermava al 40,0% e la media area euro al 41,5% con una distanza rispettivamente di 360 punti base e 210 punti base. Secondo l'analisi dell'associazione, basata su dati della Banca d'Italia e di Eurostat, è in particolare a partire dal 2007 che il peso delle tasse rispetto al prodotto interno lordo è costantemente cresciuto in Italia registrando valori sistematicamente superiori a quelli medi dell'Unione europea e alla media dei paesi che adottano la moneta unica del vecchio continente. Nel 2007 la pressione fiscale italiana era al 41,5% del Pil, la media Ue era al 39,3%, la media area euro al 39,9%. Nel 2008 il peso delle tasse in Italia era al 41,3% (Ue 39,1%, area euro 39,5%), nel 2009 il peso in Italia al 41,8% (Ue 38,5%, area euro 39,3%), nel 2010 il peso in Italia al 41,6% (Ue 38,4%, area euro 39,2%), nel 2011 il peso in Italia al 41,6% (Ue 38,9%, area euro 39,7%), nel 2012 il peso in Italia al 43,6% (Ue 39,5%, area euro 40,7%), nel 2013 il peso in Italia al 43,5% (Ue 39,9%, area euro 41,2%), nel 2014 il peso in Italia al 43,6% (Ue 40,0%, area euro 41,5%). "Se l'economia italiana fatica più di altre è colpa anche di un peso eccessivo del fisco sia sulle famiglie sia sulle imprese. Nei prossimi anni purtroppo non ci  saranno inversioni di tendenza significative e la legge di stabilità, pur contenendo alcune misure volte a ridurre qualche balzello, non è in grado di cambiare il quadro i maniera sensibile come sarebbe necessario e come ci aspettavamo. Il governo ha fatto poco con la manovra, nel 2016 impegni e atti concreti contro le tasse" commenta il presidente regionale Unimpresa Calabria, Giuseppe Pratticò.

Legge Stabilità, Jennane (Unimpresa Calabria): “Il Governo ha abbandonato il Sud”

"Sembrava fatta e invece alla fine le misure in favore del Sud non hanno trovato spazio negli interventi correttivi alla Legge di Stabilità. Si era parlato concretamente di crediti di imposta per le assunzioni nel 2016 e di un aumento delle decontribuzioni sui nuovi contratti di lavoro. Prendiamo atto con rammarico che il Governo, nonostante le rassicurazioni ufficiali del viceministro dell'Economia Enrico Morando, ha letteralmente abbandonato il Mezzogiorno". È il commento del direttore di Unimpresa Calabria, Rajaa Jennane, in relazione alla carenza di provvedimenti per le aree in ritardo di sviluppo. "Le imprese che operano nell'Italia meridionale – spiega - non chiedono assistenzialismo di Stato, ma aiuti per ripartire da una situazione che è nettamente diversa a quella di tutto il resto del Paese. Di qui le agevolazioni che erano state chieste e accettate dall'esecutivo, salvo ripensarci come spesso accade all'ultimo minuto. Bisogna capire una volta per tutte – è la conclusione - che la ripresa del Sud aiuterebbe tutto il Paese, in termini di maggiori consumi, gettito fiscale, prodotto interno lordo".

Crisi, Unimpresa: “Famiglie e imprese non spendono, aumentano le riserve in banca”

Sono aumentate di quasi 72 miliardi di euro in un anno le riserve degli italiani. La crisi e la paura di nuove tasse frenano i consumi delle famiglie, bloccano gli investimenti delle imprese e congelano la liquidità delle banche: da settembre 2014 a settembre 2015 l'ammontare dei depositi in Italia è passato da 1.484 miliardi a 1.556 miliardi in aumento di 71,8 miliardi (+5%). Il saldo dei conti correnti è cresciuto di 63 miliardi, da 779 miliardi a 842 miliardi (+8%). I salvadanai delle famiglie sono saliti di oltre 14 miliardi, quelli delle imprese di oltre 13 miliardi, quelli degli istituti di credito di 45 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale solo le riserve di assicurazioni e fondi pensione hanno registrato un calo, diminuendo di 4 miliardi in 12 mesi. Secondo lo studio dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, il totale delle riserve di famiglie, banche e imprese è passato dai 1.484,2 miliardi di settembre 2014 ai 1.556,04 miliardi di settembre 2015 con un incremento di 71,8 miliardi (+4,84%). Nel dettaglio, la liquidità delle banche è salita da 308,1 miliardi a 353,2 miliardi in salita di 45,1 miliardi (+14,66%). I depositi delle aziende sono cresciuti di 13,6 miliardi (+6,59%) da 207,7 miliardi a 221,4 miliardi. Le imprese familiari hanno accumulato maggiori risorse per 2,3 miliardi (+5,20%) e i loro fondi sono saliti da 45,2 miliardi a 47,6 miliardi. Le onlus hanno visto aumentare i depositi di 320 milioni (+1,31%) da 24,4 miliardi a 24,7 miliardi. I salvadanai delle famiglie sono saliti di 14,7 miliardi (+1,68%) da 873,3 miliardi a 888,08 miliardi. Il solo comparto che ha registrato una variazione negativa è quello delle assicurazioni e dei fondi pensione: le riserve sono scese di 4,3 miliardi (-17,45%) da 25,1 miliardi a 20,7 miliardi. Quanto all'analisi per strumento, i conti correnti sono passati da 778,9 miliardi a 842,09 miliardi con una crescita di 63,1 miliardi (+8,11%), mentre i pronti contro termine sono saliti di 38,8 miliardi (+33,70%) da 115,3 miliardi a 154,1 miliardi. “È un effetto pericoloso e perverso della crisi e della recessione. C'è grande paura sia nelle famiglie sia nelle imprese, una paura che porta a eccessi di prudenza, ad accumulare risorse aggiuntive in vista di non prevedibili nuovi scossoni delle turbolenze internazionali o di inasprimenti della pressione fiscale. Il denaro c'è, è nella disponibilità degli italiani, ma non viene speso" commenta il presidente di Unimpresa Calabria, Giuseppe Pratticò.

Debito pubblico, Unimpresa snocciola le cifre

Record di bot e btp per gli investitori esteri che detengono il 29% dei titoli pubblici in circolazione, pari a oltre 534 miliardi. Nella classifica dei detentori di obbligazioni emesse dal Tesoro, ci sono poi le banche italiane con 364 miliardi (20%), le assicurazioni italiane con 286 miliardi (15%), le famiglie italiane con 242 miliardi (13%), la Banca d'Italia con 126 miliardi (7%), la Banca centrale europea con 60 miliardi (3%), i fondi di investimento italiani con 58 miliardi (3%). Questi i dati di un'analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui sono in circolazione 1.829,8 miliardi mentre il debito pubblico ammonta a 2.095,9 miliardi. Ma in Italia, complessivamente, risiedono due terzi di titoli pubblici (67%) per un totale di 1.235 miliardi, mentre all'estero risultano più di 594 miliardi (32%). Secondo l'analisi dell'associazione, basata su dati della Banca d'Italia, su 2.095,9 miliardi complessivi di debito pubblico 1.829,8 miliardi corrispondono a titoli di Stato, cioè bot, btp, cct, ctz.. La Banca centrale europea detiene obbligazioni emesse dal Tesoro pari a 60,3 miliardi (3,30%) del totale, gli investitori stranieri (per lo più banche) detengono 534,3 miliardi (29,20%): in totale la quota di bond pubblici italiani detenuta all'estero è pari a 594,6 miliardi (32,50%). Dentro i nostri confini, la Banca d'Italia ha titoli pubblici per 126,2 miliardi (6,90%), nei portafogli delle famiglie ci sono bot, btp, cct e ctz per 242,4 miliardi (19,90%), le banche hanno titoli per 364,1 miliardi (15,65%), le assicurazioni per 286,3 miliardi, i fondi d'investimento per 58,5 miliardi; altri 157,3 miliardi (8,60%) sono suddivisi tra altri investitori italiani non classificati: complessivamente, la quota di bond pubblici italiani in mano a investitori italiani è pari a 1.235,1 miliardi (67,50%). "Dipendiamo meno dall'estero  e questo è un bene. Questa situazione dovrebbe dare spinta e coraggio al governo per dare impulso alle riforme, sulle quali non pende più la spada di Damocle degli investitori stranieri sempre pronti a dettare la legge anche lontano da casa" commenta il presidente di Unimpresa Calabria, Giuseppe Pratticò.

 

Subscribe to this RSS feed