Pane, salumi e coronavirus: come comportarsi

Di seguito un interessante articolo del professor Antonello Paparella*, pubblicato su ilfattoalimentare.it , relativo all'interazione tra coronavirus e alimenti.

I dati ricavati sinora sulla persistenza di questo coronavirus nell’ambiente si riferiscono quasi esclusivamente a ricerche svolte in precedenza su altri coronavirus, condotte su materiali inerti come acciaio, plastica, vetro, guanti e camici. La persistenza di un virus su un materiale dipende innanzitutto dal tipo di virus e, all’interno dello stesso tipo di coronavirus, può essere differente da un ceppo all’altro. Per esempio, i ceppi P9 e GVU6109 del virus SARS-CoV hanno dimostrato persistenza diversa sulla carta, rispettivamente 4-5 giorni e 1 giorno. Negli alimenti il comportamento potrebbe non essere lo stesso e, allo stato attuale, non vi è alcuna evidenza che gli alimenti possano giocare un ruolo nell’infezione da questo coronavirus SARS-CoV-2.

I dati sinora raccolti in Cina e in Italia indicano che l’infezione si propaga rapidamente ed è verosimile che ciò accada, come per altre infezioni respiratorie, attraverso disseminazione di secrezioni respiratorie da persona a persona a stretto contatto e non attraverso gli alimenti. Se dovesse essere dimostrata la persistenza sugli alimenti, visto che sono in corso indagini in tal senso, è più che probabile che tale via di infezione sia l’eccezione piuttosto che la regola.

Gli alimenti sono dei “sistemi vivi”, contenenti nutrienti e umidità, e sono abitati da una comunità microbica che influenza l’evoluzione delle caratteristiche fisiche e chimiche dell’alimento nel tempo. Ciò significa...

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* Professore di Microbiologia alimentare all’università di Teramo

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