Scorrere oggi TikTok o Instagram provoca una strana sensazione di déjà-vu. I colori sono più saturi, i video meno levigati, le immagini imperfette. Spariscono le scenografie ultra-pulite e i volti scolpiti dall’intelligenza artificiale, tornano magliette oversize, trucco marcato, musica che sembra uscita da un’altra epoca.
Non è solo nostalgia. È qualcosa di più strutturato, diffuso, quasi coordinato. Un cambio di ritmo che coinvolge milioni di utenti e che sta ridisegnando il modo in cui le persone — soprattutto le più giovani — abitano le piattaforme digitali.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché proprio ora? Negli ultimi anni i social hanno accelerato verso un’estetica sempre più irreale. Filtri invisibili, contenuti generati dall’AI, montaggi impeccabili, performance studiate al millimetro per piacere all’algoritmo. Tutto funziona, tutto è ottimizzato. E proprio per questo, qualcosa si è incrinato.
Il “trend 2016”: perché la Gen Z sta riscrivendo il linguaggio dei social
Una parte crescente di utenti — in particolare under 25 — percepisce questo universo come distante, freddo, artificiale. Postare non è più un gesto spontaneo, ma una strategia. Si pubblica per ottenere visibilità, non per raccontarsi. Il risultato? Saturazione, ansia da prestazione digitale, stanchezza.
È in questo vuoto emotivo che prende forma un ritorno inatteso. Solo a metà del racconto emerge il suo nome. Il fenomeno viene chiamato trend “2016” e non è un semplice revival estetico. È una vera e propria risposta culturale al presente iper-tecnologico. La Gen Z sta recuperando codici visivi, sonori e comunicativi di dieci anni fa, trasformandoli in un nuovo canone.
Su TikTok riappaiono i choker di velluto, le sopracciglia bold, i rossetti opachi marroni, le camicie a quadri legate in vita. Ma soprattutto tornano video volutamente imperfetti, girati senza filtri sofisticati, con luci sbagliate e inquadrature casuali. Un’estetica che richiama l’era dei primi Instagram, quando si postava “per gli amici” e non per l’algoritmo.
Anche la musica segue lo stesso schema: le piattaforme di streaming registrano un ritorno massiccio di brani simbolo del 2016. Closer dei The Chainsmokers, Work di Rihanna, Love Yourself di Justin Bieber diventano colonne sonore di video “throwback” che raccontano un tempo percepito come più leggero, più autentico. Non a caso, uno dei simboli ricorrenti è Pokémon GO, ricordato come l’ultimo momento in cui la tecnologia spingeva le persone fuori casa invece di rinchiuderle in bolle digitali.
Il trend ha già effetti concreti: brand sportivi rilanciano sneaker iconiche di quell’anno, le aziende di moda accorciano ulteriormente i cicli stilistici, mentre i social stessi osservano — con una certa inquietudine — utenti che smettono di inseguire la perfezione algoritmica.
In fondo, il messaggio è chiaro. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, la Gen Z sta rivendicando il valore dell’errore, della spontaneità, dell’imperfezione. Il 2016 non è solo un ricordo: è diventato un rifugio simbolico. Resta da capire se questa fuga all’indietro sarà una parentesi o l’inizio di un nuovo modo di stare online.